
Addio a Carmine Castellano, ha portato il Giro d'Italia nella contemporaneità
L'avvocato sorrentino aveva 89 anni. Fu direttore della corsa rosa per 13 edizioni, raccogliendo il testimone da Vincenzo Torriani
Patron: una parola che non s'usa più nel ciclismo contemporaneo, in cui l'organizzazione delle grandi corse a tappe e delle classiche è affidata a gruppi di lavoro che seguono logiche quasi sempre manageriali. Tuttavia, c'è chi ha interpretato il suo ruolo con passione e vero amore per le due ruote: Armando Cougnet, Vincenzo Torriani e - dall'altra parte delle Alpi - Henri Desgrange e Jacques Goddet. A questa categoria di gentiluomini apparteneva a pieno titolo anche Carmine Castellano, scomparso a 89 anni nella sua casa di Sorrento (Napoli), dov'era nato il 7 marzo 1937.
In memoria di Carmine Castellano
Avvocato di nome e di fatto, Castellano inizia la sua storia in rosa nel 1974: Torriani gli affida il compito di disegnare la quarta tappa del Giro d'Italia, da Pompei a Sorrento. Il chilometraggio è piuttosto ridotto, ma le scalate ad Agerola e al Monte Faito si prestano a imboscate e colpi di mano. Ne approfitterà lo spagnolo José Manuel Fuente, che si involerà tutto solo verso la vittoria e la maglia di leader dopo una splendida azione solitaria. Dal canto suo, Eddy Merckx accusa un passaggio a vuoto sulle rampe più dure del Faito: una nutrita pattuglia di italiani - capitanata da Felice Gimondi e Francesco Moser - lo attacca, ma il Cannibale riuscirà comunque a limitare le perdite nel finale.
«Niente male», avrà pensato tra sé e sé lo storico organizzatore del Giro. Che, da quel momento in avanti, affiderà a Castellano il compito di disegnare le tappe nel Mezzogiorno d'Italia. L'anticamera per la promozione a direttore della «festa di maggio» e delle altre corse organizzate da «La Gazzetta dello Sport»: il passaggio di consegne avviene ufficialmente nel 1993, quando Torriani è ormai minato dalla malattia che lo porterà alla morte tre anni più tardi, ma Castellano è il patron in pectore già dal 1989.
Un innovatore gentile
Sotto la sua direzione, il Giro d'Italia cambia pelle: se il predecessore aveva accettato sfide spesso impossibili - una su tutte: l'arrivo della cronometro individuale del Giro 1978 nel cuore di Venezia, grazie a un complesso sistema di passerelle che consentì ai corridori di raggiungere Piazza San Marco - Castellano sceglie di conciliare la tradizione con la modernità. Grazie al suo intuito, la corsa rosa scopre cime di grande fascino, come il Passo del Mortirolo (che debuttò nel percorso dell'edizione 1990), il Monte Zoncolan (proposto per la prima volta nel 2003) e il Colle delle Finestre (anno di grazia 2005) con i suoi sterrati che oggi sono pressoché consuetudine nelle gare a tappe e nelle corse in linea.
Memore della lezione di Torriani, l'avvocato sorrentino rilanciò l'immagine internazionale del Giro, allestendo tre Grandi Partenze dall'estero tra il 1996 e il 2002: l'abbinamento tra il centenario della «Gazzetta» e il primo secolo di vita dei Giochi olimpici estivi portò la carovana sulle strade della Grecia. E, dopo aver eletto Nizza a prima capitale del Giro 1998, Castellano ripropose la formula dell'Eurogiro sperimentata da Torriani nel 1973 per omaggiare l'avvento della moneta unica: la città olandese di Groningen tenne a battesimo l'edizione 2002, che attraversò anche Germania, Belgio, Lussemburgo e Francia prima di rientrare in territorio italiano.
Castellano lasciò il segno anche nei rapporti con la televisione: fino al 1992, il Giro d'Italia fu trasmesso ininterrottamente dalla RAI, che si limitava tuttavia a seguire l'ultima ora di corsa, regalando a fine tappa qualche scampolo di notorietà a sindaci e assessori pronti a tessere le lodi di sé stessi. Le cose cambiarono radicalmente dal 1993: il dirigente napoletano fu tra gli artefici dell'accordo quinquennale con le reti Fininvest, che avrebbero cambiato per sempre il modo di raccontare e seguire il Giro. Una lezione anche per il servizio pubblico, che tornò a seguire la grande gara di primavera dopo un lustro trascorso in cattività, dedicandole finalmente l'attenzione che meritava.

Suo malgrado, Castellano fu più volte costretto ad affrontare una tempesta chiamata doping: la mente corre immediatamente allo sciopero del gruppo dopo il blitz dei Nuclei antisofisticazioni negli alberghi di Sanremo (anno 2001) e agli scandali in serie che si abbatterono sull'edizione 2002, ricordata per gli arresti di tre corridori (Nicola Chesini, Domenico Romano e Domenico Varriale) e le esclusioni eccellenti di Stefano Garzelli e Gilberto Simoni. Senza dimenticare i fatti di Madonna di Campiglio 1999, quando l'incontrastato padrone della corsa, Marco Pantani, finì fuori corsa per ematocrito alto.
Anni difficili anche per la perdurante assenza delle grandi squadre internazionali sulle strade del Giro, che visse nei primi anni Duemila una fase di oggettivo declino dopo un'epoca di grande prestigio, nobilitata dalla partecipazione di tutti i principali interpreti dei GT (in testa Miguel Indurain, ancora oggi l'ultimo ad aver vinto due edizioni consecutive del Giro), senza dimenticare un fuoriclasse a tutto tondo come Laurent Jalabert, in gara nel 1999. Ciononostante, l'Avvocato tenne a battesimo almeno un paio di campioni che avrebbero occupato a lungo la scena: Cadel Evans - che si rivelò al grande pubblico nel 2002, indossando la maglia rosa per un giorno prima di crollare sul Passo Coe - e Damiano Cunego, vittorioso nel 2004 al termine di una memorabile sfida in famiglia con Simoni.
Il Giro è stata la sua creatura, certo, ma Castellano è stato l'uomo-macchina di tutte le corse che appartengono a tutt'oggi alla galassia RCS, inclusa quella Tirreno-Adriatico che passò sotto l'egida del quotidiano rosa nel 1997. Senza dimenticare, infine, l'amore per la pista, culminato con il ritorno della 6 giorni di Milano dal 1996 al 1999. Sì, Carmine Castellano da Sorrento ha amato il ciclismo fino in fondo: era l'ultimo dei patron.
Alla famiglia le condoglianze della direzione e della redazione di Cicloweb.
