
Coi piedi freddi: un viaggio nella terra del ciclocross
Il racconto di tre gare del Kerstperiode tra musica, tifo ed estremità congelate
Ripubblichiamo qui nelle modalità tradizionali il reportage di tre gare di ciclocross del periodo natalizio pubblicato nel primo numero di Muri || la Newsletter breve ma intensa di Cicloweb la settimana scorsa. Iscriviti qui per leggere in anteprima i nostri contenuti, ricevendo la nostra newsletter sulla tua casella email ogni martedì.
Antwerpen, Sint-Niklaas, Hamme, Diegem, Loenhout, Dendermonde
Nomi conosciuti, letti, mal pronunciati, sfrecciano fuori dal finestrino: luoghi mai vissuti, villaggi che si susseguono una fermata dopo l’altra, ma strade che quasi mi pare di aver percorso, qualche volta. È strano, ma questo Paese sta iniziando ad avere aria di casa. È la quarta volta in due anni e mezzo che vengo in Belgio, la terza per il ciclocross. Sempre ad Anversa, una delle mie città, dove ho un ramen bar di fiducia e Mathieu van der Poel per poco non mi ha investito con la bicicletta (lo giuro). Quest’anno, mi sono detta, mi concedo il Kerstperiode. Ho iniziato a lavorare e il mio primo stipendio va via così. Ne sono felice. Tre gare, una dopo l’altra, tra Natale e capodanno: non quante avevo sperato, ma non importa. Rincorro, anzi, rincorriamo - perché ho trasmesso questa passione a un matto che mi segue - questo viaggio da troppo tempo per poterci rinunciare.
Dendermonde - Della leggerezza
Del ciclocross, come del ciclismo in generale, mi piace che faccia arrivare la festa in posti piccoli, quasi sperduti, dove altrimenti non andresti mai. La collinetta attorno alla quale si snoda il percorso della prova di Coppa del Mondo di Dendermonde è addobbata come per una fiera di paese: c’è anche la banda, che suona il Va pensiero e subito dopo Mi sono innamorato di Marina, in una sorta di medley dissacrante e lisergico. Prima che iniziasse il caos vero, però, mentre ci avvicinavamo camminando tra i campi dove la bruma si dissolveva sotto un sole insperato, gli unici rumori erano le urla di incitamento delle mamme delle ragazze juniores impegnate in una delle prime gare della mattina. Le avremmo sentite anche il giorno successivo, a Loenhout, per i maschi.
“De Wout ehehehe”.
L’uomo anziano al mio fianco ridacchia mentre cerchiamo di infilarci i nostri vecchi scaldacollo della Jumbo-Visma. Sorrido, anche se vorrei dirgli che per adesso il mio tifo è tutto per Viktória Chladonová. Prima della gara degli U23, le élite sono uscite per il riscaldamento: gli spettatori di una certa età salutano ogni atleta che passa chiamandola per nome. Una donna vestita di scuro ha scavalcato la recinzione per andare a spiegare la traiettoria di una curva a Marie Schreiber, proprio di fronte a noi. Era Sanne Cant, che scesa di sella è ancor più una leggenda.
La gara degli Under è un vero e proprio carnage. Non piove da giorni e il tracciato è asciutto, la Dendermonde più improbabile nel più classico degli effetti del cambiamento climatico: i ragazzi fanno il giro in poco più di cinque minuti a velocità folle, e dal nostro punto di osservazione dall’alto (siamo riusciti a piazzarci proprio in cima alla collinetta, dominando una buona parte del percorso), vediamo Mattia Agostinacchio sbattere violentemente l’anca contro una transenna in uno dei primi giri. Si ritirerà dopo un estenuante valzer di cambi bici.
Quando anche gli uomini élite scendono in campo per il riscaldamento la folla sembra trattenere collettivamente il fiato per qualche secondo: poi Wout appare, idolo di casa, e un brivido di euforia fende la calca assieme a lui. È così che ci accorgiamo di dov’è la corsa quando non riusciamo a vederla: un urlo di incitamento che si propaga come un’onda al passaggio degli atleti di testa. Nella gara femminile Lucinda Brand fa il vuoto praticamente subito: come tutti i ciclisti sembra più esile dal vivo, la sua pedalata più agile. Non dà mai - come la grande assente Fem van Empel - un’impressione di facilità, quanto piuttosto di forza e controllo. Da grande, vorrei essere Lucinda Brand.

La corsa degli uomini è più caotica: il gruppetto di testa non si sgrana mai e la gara sembra più su strada che in un campo aperto. Alla fine della scalinata è un continuo scontrarsi di braccia, gambe e biciclette: visto da vicino fa quasi paura e mi ritraggo istintivamente ogni volta, temendo di urtare qualcuno per sbaglio. Dopo un paio di tentativi a vuoto - prima di uno poi di un altro - finisce in volata, e si sa che Van Aert non ha più lo sprint bruciante di un tempo: vince Thibau Nys, il vecchio nuovo che avanza, nel suo tricolore di campione belga che rende ancor più patriottici i suoi tifosi un po’ alticci sotto al palco delle premiazioni.
Loenhout - Senza pietà
Su tre gare siamo riusciti a spuntare almeno un confronto diretto. L'autobus numero 64 da Anversa a Loenhout è una babele di varia umanità che sfreccia nella opulenta e nebbiosa campagna belga verso una cittadina di confine che per un giorno diventa il centro di ogni cosa. Una famiglia spagnola con due bimbi piccoli - cappelli colorati, di quelli col pon pon che si vendono alle corse - sale con noi. Poi signori di mezza età con giacche dei vari fan club, un gruppetto di ragazze che tra loro parlano inglese, chiassose comitive di giovani uomini già alticci alle 10 del mattino che non fanno nulla per nascondere le loro lattine di birra. Date una bicicletta a Wout van Aert e Mathieu van der Poel ed essi muoveranno il mondo.

Il bus ci scarica poco distanti da una strada principale che attraversiamo, vuota e silenziosa, per arrivare al campo gara: basta svoltare a destra e sono tutti lì. Passiamo accanto ai camper dove qualche atleta si riscalda sui rulli, mentre centinaia di persone affollano paninoteche, birrerie, orinatoi, bancarelle, altre birrerie, uno stand che regala banane. Il cielo è coperto e bigio, la terra ghiacciata sotto gli stivali mentre esploriamo il percorso alla ricerca di una postazione comoda. Spoiler: non la troveremo. Siamo rimasti tutto il giorno impalati accanto al doppio ponte, dove potevamo veder passare gli atleti due volte, ma senza vera azione. L’odore delle patatine fritte e il pulsare dell’EDM da uno dei tendoni-discoteca (con tanto di versione drum and bass di Nella vecchia fattoria) impregnano l’aria umida e pesante, schiacciandoci al suolo. Oggi sarà una giornata difficile.
Lo intuisce presto David Haverdings, che guida la gara degli U23 per tre quarti e poi deve cedere alla rimonta di Kay De Bruyckere. Lo avverte Lucinda Brand, costretta a mettere in campo tutta la sua classe e la sua potenza per scrollarsi di dosso Kristyna Zemanová. Lo capirà Laurens Sweeck, che chiude qui con una caduta e una brutta lussazione alla spalla la sua stagione. Lo sente lo spettatore disattento che ha fatto quasi cadere Van der Poel, subissato dai fischi. Lo sanno i tanti che si ritirano durante la gara élite: oggi è una questione a due, finché dura.
E finché dura è una scarica elettrica che attraversa i corpi assiepati lungo le barriere. Un duello vero, dopo due anni di interminabili assoli di Van der Poel, è una miccia per il tifo belga: per quanto al confine, il boato è sempre più forte per Wout, per lui i cori (Woutje Woutje Woutje van Aert) e lo scoramento del pubblico quando una foratura lo manda alla deriva e Mathieu prende il largo ancora una volta, ancora inscalfibile.
Tutti eravamo qui per questo - un attimo di assoluta e totale presenza - per ogni centimetro di questa lotta, con gli occhi incollati al maxi schermo e la gola che brucia a ogni passaggio, sul bordo di una nuova pagina di una storia che, con tutte le sue sliding doors, continua a essere scritta a quattro ruote, non a due.
Finché dura, non sento più il freddo. Due forature - l’adrenalina si dissipa - due volte sullo stesso sassolino. Asino, dirà Wout di sé stesso. Oggi andiamo via presto: con i piedi congelati il peso di questa sconfitta passa in secondo piano rispetto al cercare di evitare che la febbre si insinui nelle ossa (altro spoiler: ci ammaleremo in ogni caso). Sul bus di ritorno ad Anversa parliamo, ancora e comunque, di quei due.
Diegem - La balena bianca
Una gara di ciclocross può essere molto lunga, se hai la sfortuna di allinearti nelle retrovie o se un problema meccanico ti rovina la partenza. A Diegem questa cosa sembra valere più che in altri luoghi. Sarà perché è di sera, sarà perché è l’ultima gara dell’anno.
Subito fuori la stazione un bar affollato manda brutta musica che stavolta non riesco a identificare. C’è una calca assurda: la cittadina è contingentata e la folla preme per entrare dai varchi. È l’attesa più lunga da quando siamo qui. Qualcuno fa partire un coro, tutti cantano. Dentro, i riflettori danno al tracciato l’atmosfera di un set: l’ambientazione è la stessa, gli interpreti cambiano. Qui è dove - tra le stradine strette dove ora si sente solo il fruscio delle bici degli juniores che stanno terminando la loro corsa - dove ogni cosa per me è cambiata. Era il 2022 e io quella gara la riguardo ancora, quando mi sento giù. L’elogio della resistenza testarda e disperata - Wout che piega Tom Pidcock e Mathieu. Non può essere una cosa sana, aveva detto a fine corsa.
Questa frase mi risuona in testa a ogni ciclista che sfreccia a dieci centimetri da noi, in piedi in pendenza alle falde di una collinetta prima di una curva velocissima, intenti a difendere la posizione dalle incursioni di altri spettatori ritardatari. Lo penso guardando le facce delle ragazze e dei ragazzi che sfilano per minuti interi dopo la testa della corsa, isolati o a gruppetti, fuori dall’azione ma nel pieno di una battaglia contro i propri limiti. Diegem ha questa magia: porta chiunque oltre il proprio punto di rottura.

Un ragazzo in bianco corre ancora per un paio di giri dopo una caduta che ha reso la sua faccia una maschera sanguinolenta: dopo un po’ non lo vediamo più, la giuria deve averlo fermato. Mario Junquera San Millan pesta il terreno gelato attorno al campo sportivo correndo bici in spalla e scarpino rotto in mano, conquistando la simpatia della folla che cerca il suo nome sulla startlist per incitarlo al giro successivo. Non sarà neppure l'ultimo a tagliare il traguardo. Michael Vanthourenhout insegue per tutta la corsa dopo un problema meccanico, rimonta una cinquantina di posizioni e riesce a finire sesto in una situazione che chiunque altro avrebbe usato come allenamento.

Facciamo a gara con due americane dietro di noi a chi urla più forte, incitando le azzurre mentre Puck Pieterse prova a scappare come nella sua Diegem 2022, riuscendo solo alla fine a vincere la resistenza feroce di Ceylin Alvarado e Marie Schreiber. Come a Dendermonde, in testa alla gara maschile va in scena il post Wout vs. Mathieu e i conti si pareggiano senza darci, per ora, previsioni sul futuro. Persino papà Sven prende in giro il povero Thibau per la disastrosa caduta sulla sabbia che ha spianato la strada a Tibor Del Grosso. A colpi di whip l’olandese cancella il suo conto aperto con Diegem, sfacciato e fiero nella sua maglia di campione nazionale. Sul palco delle premiazioni, superato nel finale anche dal terzo incomodo Joran Wyseure, Thibau sospira. Ma è una nuvoletta che si vede appena.
Weet je wat je gezien hebt?
La corsa è una bolla e quando la bolla scoppia guardarla in tv è strano, se fino all'altro ieri c'eri dentro. Anche se non mi dispiace essere tornata a percepire le mie estremità. Ripongo gli stivali, ma non gratto via il fango. L'aria non mi taglia i polmoni, il termostato è sulle due cifre, non devo correre, sgomitare per un posto, o aspettare un'ora al gelo per cercare di prendere un autobus nel mezzo del niente. Ma uno strano senso di pace mi pervade guardando la neve che inizia a fioccare sul percorso di Mol: quasi mi dispiace di non poter avere i piedi freddi ancora un altro po’.
