Strade Bianche, un percorso per farci un po’ sognare

Una specialissima preview della corsa senese, corredata da altimetrie esclusive prodotte da Cicloweb e da un video con cui iniziamo la collaborazione con Pietre. La stagione entra nel vivo, lo spettacolo sarà come sempre all’altezza

La Strade Bianche è da tempo associata mentalmente allo slogan efficientissimo di “classica del nord più a sud d’Europa”, ma concedeteci di dire che è molto di più. È una corsa che non ha eguali per varietà e durezza del percorso e per capacità di portare i ciclisti al limite, annullando i segni della modernità per almeno 5 ore all’anno. Se il finale da tutti conosciuto, fatto di muri più o meno brevi e spesso sterrati, ha un sapore più o meno fiammingo, la verità è che nel suo complesso è anche una delle corse altimetricamente più esigenti di tutto il calendario, tanto da renderla appetibile anche a corridori come Bernal o Bardet. Una corsa adatta quasi a tutti, con l’unica necessità di avere un gran motore ed una grande voglia di soffrire.

In 184 km si percorrono 63 km di strade bianche (a cui vanno aggiunti alcuni tratti in lastricato, ad esempio l’ultimo km), che rendono la corsa toscana quella con il maggior numero di km fuori dall’asfalto; al contempo si superano circa 3400 metri di dislivello, pochi meno del tanto amato percorso comasco del Giro di Lombardia: insomma, è l’ibrido perfetto. Solo così si spiega come una corsa così “breve” (siamo ben lontani dai 200 km) possa creare distacchi così marcati e azioni da lontano. E forse solo ripercorrendola km per km si riesce a capire realmente come non ci sia mai modo di respirare ed è quello che cercheremo di fare nelle prossime righe, più sinteticamente possibile.

Fin dal km 0 si inizia a salire per raggiungere le località di Costafabbri e Costalpino e dopo appena un paio di km pianeggianti fa seguito la pedalabile salita verso Sovicille, quindi si raggiunge Rosia e l’imbocco del primo settore sterrato dopo 17 km, già zeppi di strappi, curve e controcurve. Non è un caso che la fuga spesso faccia fatica a partire visto che servono gambe per attaccare su questo tipo di terreno, considerando anche il gruppo non può concedere spazio essendoci molto poco terreno per inseguire successivamente; ecco come mai, soprattutto col brutto tempo, si iniziano a perdere pezzi fin dai primissimi settori. Se il primo (la Vidritta) è rettilineo e pianeggiante, ben diverso è il secondo (Bagnaia) imboccato dopo una ripida rampa in asfalto e esso stesso quasi interamente in salita: i 3 km al 6% di media tra Bagnaia e Grotti, sono irregolari (si supera almeno due volte il 10%) e sconnessi, fanno male, soprattutto se la fuga non si è ancora sganciata.

Tornati sull’asfalto non c’è respiro perché raggiungere Radi e l’imbocco del terzo settore si superano due tremende rampe in asfalto da ribaltamento, che hanno come unico metro di paragone le montagne russe; sicuramente non si respira nemmeno una volta entrati sullo sterrato, praticamente privo di pianura e chiuso da un’altra rampa di circa 600 metri, dove si sprecano le imprecazioni. Il gruppo non trova pianura fino alla fine del quarto settore (La Piana), quasi interamente in discesa. Praticamente in 55 km non c’è mai stato modo di respirare. Ecco perché proprio il successivo tratto in asfalto (il più lungo) è spesso l’unico adibito al rilassamento, nonostante sia spezzato dalla salita più lunga della corsa (seppur relativamente pedalabile) che porta al bivio per Montalcino in circa 5.5 km al 5.2%. Poco dopo si torna a ballare, salendo da Torrenieri a Bellaria ed imboccando il quinto settore (Lucignano d’Asso) con un’altra breve rampa da ribaltamento: è il settore più lungo, quasi 12 km, quasi tutto in vetta ad un crinale, scandito da continui saliscendi ed esposto al vento. Qui di solito il gruppo inizia a rincorrere con più forza i fuggitivi, allungandosi ed arrivando lanciatissimo al successivo settore di Pieve a Salti, uno dei più tecnici visto che è letteralmente diviso in due da una lunga discesa zeppa di curve.

Tornati a Buonconvento i corridori hanno di fronte l’ultimo tratto pianeggiante, dove è solitamente predisposto il rifornimento fisso, prima di entrare nel gran finale: dall’imbocco del settimo settore (San Martino in Grania) al traguardo mancano più di 70 km, eppure non ci sarà più pianura ed ogni momento potrebbe essere decisivo. È un settore quasi interamente in salita, ma ricco anche di tratti in discesa, utili per piazzare in 10 km altre tre rampe abbondantemente oltre il 10%. La successiva discesa in asfalto verso Asciano non può nemmeno essere definita discesa, visto che è tappezzata di “zampellotti” (o “rinzilli” si direbbe a Siena). Curva secca a sinistra e senza respirare si entra nel settore simbolo, Monte Sante Marie: lungo, tecnico, altimetricamente tremendo (per tre volte si raggiunge il 20%), un elettrocardiogramma traballante dove la sopravvivenza è l’unico obiettivo possibile. Di solito il gruppo esce da qui già distrutto e si sa più o meno chi potrà o meno giocarsi il successo finale.

I 20 km scarsi che portano al nono settore sono tutto tranne che semplici, scanditi da salite non troppo impegnative e discese tecniche (vi ricordate di Benoot che nel 2018 mise nel sacco tutti i favoriti attaccando sullo strappo di Curina e la successiva discesa?). A questo punto restano poco più di 20 km dove ogni punto è determinante: il nono settore è brevissimo ma altrettanto tremendo, visto che sale a Vico d’Arbia con rampe al 20%; un attimo dopo è il momento dell’infame rampa sulla strada di Pieve a Bozzone, perfetta per scatti a tradimento che in un paio di occasioni sono risultati decisivi.

Non c’è respiro per arrivare ai due punti focali della corsa, ovvero gli ultimi due settori di strada bianca: Colle Pinzuto, oltre ad essere sterrato, è una salita cattiva che parte ripida, ma poi spiana offrendo occasione per rilanci e progressioni; tornati sull’asfalto in località Minteliscai, la strada continua a salire per arrivare all’imbocco dell’ultimo settore, Le Tolfe, tremendo tanto per la breve discesa a rotta di collo quanto per l’iconica rampa in doppia cifra (pendenza massima ufficialmente segnalata al 18%). I km che restano sono una serie infinita di strappi, più o meno ripida che porta all’ultima discesa, preambolo del muro conclusivo. Se i giochi non fossero ancora fatti resta la rampa fiamminga di Via Santa Caterina, solitamente giudice inappellabile visto che il finale tortuoso nel cuore della Siena medievale non consente sorpassi (eccetto il povero Brambilla, probabilmente il più celebre “non-vincitore” di questa corsa).

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