La prima storica news di Cicloweb.it
La prima storica news di Cicloweb.it

Vent’anni, e ancora qualcosa da dire al mondo

Il 10 aprile 2002 internet accoglieva un piccolo sito di ciclismo: Cicloweb.it. Una lettera d’amore, d’odio, di progetti e di resistenza, a lui, da parte del suo fondatore

Caro Cicloweb, limortaccitua!

Potrei dirti che, proprio come fossi stato una moglie, ti sei preso i migliori anni della mia vita, mi hai incontrato che ero giovane, bello (oddio…), pieno di energia e di progetti, e pian piano ma inesorabilmente mi hai succhiato tutto dal di dentro, lasciandomi uomo di mezza età, acciaccato, disilluso, stanco e desideroso solo di una cosa: andare in pensione! Ma questo non è uno spettacolo di cabaret di terz’ordine, quindi questa cosa no, non te la dico.

Potrei allora dirti che, proprio come fossi stato un figlio, ti ho visto nascere, anzi proprio io ti ho fatto venire al mondo, e ti ho curato con tutto l’amore che potevo metterci, ti ho allevato, ho provato a correggere i tuoi sbagli e inevitabilmente ti ho trasmesso i miei, e sono stato orgoglioso dei tuoi traguardi e ho penato per le tue difficoltà, speranzoso per te in un futuro radioso e felicemente rassegnato all’idea che in un modo o nell’altro saresti stato destinato a sopravvivermi. Ma no, ora che ho davvero un figlio mi rendo conto che non è e non può essere la stessa cosa, mi dispiace, per cui anche questo non te lo dico. Stacci.

Potrei però dirti che, proprio come fossi stato un caro amico, ricordo con gioia ogni momento, ogni cazzata che abbiamo condiviso, le matte risate, le delusioni d’amore, le giornate trionfali e le cadute rovinose, e che non rimpiango nulla di quello che abbiamo fatto insieme anzi darei un braccio per rivivere tutto dal principio. Ma poi mi dico: “Rivivere tutto dal principio? Ma che, siamo scemi davvero?!”. E allora anche questo bel pensiero, abbi pazienza, non te lo dedico.

E nel non dirtele, queste cose, te le ho comunque dette, che poi era quello che volevo, tutto sommato. Non so perché ti scrivo in questi termini, non so perché uso la prima persona come se fossimo in un’intervista a Di Rocco, non so perché per celebrare te e i tuoi vent’anni parlo prima di tutto a me stesso, ma se una cosa l’ho imparata col tempo è che non tutto deve per forza essere spiegato.

Nessuno dice “vorrei tornare ai miei dieci, ai miei diciotto, ai miei venticinque anni”, ma tutti dicono “vorrei tornare ai miei vent’anni”. Che età iconica, eh! Quello che voglio dire è che te la devi godere, fregandotene nel caso di quello che sfugge al senso.

Con la pandemia ti sei ammalato pure tu, mi hai fatto preoccupare, pensavo che ti avrei perso ma evidentemente non mi son voluto arrendere a quest’idea. Non hai avuto una vita facile, non sempre perlomeno, e chissà se lo sarà in futuro. Ma chi può dirlo della propria, con certezza? In altri momenti mi sarei probabilmente lanciato in proclami, “e faremo questo e faremo quello”, ma oggi l’unica via che mi pare transitabile è quella della prudenza. “Chissà, noi ci proviamo, sia quel che sia”.

Abbiamo fatto nel tempo pezzi di strada con tanti amici che ti hanno amato e poi hanno preso il volo verso altre avventure, oggi ne abbiamo di nuovi che, con me, vogliono scrivere ancora tanti capitoli di questa storia iniziata il 10 aprile del 2002 e che ha ancora pagine da riempire. Vedremo come, le riempiremo; di sicuro sappiamo perché: perché ci piace da impazzire. Perché questo progetto un po’ bislacco e un po’ no merita di proseguire. Per i suoi pazienti lettori, per i suoi amorevoli forumisti, per i suoi immancabili detrattori. O per chi ci pare e basta.

Quando sei nato c’erano Armstrong e Pantani, oggi racconti di Pogacar e Van der Poel, è cambiato tutto ma non la tua voglia di offrire una visuale personale, particolare, al limite sghemba del ciclismo, ma sempre sincera e onesta. In quel 2002 Google e Wikipedia erano ai primi vagiti, in compenso non esistevano Facebook e Twitter, gli smartphone erano ancora nella fantascienza e si navigava a 56k. Internet era una prateria da colonizzare, oggi è una giungla inestricabile, e tu sempre lì a surfare sulle onde, ogni tanto prendendo quella giusta, talvolta andando sotto ma riuscendo sempre a rimettere la testa fuori. La testa, la cosa più importante. Da tenere sempre alta.

Hai saputo innovare e rinnovarti, e allo stesso tempo hai mantenuto un tuo inveterato tratto rétro che ti rende così oggetto misterioso per molti, non da tutti compreso e comprensibile, ma c’è ancora tempo per raggiungere anche i più ostici, per conquistare il mondo eventualmente, o anche solo per non andare da nessuna parte, o forse solo mezza volta al mare, in un giorno di riposo del Tour de France. Non importa. In qualche modo il tuo posto, finché ne avrai voglia, saprai trovarlo.

Vai Cicloweb, limortaccitua, vai tranquillo che non te li richiedo indietro questi venti anni che ti ho dato, quanto mi sei costato! E quanto mi hai dato. Mi hai reso felice e mi hai sconfitto, mi hai appagato e mi hai stroncato, mi hai fatto viaggiare e mi hai tenuto inchiodato sempre alla stessa seggiola, giorno dopo giorno, articolo dopo articolo, Roubaix dopo Roubaix, titolo scemo dopo titolo scemo, invenzione geniale dopo invenzione geniale. Mi hai dato le ali, mi hai dato leali (amici, tanti), mi hai dato tutto e tutto ti sei preso, e io qui, come il primo giorno, ad aspettare la prossima corsa, la prossima novità, il prossimo disco ad accompagnare le mie ore con te, la prossima birra, la prossima madonna e la prossima intuizione. Che intuizione che sei stato, Cicloweb mio. Limortaccitua, ti voglio bene.

Marco

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