Jacopo Guarnieri
Professionisti

Guarnieri, oggi e domani. La nuova vita di Jacopo, professione ultimo uomo

A poco più di un anno dal suo ritiro, abbiamo fatto una chiacchierata con l’ormai ex corridore di Liquigas, Astana, Groupama-FDJ e Lotto, partendo della sua nuova attività, parzialmente ostacolata dalla burocrazia

Ripubblichiamo su Cicloweb, nelle modalità tradizionali, l'intervista a Jacopo Guarnieri, che apriva il secondo numero di Muri || la Newsletter breve ma intensa di Cicloweb. Iscriviti qui per leggere in anteprima i nostri contenuti, ricevendo la nostra newsletter sulla tua casella email ogni martedì!


 

«Se non esisti su internet e sui social media, ormai non esisti del tutto». Da quando Jacopo Guarnieri ha aperto i profili social della sua agenzia, la Freckle Sport Management, gli sono arrivate tante chiamate: «La compagnia è già attiva da un anno e mezzo, dal momento in cui mi sono ritirato, ho pure frequentato tante gare nell’ultimo anno, però mi ha fatto sorridere che anche tanti ex colleghi, solo negli ultimi giorni, mi hanno contattato per dirmi: “che figo, bello, non lo sapevo!”». Tra coloro i quali hanno pensato a Guarnieri in questi giorni, ci siamo anche noi, che abbiamo colto l’occasione per fare una bella chiacchierata con lui, 38 anni compiuti lo scorso 14 agosto, sulla sua nuova vita e sul ciclismo. Perché sì, Jacopo e il ciclismo non si sono mai lasciati, non ancora perlomeno, e non lo faranno nemmeno nel futuro prossimo.

Il logo di Freckle, l'agenzia fondata da Jacopo Guarnieri
Il logo di Freckle, l'agenzia fondata da Jacopo Guarnieri

La filosofia alla base di una nuova avventura

Perché hai deciso di fare l’agente, nella tua nuova vita da non corridore?

La base di partenza di questa decisione è quello che ho vissuto da corridore. Ho avuto tre, che poi nella realtà sono stati due, procuratori: prima Lombardi, poi Quinziato. Tutti e due sono stati parti fondamentali di quello che è stato il mio percorso, mi hanno aiutato molto, ognuno con le sue caratteristiche. Man mano che passava il tempo, mi rendevo conto di quanta influenza, nel senso positivo del termine, potesse avere un agente sui propri ragazzi, sui propri corridori. E poi ci tenevo a rimanere nell’ambiente, ma con la libertà di potermi gestire da solo il lavoro.

In che senso?

Ho ricevuto diverse richieste informali, ma ho chiarito fin da subito che non mi vedevo all'interno di una squadra. Volevo sì lavorare con i corridori, ma secondo i miei termini, rendendomi indipendente e libero di fare un po’ come voglio. È chiaro, non si tratta di una libertà assoluta, non sono mica un artista! Regole e scadenze ci sono lo stesso, ma l’approccio è indubbiamente più libero, rispetto a quello che ci sarebbe all’interno di una dimensione aziendale, come può essere una squadra di ciclismo.

Un tesserino "datato" di Jacopo Guarnieri
Un tesserino "datato" di Jacopo Guarnieri

Guarnieri non è mai stato tipo da scendere a compromessi: quel che pensa, lo dice e, quando sei fatto così, cambiare, soprattutto raggiunta la piena maturità, è praticamente impossibile.

Quando sei corridore, hai un ottimo grado di libertà, o almeno io sono riuscito a improntare così la mia carriera. Abituato a fare le cose in questo modo, tornare indietro sarebbe stato molto difficile. C’è anche una questione di gratificazione.

Spiega.

Penso che, in questo mestiere, ci sia molta più gratificazione che in quello, per esempio, del direttore sportivo. Non voglio assolutamente sminuire quel lavoro, ma nel mio ogni risultato ottenuto è frutto unicamente del tuo lavoro: anche se lavori 10 e ottieni 8, quell’8 l’hai fatto tutto tu, è tutto tuo. Non ci sono nemmeno tutte le incognite che un ds ha: sai, ci sono 22 squadre e tutte vogliono la stessa cosa, e il raggiungimento degli obiettivi non dipende solo da quello che fai tu insieme alla squadra. Nel mio ruolo, ho la sensazione di avere più controllo su tanti aspetti, anche rispetto a quello che avrei all'interno di dinamiche di squadra.

Parlare con Guarnieri è un’esperienza molto appagante: Jacopo spiega tutto nei dettagli, si percepisce quanto ci tenga che l’interlocutore capisca il suo messaggio e non rimanga con dei dubbi, su ciò che ha voluto comunicargli. Quando, però, gli chiedo cosa serva per divertare agente di ciclismo, oggi, in Italia, le frasi spezzate e le parentesi aperte non si contano. Perché la situazione che lui - come altri procuratori italiani - sta vivendo, è al limite del paradossale.

Il primo, e al momento unico, step è quello di sostenere l’esame di abilitazione dell’UCI. Si tratta di una prova fissata ogni anno a giugno, molto impegnativa, almeno per me che non studiavo dai tempi dell’università, 15 anni fa. Indicano come facoltativi alcuni argomenti, che poi, immancabilmente, finiscono per essere le uniche su cui verte la prova… Mi sono sentito un po’ come Mr. Bean, nella celebre scena dell’esame!

Il certificato di abilitazione ad agente per il ciclismo, rilasciato dall'UCI a Jacopo Guarnieri
Il certificato di abilitazione ad agente per il ciclismo, rilasciato dall'UCI a Jacopo Guarnieri

Rido di gusto, pensando a Jacopo che dissimula il tentativo di copiare il vicino di banco.

Eravamo in una trentina e so di qualcuno che non ha passato la prova. Diciamo che, essere stato un ciclista professionista, aver vissuto questo mondo da dentro, mi ha sicuramente aiutato.

Facevi cenno ad almeno un secondo step, dopo questo, o ho capito male?

Il passo successivo, in teoria, dovrebbe esserci e consisterebbe semplicemente nella richiesta alla FCI di una tessera. Il problema è che, al momento, questa tessera non esiste: per disciplinare la professione di agente sportivo di atleti professionisti, il CONI ha redatto un regolamento, recepito attualmente da alcuni sport, come il calcio, ma non dal nostro. Servirebbe, solo per fare un esempio, un albo professionale; se ne sta discutendo proprio in questi giorni, anche con altri agenti che si stanno occupando da mesi della questione, ma per il momento sono costretto a lavorare presso un avvocato, per evitare guai di cui faccio volentieri a meno. Io, come tanti altri colleghi, ci metteremmo in regola molto volentieri; il problema è che, allo stato attuale delle cose, è semplicemente impossibile farlo, perché non esiste la regola.

Si tratta di un argomento spinoso, che ci obbliga a non parlare di alcuni aspetti specifici della nuova vita di Guarnieri, ma che non ci impedisce di entrare nel dettaglio della sua filosofia di lavoro.

Il procurature è quella figura che deve essere in grado di leggere le necessità di ogni suo assistito e delle squadre con cui si rapporta, per capire quale sia la soluzione migliore per ogni ragazzo, al di là di qualsiasi discorso economico, comunque rilevante. La cosa più importante è guadagnarsi la fiducia dei tuoi clienti. Da corridore, mi è capitato più volte di sentire miei colleghi che raccontavano di non fidarsi più di tanto del loro agente: lo trovo un comportamento incredibilmente sciocco! Si tratta di una figura che scegli tu, che nessuno ti impone, e che ha una rilevanza importantissima nel definire la tua carriera: cosa la paghi a fare, se non ti fidi?

E tu, questa fiducia, come pensi di guadagnartela?

Innanzitutto puntando sull’aspetto umano. Per avere un contatto diretto, stretto, con ognuno dei miei ragazzi, assisterò un numero non troppo ampio di corridori. Avendo smesso da poco, penso anche di poter capire bene cosa vivono, quali esigenze hanno, che emozioni provano, praticamente in ogni momento; e, così, penso di poterli guidare con accortenza in molte delle loro decisioni.

Guarnieri abbraccia Démare, che ha guidato in tante delle vittorie conquistate dal velocista transalpino
Guarnieri abbraccia Démare, che ha guidato in tante delle vittorie conquistate dal velocista transalpino

Il pensiero va subito al ruolo di ultimo uomo, che Guarnieri ha rivestito con successo per tantissimi anni. Nemmeno il tempo di farglielo notare, che Jacopo conferma l’impressione.

Per certi versi, continuerò a fare quello che ho fatto in gara per tanti anni: è una delle mie qualità, una sorta di impronta.

Come si tradurrà, nei fatti, questa impronta?

Te lo spiego con un esempio su di me. La mia è stata una carriera lunga, ho smesso a 37 anni, e questo è stato possibile anche per via delle scelte che ho fatto. In alcuni momenti della mia carriera, in particolare negli anni alla Groupama-FDJ, avrei potuto scegliere squadre che mi garantivano un ritorno economico maggiore, anche solo per un discorso di tassazione - che, in Francia è più sfavorevole. La scelta di rimanere lì, di non andare in squadre che mi avrebbero obbligato a fare 100mila ritiri, stando settimane e settimane lontano da casa, mi avrà anche fatto perdere un po’ di soldi “facili e subito”, ma mi ha pure permesso di rimanere in gruppo per tante stagioni e, alla fine dei conti, una decisione che poteva non sembrare economicamente vantaggiosa, si è rivelata anche tale, quantomeno nel lungo periodo.

Tradotto nel rapporto con i tuoi assistiti?

L’indicazione che do ai miei ragazzi è questa: scegliamo una squadra che ti fa stare bene, dove sei felice, che ti dà le opportunità che meriti. I risultati sportivi arriveranno di conseguenza e i soldi arriveranno come conseguenza dei risultati. La mia presunzione è di avere la capacità di leggere chi ho davanti e di capire cosa possa essere meglio per lui. Se un ragazzo mi farà capire di voler massimizzare le proprie prestazioni per tre, quattro anni, per poi lasciare, e capirò che questo è davvero ciò che vuole, rispetterò la sua scelta e cercherò di offrirgli gli strumenti migliori per perseguirla; ma non baserò nessun rapporto sulla promessa di guadagni, che nessuno, non solo io, può garantire.

Jacopo Guarnieri in borghese
Jacopo Guarnieri in borghese

Il ciclismo cambia in fretta: come migliorarlo?

Nel ciclismo di oggi, però, non è così facile mettere la felicità degli atleti al centro: le squadre chiedono risultati subito, è diventato tutto più frenetico. Come quasi tutti i corridori che hanno vissuto il passaggio dal ciclismo pre a quello post pandemia, Guarnieri conferma questa impressione, ma non si limita a questo aspetto, nel ragionare sul suo nuovo lavoro.

Ci sono altri aspetti da tenere in conto, come il costante calo dei tesserati. Non penso sia un problema, un po’ perché si tratta di un fenomeno più squisitamente italiano, ma soprattutto perché, parallelamente, sta diminuendo anche la richiesta di corridori. Stiamo andando verso un ciclismo di élite, con richieste di spesa sempre più alte: ci saranno meno corridori e più soldi per ognuno di loro.

Non si sta perdendo un po’ la figura del gregario?

Sì, ed è un peccato, anche perché spesso sono proprio loro gli uomini squadra più importanti. Ci sono corridori di valore, pur non essendo vincenti. Sono convinto, al contempo, che questa tendenza, almeno in parte, si invertirà.

Guarnieri è un fiume in piena, trasuda passione per il ciclismo da ogni poro, e allarga l’orizzonte della propria visione anche all’organizzazione complessiva del ciclismo professionistico.

Ci sono troppe gare, il calendario è un po’ annacquato, con tante corse di seconda e terza fascia che allungano un po’ la birra. Anche per via dei punti, molte squadre di prima fascia hanno finito per partecipare a troppe di queste corse, ma che senso ha? Alla fine, le classifiche sono pesantemente condizionate dai punti guadagnati in queste corse e le squadre finiscono per preferire i corridori che ti assicurano punti in queste gare, piuttosto che gregari e uomini squadra di valore.

Cosa si potrebbe fare, per invertire questa tendenza?

Un’idea potrebbe essere quella di limitare, un po’ come avviene nel tennis, le corse minori in cui si possono guadagnare punti per sé stessi e per la squadra. Se ci fai caso, alla fine le classifiche UCI sono state decise soprattutto dalle corse di seconda fascia. È un controsenso.

Senza entrare nel dettaglio, alla definizione del ranking dei tennisti di alto livello concorrono tutti i tornei dello Slam e del circuito 1000, mentre solo da un numero limitato di tornei 500 e 250 possono essere guadagnati punti validi per la propria classifica.

Per un appassionato di sport, che si affaccia al ciclismo per la prima volta, capire il reale valore di ogni corsa è molto complicato, più che in ogni altro sport. Le corse più importanti dovrebbero essere valorizzate di più: sono quelli che rendono più appetibile il tuo “prodotto”.

La riduzione delle corse renderebbe anche meno frenetico un mondo sempre più maniacale, alla costante ricerca di ogni possibile vantaggio, con conseguenze disastrose per la salute psichica degli atleti. Guarnieri, però, vede una tendenza al miglioramento di questo aspetto.

Nei miei ultimi anni alla Lotto, la squadra aveva iniziato a organizzare delle riunioni, in cui si parlava anche della necessità di staccare la spina ogni tanto. Era il medico della squadra a suggerirci di ascoltare di più le nostre esigenze: “Se, ogni tanto, avvertite il bisongo di andare a pescare, a camminare o anche in discoteca, fatelo!”. Dopo la pandemia, il ciclismo è arrivato molto rapidamente a un punto in cui il gas rimaneva fin troppo aperto.

Jacopo Guarnieri si gode un po' di meritato riposo
Jacopo Guarnieri si gode un po' di meritato riposo

Ascoltando le parole di Guarnieri, ripenso all’intervista concessaci da Pellizzari la settimana scorsa e alle cinque settimane senza bicicletta che ci ha confessato di aver passato questo autunno.

Mi fa molto piacere che un corridore del suo calibro abbia un approccio di questo tipo. Ed è proprio in questi aspetti che un bravo procuratore fa la differenza. È questo l’extra che sento di poter dare ai miei ragazzi, senza essere il loro medico, né l’allenatore.

Vista la disponibilità infinità del mio interlocutore, decido di sentire la sua, in qualità di fresco ex-corridore e di neo-agente, sul tema della sicurezza. Come al solito, Guarnieri non si fa nessun problema nell’esporre il proprio punto di vista.

È un discorso complesso, in cui entrano in gioco tantissimi fattori. Ti faccio un esempio: se ripenso ai miei Tour de France e al caldo che ho sofferto, la sola idea di correrli con un airbag, o comunque con qualcos’altro addosso, mi fa mancare il fiato! Detto questo, credo sia necessario analizzare nel dettaglio quali siano le situazioni più pericolose, gli incidenti più frequenti e quelli che, più degli altri, provocano conseguenze serie. Serve un approccio analitico, magari coordinato dall’alto (ovvero dall’UCI), che coinvolga tutte le parti in causa, dai corridori agli organizzatori. Se ripenso a tutte le cadute più gravi degli ultimi anni, si tratta di cadute individuali, in discesa, mentre è più raro che quelle di gruppo siano mortali, o comunque molto gravi.

Jacopo Guarnieri dolorante, dopo una caduta
Jacopo Guarnieri dolorante, dopo una caduta

Servirebbe un tavolo che coinvolga tutte le parti, in cui si analizzino studi su come possono migliorare le protezioni dei corridori, i percorsi e qualsiasi altro aspetto, comprese le dinamiche più pericolose in corsa. I corridori andrebbero ascoltati di più, anziché criminalizzarli. Quante cadute sono state provocate da un ultimo uomo che smette di pedalare, una volta esaurito il suo lavoro? Molto poche, credo, eppure il corridore che si rende responsabile di questo comportamento si prende un cartellino giallo e rischia la squalifica. È questo il modo giusto di rendere le corse più sicure? Sinceramente, non credo.

Ci sarebbero tanti altri argomenti, di cui discutere amabilmente con Jacopo ma, alla soglia dell’ora di intervista, è arrivato il tempo di liberarlo alla sua vita. Prima, però, una curiosità non riesco a non togliermela. Da cosa deriva la scelta del nome Freckle (lentiggine, in italiano)? È una dedica? «No, è una parola che ho sentito ascoltando una canzone; mi è piaciuta e ho scelto quella!». E io, povero illuso, che fantasticavo di un’infatuazione per Tao Geoghegan Hart…

Oltre l’ottava meraviglia di Van der Poel: una giornata mondiale tra il popolo del ciclocross
Europei su pista, domani la 3a giornata: Italia con Elisa Balsamo, Francesco Lamon e non solo
Marco Francia
Nonostante tutto, il ciclismo è la mia unica passione.