
Con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro
Dopo anni di militanza in questo portale, è arrivata l'ispirazione per scrivere in prima persona ciò che si vive in ammiraglia, dal 2026 nella storica S.S. Aquila; è l'inizio di un diario a cadenza ignota
Ormai molti anni fa, senz'altro più di quelli che sembrano, un ragazzo che correva in bici con modeste ambizioni aprì un thread sul forum di Cicloweb con lo scopo di raccontare il ciclismo dal suo punto di vista alla stregua di un blog. Un po' più tardi il ragazzo è stato reclutato dal direttore per scrivere sul sito e nella frenesia della stagione che incalza trovare l'occasione per dedicarsi agli argomenti del cuore è stato per lui più complicato rispetto a quando scriveva quel che voleva in uno spazio proprio. Non sono mancati editoriali in cui fare della sana polemica - ça va sans dire, costruttiva - ma le emozioni sul campo sono altra cosa. I regolamenti e gli ordini di arrivo definiscono soltanto la punta dell'iceberg; i numeri e le misurazioni scientifiche quantificano soltanto le prestazioni, a volte nemmeno in modo adeguato; il ciclismo è fatto di umori e passioni, vittorie invisibili per gli altri e vitali per sé stessi, ambizioni ricalibrate di settimana in settimana, errori colossali che si trasformano in chiavi di volta. Si celano sconfitte dietro corridori pieni di risultati e vittorie dietro corridori che non hanno mai visto le prime posizioni. Si alternano giorni in cui ambire all'utopia per diventare più grandi ad altri in cui rinnegarla perché si devono rimettere i piedi per terra. Evoluzioni e rivoluzioni che si captano fra sguardi, abbracci, silenzi che a volte dicono tutto senza dire niente. Scelte che si ponderano in flussi di coscienza che riempiono le ore di viaggio in ammiraglia e i minuti che separano lo spegnimento dell'abat-jour dalla caduta nelle braccia di Morfeo.
Adesso che guardando indietro scorgo quel ragazzo sempre più lontano, osservandolo con la tipica invidia che si prova nei confronti di chi ha un pezzo di vita in più ancora da vivere, penso che sia giunta l'ora di rispolverare quella vecchia voglia di condividere un po' di tutto questo. Quello che non c'è mai tempo di raccontare, perché troppo sdolcinato per irrompere nelle chiacchiere da bar e troppo poco sul pezzo per trovare posto sulle pagine di un giornale. E proprio come alle origini lo farò senza impegno, quando mi capiterà o quando ne varrà la pena, solo per il gusto di scrivere e raccontare. Non mi andava di usare questo canale per un banale comunicato stampa, penso piuttosto che valesse la pena di raccontare una storia.
La storia siamo noi
Una storia che oggi si lega ad un'altra Storia, questa con la “S” maiuscola, ormai praticamente centenaria e che a maggior ragione vale la pena di essere raccontata: quella della S.S. Aquila di Ponte a Ema. Storica società di paese, che come spesso accade in Toscana gravita a fianco di una Casa del Popolo, fondata nel lontanissimo 1927 e che lega gloriosamente il suo nome a quello di Gino Bartali che a Ponte a Ema è nato e che con la maglia dell'Aquila ha debuttato nel mondo dilettantistico lasciando presagire tutto quello che di buono ha fatto da professionista. Oggi il circolo che ospita la sede della squadra e la casa natale del Ginettaccio sono praticamente separate soltanto dal museo a lui dedicato e dalla via Chiantigiana, come se il legame tra l'uomo e la squadra fosse destinato a non scomparire mai. Arrivo in questa culla del ciclismo per occupare il posto da direttore sportivo che si è appena creato per la categoria juniores, che la società ha deciso di rimettere in piedi nel 2026 in vista del centenario. La responsabilità è grande, perché l'Aquila di Ponte a Ema ha già corso in questa categoria fino al 2014 e in passato ha pure avuto una compagine di dilettanti. Dopo Bartali son passati qui altri corridori, basti citare Daniel Oss e Cesare Benedetti per avvicinarsi vistosamente con la cronologia. Prima di loro Simone Borgheresi che ha vestito questa maglia prima di vincere 5 corse tra i professionisti, essere gregario di Pantani al mitico Tour del '98, nonché costruirsi una carriera da direttore sportivo che troppo spesso passa in secondo piano rispetto a quella da ciclista, con il rammarico del diretto interessato.

Il caso ha voluto che lo incrociassi alcuni anni fa, proprio nel periodo in cui iniziavo a scrivere le mie prime righe sul forum, e che nel tempo si sia trasformato in colui che più di ogni altro mi ha insegnato il mestiere del direttore sportivo. O come disse lui una volta, “l'allenatore dell'allenatore”. Ed è proprio seguendolo che mi ritrovo a dirigere con lui una squadra talmente storica da correre ancora con la maglia del 1927 (più o meno), ma dovendo tenere i piedi ben piantati nel presente - se non addirittura nel futuro - avendo la complicata responsabilità della categoria che ora pare essere al centro di tutte le attenzioni. Per quattro anni ci siamo occupati insieme degli allievi della Sancascianese, posizione in cui ormai avevo trovato una sorta di comfort zone, avendo raccolto risultati più che brillanti per tre anni consecutivi. Simone mi sta insegnando questo mestiere dopo aver diretto squadre professionistiche e U23, motivo per cui la categoria juniores ci rimane ancora un po' oscura, anche perché in questi anni l'abbiamo vista cambiare più volte ancor prima che fossimo in grado di capirla fino in fondo. Abbiamo le nostre convinzioni, ma consultiamo la letteratura scientifica per aggiornarci, scoprendo - più spesso di quanto si possa pensare - che alcune cose risultano molto familiari alla memoria del Borgheresi ciclista anni ‘90-’00, cosa che ci rincuora e ci sprona ad andare dritti per la nostra strada.
Il coraggio di avere un'idea
Una strada tanto semplice sulla carta, quanto difficile nella pratica. Letteralmente la via di mezzo, quella del compromesso efficace, del bilanciamento esatto tra cautela preventiva e assenza di rimpianti. Quella che responsabilizza il ragazzo ad essere ciclista fino in fondo, ma senza tradursi in un accumularsi infinito di km senza settimane di recupero. Quella che ci vede seguire i ragazzi h24, sapendo giorno per giorno cosa fanno, ma allo stesso tempo cominciare la preparazione più tardi degli altri. Quella che prevede una tabella rigorosa che i ragazzi devono rispettare, ma solo dopo che noi l'abbiamo strutturata appositamente sulla base dell'orario scolastico di ciascuno, perché le priorità nella vita sono tutto. Quella che ci fa dare la stessa importanza a chi è più dotato e a chi lo è meno per poter gioire dei progressi di ciascuno. Quella che ci dice che una squadra vincente non è solo una squadra forte, ma anche una squadra felice.
Sarà anche per questo che i 6 ragazzi che l'anno scorso erano sotto la nostra guida tra gli allievi ci hanno seguito quasi senza indugi in questa nuova avventura. Sanno che responsabilizziamo senza vietare; che perdiamo raramente le staffe e se lo facciamo molto probabilmente c'è un buon motivo; che ognuno sarà ascoltato con attenzione se si apre con sincerità. Forse proprio questa rimane per me la più grossa gioia di questi anni e una delle cose che più mi spinge a coltivare questa passione: instaurare connessioni profonde con i ragazzi, che talvolta arrivano a confidare cose molto personali o sfogare emozioni che reprimono con il resto del mondo, perché trovano finalmente uno spazio per esprimersi liberamente. Aver vinto due corse nel 2025 non avrebbe lo stesso sapore se non sapessi che questi ragazzi, o almeno alcuni di loro, crescono umanamente, cogliendo l'occasione di diventare adulti un po' prima degli altri scegliendo di fare la cosa che più li appassiona. Il sorriso sulla faccia di un atleta è molto spesso la più bella vittoria che si possa desiderare, anche perché un atleta che sorride è nella maggior parte dei casi un atleta che dà il meglio di sé e per questo non si ha niente da rimproverargli.

È con questo entusiasmo e con lo spirito di una grande famiglia che abbiamo preso in carico anche il resto della formazione. È presto per fare bilanci ma un primo ritiro nel corso delle vacanze di Natale ha consentito di amalgamare il gruppo e insegnare a qualcuno come si gioca a briscola. Per ora le nostre ansie si concentrano sul maltempo che ci costringe a rivedere continuamente i programmi. L'immagine del momento in cui li ho salutati a fine ritiro è emblematica: dopo che per due giorni la pioggia ci ha fatto accorciare gli allenamenti in corso d'opera per evitare che i ragazzi prendessero troppo freddo, una poderosa nevicata ci ha costretti a mandare tutti a casa anzitempo saltando l'ultima uscita; eppure qualcuno ammirava entusiasta l'evento, perché non aveva mai visto nevicare e forse aveva quasi voglia di montare in bici lo stesso per vedere l'effetto che fa. E io pensavo "vedrai la neve se ne andrà domani; rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un'altra estate".
P.S. È vero che questo non è un comumicato stampa, ma se i miei ragazzi vedessero di non essere citati si offenderebbero; per cui menzione d'onore ai veri protagonisti di questo pensiero: Filippo Benevieri, Federico Borgheresi, Gianmarco Braschi, Gian Luca Caoduro, Leonardo Figara, Aleksander Kolarski, Mattia Murg Martini, Matteo Musetti, Ken Geo Tamashiro Cappelletti, Daniele Zangarelli.
