Corridori e staff della Bora-Hansgrohe festanti sul palco di Verona © AFP/SID/Luca Bettini
Corridori e staff della Bora-Hansgrohe festanti sul palco di Verona © AFP/SID/Luca Bettini

Bora, una squadra da cui imparare

Ripercorriamo l’evoluzione del team tedesco dalla fondazione agli anni di Sagan, fino alla recente affermazione come corazzata nelle corse a tappe

C’era una volta il team NetApp, squadra tedesca di cui si sapeva poco o nulla, che vedeva la sua nascita nel 2010 per poi divenire autrice di una crescita costante che, nell’ultimo decennio, l’ha portata ad evolversi entrando di diritto tra le grandi del panorama internazionale, fino alla recente consacrazione con il trionfo al Giro d’Italia. Ma proviamo a riavvolgere il nastro partendo dalle origini.

Come accennato, il team nacque nel 2010 sotto forma di squadra Continental, per volontà del giovane manager bavarese Ralph Denk, con un breve curriculum da corridore nelle categorie giovanili, affiancato dal novello direttore sportivo Enrico Poitschke, ex professionista tedesco, a cui venne da subito affidata la responsabilità della parte tecnica.  Si trattò di un inizio relativamente in sordina, di sicuro meno rumoroso di molti progetti che si sono poi verificati, si stanno tuttora verificando, e altri di cui si vocifera in questi tempi, ma la concretezza è stata grande protagonista sin dai primi mesi di vita. Tra i primi 14 corridori di quel lontano 2010 troviamo il cronoman ceco Jan Barta, lo specialista delle classiche belga Dimitri Claeys, il veloce tedesco Michael Schwarzmann e Cesare Benedetti. Tutti corridori di cui, pur senza essere fenomeni, si sarebbe sentito parlare negli anni successivi. Ed infatti i risultati, commisurati alle circostanze del caso, non tardarono ad arrivare, con la squadra tedesca che guadagnò immediatamente sul campo la promozione nella categoria Professional.

Nel 2011, primo anno da Professional, entrarono a far parte della squadra, tra gli altri, due nomi poi ben noti come Daryl Impey e Leopold König, con quest’ultimo che avrebbe rivestito un ruolo centrale nello sviluppo della squadra, centrando subito un secondo posto in classifica generale del Giro d’Austria come risultato di spicco. Arrivarono così anche i primi inviti a corse di assoluto livello, come la Parigi-Roubaix ed il Tour de Suisse. Ma è solo l’inizio. Una prima, importante, svolta è datata 2012, anno in cui l’allora direttore del Giro d’Italia Michele Acquarone decise di concedere la Wild Card alla formazione di Denk, tra lo stupore e l’indignazione del pubblico nazionale. L’assenza di nomi di spicco, nessun apparente motivo di generare appeal mediatico, nessun risultato eclatante ottenuto fino a quel momento furono tra i motivi di maggiore perplessità. Eppure la NetApp fu autrice di un Giro offensivo e che portò i propri scudieri ad essere spesso protagonisti con fughe da lontano e piazzamenti raccolti qua e là, tra cui spicca il secondo posto del veterano polacco Bartosz Huzarski nella tappa di Assisi. Le polemiche si ridimensionarono così nel giro di poco tempo.

La storia della squadra però è un crescendo unico di cui si accorsero anche ASO e la sua sottoposta Unipublic, società rispettivamente organizzatrici di Tour de France e Vuelta a España. E così nel 2013 arrivò l’invito alla Vuelta, seguito nel 2014 dalla chiamata al Tour. Grande protagonista di questa doppia spedizione fu senz’altro Leopold König, che riuscì a farsi conoscere dal grande pubblico con un nono posto nella corsa spagnola seguito dal settimo alla Grande Boucle. Il talento ceco riuscì a confermarsi poi nel 2015 quando, passato al Team Sky, concluse il Giro d’Italia in sesta posizione. Di lì in poi la sua carriera subì un rapido declino che lo portò a scivolare nell’anonimato più totale e, dopo essere tornato nella squadra di Denk nel 2017, si ritirò l’anno successivo senza riuscire mai a riprendersi da problemi fisici e non solo, terminando così in modo triste una carriera che sembrava destinata a riservargli molte più soddisfazioni. Ma nonostante le vicissitudini relative al proprio uomo più rappresentativo il team continuava a crescere in numero, struttura economica (con la co-sponsorizzazione dell’azienda inglese Endura) e acquisizioni importanti nel roster. Entrarono in squadra corridori che negli anni successivi avremmo visto protagonisti sui palcoscenici più importanti del ciclismo internazionale: tra questi i giovani Sam Bennett, Patrick Konrad e David De la Cruz.

Dopo due altre stagioni di transizione, in cui NetApp cedette il passo a Bora, azienda tedesca di accessori per cucine, la svolta decisiva arrivò nel 2017, anno del grande passo nel WorldTour. Entrava come nuovo co-sponsor Hansgrohe, che dava così origine alla denominazione di Bora-Hansgrohe ancora in vigore e che, alla luce di un recente rinnovo, lo sarà almeno fino al 2027. Ma il netto passo avanti fu in gran parte rappresentato da un innesto a dir poco eclatante: parliamo ovviamente dell’allora campione del mondo Peter Sagan, mentre per le salite ci si continuava ad affidare alla crescita dei propri giovani e al neoarrivato Rafal Majka. L’investimento Sagan si rivelò immediatamente vincente con lo slovacco nei migliori anni della propria carriera che conquistava vittorie e piazzamenti ovunque corresse e si riconfermava campione del mondo per la terza volta consecutiva. Cominciava quindi una lunga fase che potremmo definire di stabilizzazione, che ha portato il team negli anni successivi, 2021 compreso, ad imporsi come squadra tra le più solide del WorldTour nelle volate (grazie anche alle affermazioni di Pascal Ackermann e Sam Bennett) e nelle classiche, ruotando ovviamente attorno a Sagan e alla crescita di Maximilian Schachmann. Le classifiche generali dei grandi giri hanno sempre rivestito minore importanza, con il solo quarto posto di Buchmann al Tour 2019 come piazzamento di rilievo, facendo sì che in questo lasso di tempo si parlasse infatti spesso di una squadra Sagan-centrica, ovvero accusata di basare il proprio successo esclusivamente intorno alle imprese dello slovacco.

Ma eccoci ai giorni nostri, con il passaggio dal 2021 al 2022 che ha segnato una rivoluzione tanto radicale quanto quella del 2017. Un Peter Sagan in fase calante, dopo aver scelto per due anni il Giro d’Italia come principale obiettivo, passa alla TotalEnergies. Parte anche Pascal Ackermann accasandosi alla UAE, con i grandi sprint affidati al solo Sam Bennett, di rientro dopo due stagioni alla Deceuninck di Lefevere. Di contro, una campagna acquisti senza precedenti più per caratteristiche che per numeri: arrivano, su tutti, Aleksandr Vlasov, Jai Hindley e Sergio Higuita. Con questi nuovi innesti di scalatori dal sicuro talento (e desiderosi di raggiungere presto una consacrazione definitiva) si viene dunque a creare una squadra dalla incredibile completezza; con diversi corridori in grado di vincere su qualsivoglia terreno, dalle classiche delle pietre alle Ardenne, includendo le volate e, da ora, anche i grandi giri.

I primi mesi del 2022 sono stati in tal senso emblematici. Aleksandr Vlasov è stato autore di una primavera strabiliante ed ora è pronto all’assalto al podio del Tour de France, mentre si è deciso che la selezione al via del Giro d’Italia dovesse essere, per la prima volta nella storia del team, tutta orientata sulle ambizioni di classifica generale. Sulla carta quello della Bora-Hansgrohe partito da Budapest era un tridente composto da Kelderman, Hindley e Buchmann, con il primo leggermente più avanti nelle gerarchie degli altri due. Presenti poi in squadra altri ottimi elementi come un ritrovato Lennard Kämna e due scalatori puri come Giovanni Aleotti e Ben Zwiehoff a completa disposizione dei capitani. Come tutti abbiamo visto, sin dal Blockhaus viene delineandosi nettamente la situazione tra i tre capitani: Kelderman cede ed esce di classifica, Buchmann non brilla e resta nel limbo, mentre Jai Hindley lotta con i migliori vincendo la tappa: il capitano è lui. Non passa nemmeno una settimana e la tappa di Torino sancisce definitamente il cambiamento che dà origine a questo articolo: la Bora-Hansgrohe sferra un attacco di squadra ad 80 km dal traguardo, sgretola il gruppo rendendo di fatto la tappa una corsa ad eliminazione, con il brillante Hindley che si ritrova al secondo posto in classifica generale provvisoria. Durante l’ultima settimana poi spetta a Jai il decisivo lavoro di distanziare la maglia rosa Carapaz, cosa che avviene solo nella penultima tappa sul Fedaia, dove però si rivela fondamentale il lavoro di Kämna nel momento decisivo.

Com’è andata a finire poi lo sappiamo tutti: un Hindley ritrovato dopo i fasti del 2020 conquista la Corsa Rosa, e tutta la Bora-Hansgrohe sale sul podio a celebrare lo storico successo. Siamo dunque giunti al termine del racconto, che ci ha portato a percorrere rapidamente i dodici anni dalla fondazione di un piccolo team Continental alla consacrazione come corazzata su tutti i terreni con la vittoria del primo grande giro, proprio mentre la squadra ha dovuto affrontare il decisivo passo in avanti salutando Sagan. Se però c’è una cosa che non è mai mancata in questi anni questa è certamente la progettualità: non si arriva infatti a scalzare grandi team con budget nettamente superiori per caso, è necessario un lavoro mirato con obiettivi concreti, graduali e tangibili, uno scouting avanzato ed una visione a lungo termine, come testimoniano i numerosissimi talenti usciti o che stanno uscendo dalle file del team. Tutti aspetti su cui la Bora-Hansgrohe di Ralph Denk ha ben pochi rivali. Il primo grande giro è stato appena vinto, ma attenzione, perché probabilmente non sarà l’ultimo.

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