
Ritratto inedito di un talento: intervista a Giulio Pellizzari
Una chiacchierata con il giovane marchigiano in cui abbiamo ripercorso la sua carriera fin da quando era un bambino che si staccava in pianura, ma anche ricca di aneddoti sul presente
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Giulio Pellizzari è ormai senza ombra di dubbio un cardine del nostro movimento, non solo perché porta risultati, ma anche - se non soprattutto - per il modo di porsi che sta conquistando lentamente il pubblico, in particolare tra i più giovani. Con grandissimo nostro piacere, ci ha concesso una lunga intervista in cui, verrebbe da dire, è sembrato esattamente sé stesso. La frase in sé è lapalissiana, ma è esattamente il miglior modo di provare a presentarlo: appena connesso compare sciallo e rilassato sul letto col sorriso di chi fa il mestiere più bello del mondo e non sente per niente il peso degli effetti collaterali; forse è addirittura più a suo agio lui di chi gli fa le domande e appare assolutamente spontaneo, come d’altronde accade ogni volta che si ha occasione di scambiarci quattro chiacchiere.
Con queste premesse abbiamo riavvolto il nastro fino a quando era un bambino inconsapevole di tutto quello che gli sarebbe capitato, per ricostruire prima il suo passato e poi il suo presente, cercando di capire come nasce un talento e come lo si tutela. Nessuno è uguale a qualcun altro nel mondo e allo stesso modo nel ciclismo non esiste un unico modo di emergere; tuttavia senz’altro raccontare meglio la storia di Giulio e capire a grandi linee come si costruisce una sua stagione adesso che è uno dei pezzi più pregiati di una delle squadre più blasonate consente di mettere in risalto una narrazione alternativa rispetto a quella un po’ angosciante di un’incontrovertibile ricerca del talento precoce. Quello che inizialmente doveva essere un ritratto più o meno completo di un ciclista, relativamente simile a tutti gli altri, è forse diventato, senza che questo fosse stato programmato dal sottoscritto, anche un messaggio di speranza e una conversazione per tanti aspetti pedagogica, che un passo alla volta mi ha allontanato da molte di quelle che ora sono consuetudini imperanti nel mondo del ciclismo. Un disinteresse nei confronti delle mode che a un certo punto, come vedrete, Giulio ha dichiarato piuttosto esplicitamente.
Non è mai troppo tardi

Giulio, partiamo letteralmente dall’inizio. Quando hai iniziato a correre?
Ho iniziato a 7 anni, da G2.
Però i primi risultati sono arrivati soltanto al secondo anno tra gli allievi; come andavi prima?
Ero molto piccolo, indietro con lo sviluppo, mi staccavo in pianura. Da esordiente primo anno addirittura credo di non aver finito nemmeno una corsa, poi un po’ meglio da secondo anno. Il vero salto nella crescita l’ho fatto da allievo.
Quando hanno iniziato ad arrivare i risultati c’è qualcuno che ha pensato da subito che questo potesse essere il tuo potenziale, o magari lo ha sperato e te lo ha confessato anni dopo?
Da esordiente secondo anno sono andato a correre all’U.C.Foligno ed ho trovato Massimiliano Gentili. È stato uno dei primi a credere in me, anche quando non arrivavano i risultati; vedeva qualcosa in me in salita che negli altri non vedeva e sapeva che prima o poi sarei venuto fuori. Magari non si aspettava che arrivassi così in alto, ma probabilmente ci sperava. Siamo ancora in ottimi rapporti.
Il lettore mi scuserà se intervengo adesso per fare un’osservazione a titolo personale: che Massimiliano Gentili fosse colui che ha costruito Pellizzari nelle categorie giovanili era cosa già nota, quello che invece non si dice quasi mai è che in pochi anni Giulio si è trasformato da uno degli ultimi del gruppo a uno dei più forti in Italia. È esattamente uno dei quei casi a sviluppo lento, di cui si parla sempre in modo astratto e molti pensano essere un miraggio ma in verità esistono in gran numero e rischiano di scomparire se non li tuteliamo. In questa prospettiva il ruolo di Gentili, che in un movimento in perfetta salute dovrebbe apparire ordinario e scontato, è invece da sottolineare e gridare al mondo: senza il pregiudizio dei risultati precedenti, ha dato il massimo per tirare fuori il meglio da un ragazzo che a un osservatore distratto sarebbe sembrato uno di quei tanti ragazzi destinati a smettere di correre molto presto. Ed è senz’altro anche per questo che Giulio ne fa sempre menzione e, come ha ricordato lui stesso, continua a frequentarlo con affetto.
Da junior sono arrivati i risultati importanti, già al primo anno nonostante il Covid abbia sconquassato la stagione.
Da junior primo anno ho iniziato ad andare forte anche in gare importanti. A causa del Covid si correva poco, c’era praticamente una gara alla settimana e quindi si incontravano sempre i più forti. Nonostante la concorrenza a fine anno andavo bene e mi sono divertito, come poi ho fatto l’anno seguente.
E così è arrivata l’offerta dalla Bardiani: ti hanno fatto un test prima di prenderti o hanno scelto sulla base dei tuoi risultati?
Nessun test, sono stato contattato nel corso della stagione per i risultati che avevo fatto e il 16 giugno sono andato a Reggio Emilia a firmare il contratto.
Qui sta un’altra piccola anomalia, almeno rispetto a quello che si sente dire in giro: un allievo oggi è già ossessionato dall’idea che prima o poi dovrà fare un test per trovare un procuratore o entrare in una devo e che lo prenderanno solo se dal test escono numeri sufficientemente elevati. La Bardiani invece ha riconosciuto il talento – o almeno ha calcolato un’elevata probabilità che Giulio lo fosse – con il bistrattato occhio del tecnico, la cui esperienza suggerisce che uno che è passato da 0 risultati a fare podio nelle internazionali andando più forte ogni anno ha probabilmente ancora del margine. Come vedremo tra un attimo anche in casa Red Bull sono ben consapevoli di questo e il limite di Giulio non lo conosciamo ancora, com’è giusto che sia a 22 anni, soprattutto per un corridore diesel come lui.
Il Giulio del presente

Venendo alla tua vita da professionista, partiamo ancora una volta dall’inizio, da un argomento molto dibattuto come la pausa invernale. Quanto è importante?
L’off season è un punto fermo. Secondo me è addirittura uno dei momenti più importanti dell’anno. Quest’anno mi sono fermato ancora più del solito: sono stato 5 settimane senza fare attività e poi come mio solito sono ripartito a fine novembre con due settimane a Livigno in cui faccio sci di fondo. Poi mi sono pure ammalato e ho ritardato l’inizio della preparazione di un’altra settimana, andando direttamente in ritiro con la squadra. Alla fine non ho toccato la bici per oltre un mese e mezzo.
A proposito di preparazione, senza pretendere di saperla nel dettaglio, raccontaci qualcosa.
All’inizio facciamo pedalate di poche ore tranquille per riprendere il feeling con la bici, poi però incominciamo abbastanza presto a inserire lavori in Vo2max o comunque ad alta intensità. La preparazione è praticamente del tutto in mano alla squadra; sono seguito da un uomo di grande esperienza come Sylwester Szmyd: cerca di informarsi ed aggiornarsi costantemente ma sempre secondo il suo modo di vedere, senza farsi condizionare troppo dalle mode che irrompono.
[gli strappo un sorriso dicendogli che per me è praticamente una sorta di idolo di infanzia, in quanto locomotiva del trenino Liquigas in salita]
Parlavi di ritiri, quanti ne avete fatti fin qui?
Abbiamo fatto il primo a dicembre a Maiorca e adesso siamo da due settimane sul Teide; restiamo un’altra settimana, poi debutto subito dopo alla Valenciana che inizia il 4 febbraio.
Programma e obiettivi sono già definiti nel dettaglio?
Sì, sicuramente l’obiettivo principale sarà il Giro. Però farò anche tante altre belle gare: quest’anno vorrei cercare di vincere e soprattutto di portare a casa una classifica generale di una breve corsa a tappe sia prima che dopo il Giro.
A tal proposito sarai alla Tirreno-Adriatico, che è appena stata appena presentata. Ti piace la tappa in casa a Camerino?
È molto dura, anche se magari per le mie caratteristiche sarebbe stata meglio una salita più lunga di almeno 20 e 30 minuti. Però il muro ripetuto più volte spero che faccia venir fuori le doti di resistenza. Vorrei essere competitivo visto che passo a 50 metri da casa. Sarò alla Tirreno con Primoz e Jay [Roglic e Hindley ndr.] e partiremo tutti e tre come leader. Ci dovrebbe essere Del Toro e quando c’è un corridore così in una squadra così possiamo solo cercare di star lì e trovare il momento giusto per fregarlo. Ma vediamo, evitiamo di partire in quinta.
Visto che vi allenate insieme potete mettervi d’accordo e dividervi i traguardi.
[Ride] Fosse così facile…
Il percorso del Giro invece lo hai visto?
Non molto. Ho visto qualcosa ma me lo studierò più avanti. Sicuramente andrò a provare il Blockhaus che è abbastanza vicino a casa, ma non ho mai avuto occasione di scalarlo. Probabilmente faremo qualche ricognizione con la squadra anche prima della Tirreno.
A proposito di Blockhaus, l’idea di affrontarlo dopo quasi 250 km ti spaventa o ti stuzzica?
Per le caratteristiche che ho io, è sicuramente meglio così. Vengo fuori con la distanza e il fatto che una salita così lunga venga dopo 6h di tappa è senz’altro a mio favore.
Tornando alle ambizioni di vittoria, l’anno scorso alla Vuelta hai dimostrato di saper vincere e anche bene. Pensando a come sta cambiando il ruolo del direttore sportivo – per ultime in ordine cronologico vengono in mente le parole di Sacha Modolo al TriCiclo Podcast – quel giorno sei partito d’istinto o dalla macchina ti hanno detto che quello era il momento buono?
È arrivato un input dall’ammiraglia e inoltre sapevamo già da prima che dovevamo provare a metà salita se c’era spazio per farlo. Per quella che è stata fin qui la mia esperienza vedo che in questa squadra si curano molto le tattiche e i direttori sportivi hanno ancora in mano la squadra. Ci confrontiamo costantemente e si occupano molto degli aspetti tecnici.
I punteggi vincolano le tattiche, o si cerca di vincere costi quel costi?
Per squadre come questa il problema dei punti è relativo, per cui conta molto di più la visibilità. Tra un sesto o un ottavo posto non cambia molto, mentre se mostri la maglia sul podio di un Grande Giro o di una classica monumento fa la differenza. Si cerca il risultato massimo, chiaramente quando si è in grado di farlo. Il modo in cui Yates e la Visma hanno ribaltato il Giro mi sembra che lo confermi.
Una curiosità da cui non possiamo trattenerci: hai conosciuto Evenepoel?
Abbiamo fatto cinque giorni insieme a Salisburgo già ad ottobre con la squadra. Purtroppo a Maiorca sono arrivato dopo essere appena guarito, perciò mi sono allenato molto da solo. Però ho avuto modo di frequentarlo a tavola e sembra un ragazzo bravo, che sa quello che vuole. Sono contento di correre con lui alla Valenciana e spero che possa riaccadere in futuro anche se per ora non ci sono altre gare in comune in programma.
Con che ruolo sarai alla Valenciana?
Per Evenepoel sarà già la seconda gara mentre per me sarà la prima, perciò sarò a sua completa disposizione. Peraltro c’è una cronometro di quasi 20 km e nessun arrivo in salita, quindi vado prevalentemente per mettere su un po’ di gamba in vista delle corse successive, soprattutto Tirreno e Tour of the Alps.
Margini ancora da giocare
Ti abbiamo visto andare bene a cronometro l’anno scorso, ci hai lavorato ulteriormente?
Sono stato in galleria del vento con la squadra a San Francisco. Anche oggi ho fatto qualche lavoro con la bici da crono. È una disciplina in cui più si prende confidenza con il mezzo e più si va forte. Sono contento di quello che sto facendo e sono sicuro che i risultati arriveranno. L’anno scorso ho potuto fare bene solo quella di Tirana al Giro, mentre in Toscana dovevo gestirmi per ordini di scuderia, anche se poi andai bene anche lì senza dare il massimo. C’è stata anche quella della Vuelta, ma veniva il giorno dopo che avevo vinto e la notte non avevo dormito. Quest’anno invece troverò cronometro sia alla Valenciana che alla Tirreno e potrò testarmi prima di arrivare al Giro.
Sul tuo terreno prediletto invece come ti senti?
Per ora mi sento bene, sto migliorando ulteriormente rispetto all’anno passato e spero di continuare così.
A sensazione tua, quanto pensi di poter crescere ancora?
Vedendo come sto crescendo negli ultimi anni credo che il mio limite sia ancora da scoprire. La crescita continua ma facciamo tutto per gradi, senza arrivare al limite. Ho ancora tanti margini a partire dal peso e dall’allenamento. Sarà il tempo a dirci fin dove posso arrivare.
Raccontaci qualcosa di più sull’alimentazione
Per ora me la vivo bene. Sembro magro ma qualcosa c’è da migliorare… mi piace mangiare. Per ora faccio quello che c’è da fare ma senza diventare matto; il giorno in cui mi chiederanno di limare qualcosa lo farò.
In corsa invece? Usate quasi esclusivamente alimenti liquidi oppure vi affidate anche al solido?
Noi mangiamo tanto anche solido. Personalmente magari vado tutto liquido in tappe brevi, ma in corse più lunghe uso il liquido prevalentemente nelle ultime due ore dopo aver usato il solido nelle ore precedenti.
In chiusura, quanto tempo riesci a trascorrere a casa?
Da un anno sto a San Marino e riesco a tornarci abbastanza di frequente. Chiaramente mi è più difficile tornare invece a casa mia nelle Marche.
Nel tempo libero, ad esempio nel mese che hai fatto senza bici in inverno, cosa ti piace fare?
Mi piace dormire. [Stavolta scoppio a ridere io] Niente di particolare, uscire con gli amici, fare qualche serata visto che non si può fare durante l’anno e niente più.
Direi che non c'era miglior modo di chiudere questa chiacchierata con l'ultima esilarante confessione. C'è tutta la schiettezza di un ragazzo con cui si parla sempre con piacere e a cui non si può che augurare il meglio, tanto per il 2026 quanto per le stagioni che verranno.
