Julian Alaphilippe Campione del Mondo 2021 © UCI Cycling
Julian Alaphilippe Campione del Mondo 2021 © UCI Cycling

Julian è il capolavoro di un Mondiale immortale

Alaphilippe si conferma iridato a Leuven al termine di un Campionato del Mondo di ineguagliabile bellezza. Francia da ovazione, tracollo Belgio, Italia in lizza con Colbrelli (decimo) malgrado la sfortuna. Van Baarle e Valgren a podio

Quel muro di Sint-Antoniusberg, nel centro di Leuven, era ritagliato sulle sue gambe, questo lo sospettavamo da diversi giorni. Il percorso tra Leuven e i suoi dintorni prometteva una gara spettacolare, pure questo lo sospettavamo da giorni. Certo, tutto quello che sospettavamo è avvenuto moltiplicato per 20, perché Julian Alaphilippe ha lasciato i solchi sulla salitella simbolo di Lovanio, e l’ha fatto in capo a una corsa da definire con aggettivo trattineggiato: stu-pe-nda.

Un Mondiale che guarderemo e riguarderemo tante volte, pieno di mille vicende, episodi, storie, tattiche, attacchi anzi assalti all’arma bianca, 180 km di guerra guerreggiata sui 270 totali, sinceramente nemmeno nei sogni più belli da ciclofili avremmo potuto sperare tanto. Con una Bestia nel motore degli eventi, Remco Evenepoel, con un’Italia che è passata da vicissitudini avverse (la caduta di Davide Ballerini e Matteo Trentin che certo ha inciso nell’assenza dei nostri per tutta la prima parte di battaglia) ma ha saputo ricompattarsi, inseguire, annullare, proporre le proprie iniziative e infine lanciare il capitano di giornata Sonny Colbrelli, che si è ritrovato, insieme a Giacomo Nizzolo e Andrea Bagioli, nel drappello extralusso che sarebbe andato a giocarsi il titolo.

Certo, quando ti devi confrontare con simili avversari, nulla è scontato e tutto è difficile. Quando Alaphilippe ti mette in campo uno, due, tre attacchi che fiaccano pure i Wout Van Aert (favoritissimo della vigilia) e i Mathieu Van der Poel (in tono minore, certo minato dalla caduta di qualche settimana fa), non è che tu possa opporre il meglio del ciclismo possibile; ma qualcosa la opponi, reagisci, rimetti il muso davanti con orgoglio e generosità.

Quando però quello stesso Alaphilippe ti spiana il Sint-Antoniusberg non puoi far altro che finire in uno di quei cantoni su cui il francese mette tutti gli avversari, uno per uno. Un finalizzatore straordinario che rende perfetta la giornata dei francesi, ma dobbiamo e vogliamo dirlo, se lo son meritato tutto questo nuovo trionfo, perché guidati dalla lucida follia di Thomas Voeckler dall’ammiraglia sono stati proprio loro a rendere la corsa quello che è stata, un Mondiale indimenticabile. 180 km di proposte e promesse mantenute per una nazionale che, intorno al grande Julian, non aveva battitori dello stesso calibro di cui potevano contare altre squadre; ma aveva il coraggio, la sfacciataggine, forse la sventatezza che il suo ct ha sempre mostrato quando correva, e oggi trasmette ai suoi ragazzi, tarantolati, efficaci, apparentemente fuori di senno eppure tutti orientati al rendere la gara impossibile per quasi tutti, e sempre più vicina alle corde dello stoccatore predestinato, il loro Julian.

I grandi sconfitti, si è capito, sono stati i belgi. Van Aert che non ha avuto la forza di rispondere ad Alaphilippe (contro ogni pronostico, diciamolo), Stuyven che – pur essendo il più veloce del quartetto che ha inseguito Julian – si è lasciato sfuggire la medaglia di consolazione, Evenepoel che con la gamba spaziale che ha esibito avrebbe avuto forse la possibilità di giocarselo lui in prima persona il Mondiale, anziché lavorare come un matto per una causa destinata all’insuccesso. Probabilmente non c’era un solo fiammingo, tra quelli in strada e quelli a casa, che oggi avrebbe potuto ipotizzare un simile scenario al termine dell’attesissima prova iridata di Leuven. Il ciclismo è anche questo.

E poi l’Italia: l’ultima da ct per Davide Cassani si è conclusa come le precedenti, tanta volontà sulla strada, un pizzico di sfortuna a rimescolare malamente le carte, il capitano di turno portato comunque a giocarsi le proprie chance con un supporto importante da parte dei compagni (eravamo in tre nel supergruppo degli ultimi 50 km, proprio come belgi e francesi) ma destinato a soccombere di fronte alla maggiore classe degli avversari di giornata. L’avrebbe meritato un titolo, Davide, in questi 8 anni in ammiraglia, gli resterà il cruccio di aver guidato una squadra in cui non ha mai avuto un Alaphilippe o un Sagan o un Valverde. Gli resterà però anche la consapevolezza di aver guidato l’Italia, non solo quella dei Mondiali ma di fatto tutto il nostro movimento, in maniera eccelsa nel corso di un mandato che è andato molto al di là del semplice incarico da commissario tecnico. Qualunque cosa faccia da domani in avanti, avrà la nostra stima e la nostra riconoscenza.

E veniamo ai fatti del Mondiale, nel dettaglio. Saranno le strade del Belgio, che sempre propongono gare non meno che frizzanti pure quando non si passa dai muri più celebri, sarà che il gruppo in questa fase storica pullula di pazzi scatenati che non vedono l’ora di buttarla in caciara, fatto sta che la prova è stata un continuo susseguirsi di attacchi e contrattacchi, anche importanti e anche lontanissimo dal traguardo. Tutto ciò produce una cronaca che sarà molto lunga da leggere, ma che non poteva mancare di annotare tutti i 150 snodi rilevanti della corsa più pazza del mondo…

Prova in linea dei professionisti al Mondiale delle Fiandre, 268.3 km con tratto in linea di 55 km, un giro e mezzo del circuito di Leuven, un giro del circuito delle Fiandre, poi di nuovo 4 giri del circuito cittadino e un’altra tornata su quello delle Fiandre, e infine due giri e mezzo a Lovanio. Dopo appena 5 km è partita una fuga di cinque uomini composta dal colombiano José Tito Hernández, l’ecuadoriano Joel Burbano, il russo Pavel Kochetkov, l’estone Oskar Nisu e lo svedese Kim Magnusson, e nel giro di un chilometrino son rientrati altri tre coraggiosi, ovvero l’austriaco Patrick Gamper, l’irlandese Rory Townsend e – fatto senza precedenti per questa nazionalità in una prova iridata – il mongolo Jambaljamts Sainbayar. Il gruppetto ha raggiunto un vantaggio massimo di 6′ ai -212, dopodiché hanno iniziato a lavorare Belgio (con Tim Declercq in particolare) e Danimarca, l’Italia sin qui si era vista per una caduta senza conseguenze di Andrea Bagioli (ai -217) col britannico Ethan Hayter. Nulla in confronto al capitombolo di Davide Ballerini e Matteo Trentin, arrotatisi a fondo gruppo ai -188, con Ballero investito dal danese Mads Pedersen e rimasto molto dolorante, anche perché aveva il body pieno di borracce sulla schiena, e queste hanno fatto compressione. Poi son ripartiti tutti, e più avanti son pure rientrati, ma il ruzzolone non ha mancato di avere conseguenze sulla strategia azzurra, perché proprio in quei frangenti la Francia aveva iniziato a rompere la tranquillità: del resto con un ct come Thomas Voeckler bisogna sempre aspettarsi che il team transalpino corra in maniera garibaldina. Prima Valentin Madouas ai -190, poi ai -185 Anthony Turgis, quindi ai -180, sullo Smeysberg, Benoît Cosnefroy (tra l’altro mentre il suo compagno Christophe Laporte era a fondo gruppo a cambiar bici), e in questo caso la mossa ha fatto rumore, perché si sono accodati il danese Magnus Cort Nielsen e soprattutto Remco Evenepoel, che da diversi chilometri presidiava le prime posizioni del plotone.

L’Italia, seppur temporaneamente sparpagliata, si è subito incaricata di tirare con Alessandro De Marchi, ma il peggio doveva ancora venire. Intanto tra i fuggitivi del mattino si staccava Burbano sul Moskesstraat ai -178, e il margine degli altri ammontava a quel punto a 3’40”. Sempre sul muro di Moskesstraat son partite le grandi manovre di chi temeva un terzetto con Remco in avanscoperta così presto, e son partiti un paio di contropiede nei quali gli azzurri non erano presenti, bensì impegnati a ricucire. La situazione da potenzialmente esplosiva si è tramutata in definitivamente esplosa sul Taymanstraat ai -172, laddove lo svizzero Stefan Bissegger è scattato insieme allo sloveno Jan Tratnik. È stata la stura a un’azione devastante, perché i due son rientrati sul terzetto (che era rimasto sempre a 15-20″ sul plotone), e da dietro sono arrivati altri corridori di gran nome, a formare un drappello di 15 pericolosissimo. L’Italia, nascosta nelle pieghe del gruppo a parte De Marchi che era davanti, continuava a farsi sfuggire chiunque senza riuscire a metterne dentro uno dei suoi.

Il gruppettone allora: Evenepoel, Cort Nielsen e Cosnefroy c’erano dall’inizio, Bissegger e Tratnik li abbiamo appena citati, ma chi ti va a rientrare? Tim Declercq, a conferma che il Belgio faceva sul serio, un altro francese (Arnaud Démare), un altro danese (Kasper Asgreen!), un altro sloveno (Primoz Roglic!!!), e poi corridori solidi come lo spagnolo Imanol Erviti, il norvegese Markus Hoelgaard, l’olandese Pascal Eenkhoorn, lo statunitense Brandon McNulty, il britannico Ben Swift e l’australiano Nathan Haas. 15 uomini di grande spessore (alcuni di grandissimo), e alcune accoppiate da prendere con le molle (i danesi, gli sloveni, i belgi ovviamente, i francesi).

Gli uomini di Cassani sono finalmente riusciti a ricompattarsi in testa al gruppo ai -167, e in quel momento i contrattaccanti si erano già messi in tasca 1′ di vantaggio. C’era ancora tempo per recuperare, ma c’era pure la prospettiva di dissiparsi molto presto nella caccia. Una caduta a fondo gruppo ai -165 ha coinvolto diversi corridori (di nuovo Pedersen, il tedesco Maximilian Schachmann, l’altro danese Andreas Kron, l’olandese Bauke Mollema), poi sullo Smeysberg ai -160 lo stesso Trentin è andato in prima persona a spingere, mentre Ballerini ci ha provato ma è rimbalzato sul proprio dolore e si è sfilato, staccandosi di nuovo. Intanto Evenepoel tirava il collo a tutti gli intercalati, compreso il suo compagno Declercq che lo invitava a non esagerare: in fondo mancava ancora un’era geologica alla fine della corsa.

Nonostante tutto (mettiamoci pure una foratura di Gianni Moscon ai -155), gli azzurri hanno recuperato molto in questa fase, riportandosi ai -150 a 21″ dal pericolosissimo gruppetto di Remco, quindi per un attimo i nostri hanno respirato (e ciò ha permesso il rientro di Ballerini con altra gente come Mollema) e i 15 hanno ripreso secondi, a conferma che non sarebbe stata una scampagnata andare a riprenderli. Si è rientrati sul circuito di Leuven, e al secondo passaggio dal traguardo questi erano i distacchi: i 7 fuggitivi della prima ora sono transitati con 53″ sul gruppetto Remco e 1’19” sul plotone.

Al passaggio un’altra caduta nelle retrovie ha coinvolto tra gli altri lo spagnolo Iván García Cortina, il sudafricano Ryan Gibbons (che ha picchiato la testa), il canadese Benjamin Perry e lo statunitense Neilson Powless. L’Italia continuava indefessa a tirare senza peraltro l’aiuto di altre nazionali che pure avrebbero potuto dare un contributo: la Germania, che era del tutto assente nei 15, ma pure formazioni come Olanda o Spagna che davanti erano rappresentate da corridori che certo non davano grandi garanzie di successo.

Sul Decouxlaan ai -134 i 15 sono stati finalmente ripresi e la situazione è stata di fatto riazzerata. Certo, pensare che Remco o i francesi la piantassero lì di far casino era mera utopia. Trentin, dato tutto quello che aveva per annullare quell’azione, si è sfilato salutando la compagnia. Ai -131 sono stati anche ripresi i 7 fuggitivi primigeni, e contestualmente a ciò è partito un nuovo contrattacco dei transalpini, ma stavolta con Diego Ulissi, Andrea Bagioli e Giacomo Nizzolo dentro. Quest’azione si è presto configurata come una fuga… del gruppo, data la quantità di uomini presenti davanti, tanto che chi era rimasto temporaneamente dietro (parliamo di una decina di secondi di gap, nulla di che) ha pensato di doversi riportare in fretta davanti: è il caso dell’olandese Mathieu Van der Poel, rientrato con Mollema prima del terzo passaggio dal traguardo. La Francia, con Turgis, ha continuato comunque a fare la corsa. Intanto iniziavano a fioccare i ritiri, tra gli altri un paio di olandesi (Oscar Riesebeek e Danny Van Poppel), lo svizzero Marc Hirschi e, cronaca di un abbandono annunciato, Davide Ballerini e Matteo Trentin.

Ai -122 sul Keizersberg ha accelerato il tedesco Georg Zimmermann ma non è andato lontano. Più ficcante l’azione della Francia, ripartita sul Decouxlaan ai -118 con Cosnefroy e Turgis, per un’azione a cui si sono accodati il danese Mikkel Bjerg, Mollema, ancora Tratnik, i belgi Victor Campenaerts e Jasper Stuyven; il gruppo ha chiuso sul Wijnpers, la situazione restava quantomai fluida; il capitano azzurro Sonny Colbrelli non sembrava presentissimo sui muri di Lovanio.

Tira e stira, davanti si è formato per un attimo un nuovo drappello di 30 uomini, l’Italia ha chiuso di nuovo in un ambito di stress totale, perché a ogni angolo si formava un buco; ai -114 una brutta caduta ha coinvolto il tedesco John Degenkolb (che ha avuto la peggio) e il danese Mikkel Honoré. Il Belgio ha continuato a forzare con Declercq e poi con Yves Lampaert tenendo il gruppo in una lunghissima fila indiana, Ulissi in questa fase si è speso per difendere le posizioni di Colbrelli. Sui muri del terzo giro del circuito cittadino si è prodotto un nuovo frazionamento, e dietro son rimasti diversi velocisti (su tutti l’australiano Caleb Ewan) e altri nomi che prima avevano corso all’attacco (Bissegger ad esempio). Il ritmo di Lampaert impediva comunque scatti e attacchi vari.

Anche Campenaerts ha dato una buona sgasata, tanto che il compagno Tiesj Benoot l’ha pure invitato a rallentare un po’ sul Wijnpers. Mancavano ancora 100 km alla fine e pareva che il traguardo fosse dietro l’angolo… Ai -95, subito dopo il quinto passaggio dal traguardo, è partito per un attimo il tedesco Nils Politt, poi l’hanno ripreso e ci ha provato lo spagnolo Gonzalo Serrano, poi ai -91 è riscattato Politt, ma in ogni caso erano sempre francesi e belgi a smuovere maggiormente le acque, e ci si è ritrovati ai -90 con un nuovo gruppetto avvantaggiatosi con 11 corridori. E chi ci stava dentro, ancora? Evenepoel. Intorno a lui Andrea Bagioli per l’Italia, ovviamente Politt che era già avanti, di nuovo Tratnik, poi Madouas, Powless, García Cortina, il danese Mads Würtz Schmid, l’olandese Dylan Van Baarle, il norvegese Rasmus Tiller e l’australiano Robert Stannard. Dato che dietro non si trovavano grosse squadre pronte a lavorare il margine è salito presto a 20″, con la Gran Bretagna che si è poi incaricata di tirare il plotone: in fondo aveva pur sempre un Tom Pidcock che poteva essere un fattore.

Remco ha continuato a forzare sui muri di Leuven, poi la città è stato abbandonata in direzione circuito delle Fiandre, vol. 2. Alla Francia l’azione degli 11 non andava benissimo, sicché ai -80 (quando il margine era salito a 35″) Cosnefroy ha provato a promuovere un nuovo contropiede dal gruppo: fuoco di paglia. Gli attaccanti sono andati fino a +40″, poi sul penultimo Smeysberg ai -70 Stannard e García Cortina si sono staccati; Cosnefroy è ripartito un’altra volta, marcato da Campenaerts, in gruppo non c’erano più di 60 corridori a questo punto, e tutti aspettavano ormai il Moskesstraat.

Qui ai -67 ha allungato Bagioli, frantumando il gruppetto, mentre nel plotone ha forzato il polacco Michal Kwiatkowski col belga Wout Van Aert alla ruota. Colbrelli rispondeva presente con Nizzolo, e faceva bella presenza nelle prime posizioni pure lo slovacco Peter Sagan e lo sloveno Tadej Pogacar. Usciti dal muro, davanti erano rimasti in cinque: con Bagioli c’erano Madouas, Van Baarle, Powless e ovviamente Evenepoel, 22″ il loro margine. Kwiato ha insistito dietro, ha raggiunto Politt che si era staccato dai primi, poi pure Tratnik, ma il gruppo si è rifatto sotto ai -65.

Il quintetto al comando certo non scherzava, ha continuato a spingere e ha riportato il vantaggio verso i 40″, e stranamente, pur avendo Remco davanti, il Belgio tirava pure dietro, a un ritmo regolare, certo, ma configurando scenari tattici tutti da interpretare. Come se gli stessi compagni di Evenepoel non pensassero fosse il caso di lasciar andare troppo via gli attaccanti: la conferma che Wout Van Aert aveva cartucce ottime da sparare.

Il Bekestraat ai -58, ha visto prendere l’iniziativa Julian Alaphilippe: il francese, campione uscente, ha prodotto una progressione sul pavé e il Belgio ha risposto bene con Wout Van Aert e Jasper Stuyven. In seconda battuta sono entrati pure Sonny e lo sloveno Matej Mohoric, e si è inserito pure il ceco Zdenek Stybar. Un secondo gruppetto col francese Florian Sénéchal, Pidcock, Nizzolo, Hoelgaard e Van der Poel è rientrato poco dopo, a formare un drappello di 11 uomini sulle tracce dei cinque battistrada, ormai vicini. Pogacar invece ha mancato l’appuntamento, pur  avendo provato ad agganciarsi in extremis.

Gli 11 hanno chiuso ai -53 sul quintetto di testa, il gruppo tirato da danesi, australiani e portoghesi non era lontano, appena 9″, ma la qualità di quelli davanti permetteva di spiccare il volo. L’ultimo ad accodarsi, svenandosi, è stato il danese Michael Valgren ai -51, e ciò ha portato a 17 il numero dei battistrada e ha pure tolto di mezzo la Danimarca tra quelli che inseguivano. Ricapitolando, davanti tre belgi (Remco, Wout e Stuyven, atleta di casa essendo proprio di Leuven), tre francesi (Julian, Madouas e Sénéchal), tre italiani (Sonny, Jack e Bagioli), due olandesi (Mathieu e Van Baarle) e i battitori liberi Powless, Stybar, Mohoric, Valgren, Hoelgaard, Pidcock. La crème de la crème.

Ai -49, sull’ultimo Smeysberg, Alaphilippe ha dato una vera e propria bordata, e Colbrelli ha risposto in maniera eccellente. Il tentativo è poi sfumato ma l’adrenalina viaggiava a mille, pure un alterco tra Sonny e Remco per un quasi contatto in discesa, dettagli che aggiungevano pepe al tantissimo pepe già sparso a piene mani su questa corsa memorabile. Com’era ovvio che fosse, il superdrappello ha preso il largo, 45″ ai -45, quando si dice la coerenza; dietro è giunta la resa, la corsa restava definitivamente nelle mani degli uomini al comando.

Evenepoel ha continuato a spingere a tutta a beneficio dei due compagni lì presenti, forse volendo anche indirettamente rispondere a Eddy Merckx, che aveva espresso perplessità sulla possibilità del ragazzo di essere un uomo squadra (forse dimentico di quanto Remco fece due anni fa sul circuito di Harrogate per Philippe Gilbert). Politt si è prodotto in un disperato tentativo di riemergere da dietro ai -42, ma subito si è trovato Campenaerts, Cosnefroy e lo sloveno Jan Polanc a chiudergli i rubinetti. Comunque i battistrada volavano a oltre 1′ di margine, pronti a rientrare in Leuven tra le fanfare.

Ai -37 un lungo conciliabolo tra Alaphilippe e il suo ct Voeckler preparava gli ultimi assalti napoleonici, in una fase in cui tutti, approfittando dell’arrivo delle ammiraglie, potevano fare il pieno di borracce e di incitamenti. Il penultimo passaggio dal traguardo, ai -31, segnava 1’50” sul gruppo.

Ai -26 quella Bestia di Remco ha finito la tantissima benzina che aveva e si è sfilato, e poco dopo sul Keizersberg è partito in progressione Bagioli, a cui sono andati dietro in sette: Nizzolo, Van Baarle, Stuyven, Powless, Hoelgaard, Madouas e Stybar, in pratica era il momento delle seconde linee; gli altri son rientrati nel giro di un chilometro, e ai -24 ci ha provato ancora Madouas per un attimo, dopodiché l’Italia ha ripreso con Nizzolo il controllo della situazione.

Sul Wijnpers ai -21.5 Madouas ha fatto una progressione che ha lanciato il nuovo assalto di Alaphilippe, Van Aert ha risposto con Stybar e Colbrelli a ruota, il francese ha preso margine e Wout a un certo punto ha smesso di inseguirlo; allora in contropiede è andato via Stuyven con Pidcock e Colbrelli, intanto si staccava definitivamente Bagioli. Ai 20 km il terzetto ha chiuso su Julian e son rientrati pure Van Baarle, Powless e Hoelgaard e poi gli altri, tranne Van Aert, Van der Poel e Valgren che restavano un passo dietro.

Ai 19 Alaphilippe ci ha riprovato con Powless e Nizzolo a tampinarlo, Stuyven tirava dietro ed è rientrato con Colbrelli sui tre di testa mentre dietro si guardavano. Un quintetto troppo interessante perché non ci fossero reazioni, e infatti WVA è andato a chiudere ai 18, riportando tutti sotto. Sul penultimo Sint-Antoniusberg ai -17.5 ancora Julian ha fatto una sparata delle sue, e stavolta ha fatto davvero il buco; Powless è stato il primo a tentare di tenerlo, senza successo; su di lui son risaliti Van Baarle, Stuyven e Valgren, niente Italia. Colbrelli ha tentato di rilanciare in vista dell’ultimo passaggio ai 15.6, laddove Alaphilippe è passato con 12″ sui primi inseguitori e 25″ sugli altri. Un margine importante, a questo punto della corsa.

Nizzolo ha dato tutto per provare a tenere in quota il gruppetto Colbrelli, ma intanto andava in scena una riedizione di Imola 2020, con Julian impegnato a tenere quel margine di pochi ma abbastanza secondi: come lo riprendi uno così?

Ai 10.5 Colbrelli ha provato a monetizzare il bel lavoro di Nizzolo, anche se la lepre era 35″ avanti: sul Keizersberg il bresciano ha fatto una sparata interessante ma nel suo gruppetto non c’erano energie sufficienti per nulla, del resto Sénéchal non tirava certo, Van Aert poteva dire di avere Stuyven davanti, e gli altri, compreso MVDP, vedevano da tempo le streghe, ragion per cui la reazione del terzo gruppetto è durata lo spazio della birra che Sonny aveva nelle gambe. Fuori anche loro a 9 km dal traguardo.

Restavano i quattro intercalati, ma pure il loro distacco aumentava secondo dopo secondo, mentre Alaphilippe toccava ormai con mano la seconda maglia iridata di fila. Dal terzo gruppetto è partito agli 8 km Madouas, su di lui è andato Hoelgaard, ma insomma si trattava di schermaglie ormai senza futuro.

Ai 6 km, sul Wijnpers, Valgren ha attaccato il gruppetto inseguitore, ormai a 30″ dal battistrada, Stuyven e Van Baarle hanno provato a chiudere subito mentre Powless ha faticato ben di più; dietro, una bella sparata di Pidcock arrivava decisamente fuori tempo massimo, comunque il britannico prendeva e superava Madouas e Hoelgaard. Ai 4.5 Stuyven e Van Baarle hanno ripreso il danese, poi si è riaccodato pure l’americano, la lotta per i due gradini del podio ai lati del trionfatore era più che mai aperta. Ai 4 km è partito Van Baarle e stavolta è stato Valgren a chiudere, per poi ripartire ai 3 km, e di nuovo è stato Stuyven a raggiungerlo, quindi i due si son rialzati e son rientrati di nuovo gli altri due.

Anche l’ultimo Sint-Antoniusberg ai 2 km non ha fatto differenze, per cui per le medaglie si sarebbe andati alla volata a quattro; Alaphilippe si è goduto meglio che poteva le ultime pedalate tra due ali di folla non necessariamente entusiaste (per il Belgio si profilava un tracollo epocale), ma l’impronta del campione non ha ammesso repliche da parte di chicchessia: Campione del Mondo per due anni di fila, come i grandissimi, e primo francese a riuscirci nella storia. Applausi, solo applausi.

A 32″ è arrivato il quartetto, Stuyven ha impostato la volata ma gli son mancati gli ultimi cinque metri, ed è stato superato sulla linea del traguardo da Van Baarle e Valgren: quarto posto per Jasper, Belgio giù dal podio, delusione al cubo per il milione e mezzo di tifosi sulle strade del Mondiale. Powless ha chiuso quinto, poi a 49″ è arrivato Pidcock, e a 1’06” Stybar, anche lui capace di staccare gli altri nel finale. Il gruppetto è arrivato a 1’18” con Van der Poel a precedere Sénéchal e Colbrelli, decimo davanti a un delusissimo Van Aert, Hoelgaard e Madouas. Ancora, a 4′ ha chiuso Mohoric, a 4’05” Nizzolo (15esimo), a 5’25” è arrivato Politt col canadese Guillaume Boivin e con Polanc, poi a 5’30” son passati Cosnefroy e Campenaerts, e a 6’27” il gruppo col norvegese Alexander Kristoff a vincere la volata del 21esimo posto; qui c’era anche Ulissi, 24esimo.

Pur restando a secco nella gara più attesa, l’Italia vince il medagliere della settimana iridata con tre medaglie d’oro (Filippo Ganna nella crono professionisti, Filippo Baroncini nella prova in linea Under 23 ed Elisa Balsamo in quella femminile) e un bronzo (la Mixed Relay), a riprova della bontà di un movimento che anche in periodi di magra riesce a fare di necessità virtù e a ottenere il massimo possibile.

Ora voltiamo pagina, ci resterà in mente a lungo (o per sempre) questa bellissima corsa ma è ora di guardare avanti: non c’è mica una certa Parigi-Roubaix domenica prossima?

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