
Why so serious? Una rilettura di My World, l'autobiografia Peter Sagan
Nel pieno dei festeggiamenti per il suo trentaseiesimo compleanno, uno sguardo in controluce su una carriera fuori categoria
Ripubblichiamo qui nelle modalità tradizionali la recensione del libro di Peter Sagang pubblicata nel primo numero di Muri || la Newsletter breve ma intensa di Cicloweb la settimana scorsa. Iscriviti qui per leggere in anteprima i nostri contenuti, ricevendo la nostra newsletter sulla tua casella email ogni martedì.
Il 26 gennaio, Peter Sagan ha compiuto 36 anni. Un anniversario che, a meno di due anni dal suo ritiro dal ciclismo professionistico, diventa un’occasione per tornare su una carriera, fatta di grandi successi ma che, soprattutto, più di altre ha messo in crisi le categorie con cui il ciclismo ama raccontarsi. Una rilettura che scegliamo di fare a partire dalle sue stesse parole: quelle che, con l’aiuto del giornalista John Deering, hanno preso forma nell’autobiografia My World, edita da Mondadori e disponibile sullo store di Cicloweb.
Why so serious?
Peter Sagan è stato campione del mondo tre volte consecutive, ha vinto ovunque e in ogni modo, ma soprattutto ha occupato uno lo spazio simbolico del corridore che sembra divertirsi mentre fa cose che agli altri costano fatica, tensione, concentrazione assoluta. Una leggerezza che per anni è stata scambiata per superficialità, come se sorridere fosse un modo per non sentire il peso di ciò che stava accadendo.
È proprio da qui che prende forma uno dei temi centrali di My World. Nel corso delle 230 pagine dell’autobiografia, la frase che ritorna più spesso è una domanda: Why so serious? Perché così serio? Molto più di una battuta, per Peter Sagan, ma un monito che ha scelto anche di tatuarsi addosso. Una frase che, andando avanti nella lettura, assomiglia sempre meno a una provocazione e sempre più a una forma di autodifesa.
Lungo tutta la sua carriera, infatti, Sagan non è stato solo un vincente. È stato un linguaggio nuovo, fatto di leggerezza e di istinto, capace di andare oltre la fatica. In un ciclismo sempre più controllato, sempre più serio, quella leggerezza è diventata la sua cifra, ma anche la sua condanna. Proprio perché capace, in teoria, di vincere ovunque e in qualsiasi modo, Sagan è stato rapidamente trasformato in un personaggio su cui proiettare aspettative smisurate.
Da qui nasce il corto circuito che attraversa tutto My World. Vincere non era sufficiente: bisognava vincere divertendo, sorridendo, confermando ogni volta l’idea del predestinato. Why so serious? diventa allora la risposta preventiva a una pressione costante, il tentativo di smontare la solennità prima che diventi schiacciante. Non un rifiuto della profondità, ma una strategia per restare in equilibrio, quando essere leggeri smette di essere una scelta e diventa un obbligo.

Un libro che accompagna
My World non ha l’ambizione di raccontare tutto, né di scavare fino in fondo in ogni zona d’ombra. È piuttosto un libro che tiene compagnia, che si lascia leggere con facilità e che proprio per questo dispiace finire quando si arriva al traguardo. La struttura ruota attorno ai tre Mondiali vinti da Peter Sagan - Richmond 2015, Doha 2016, Bergen 2017 - come se fossero tre pilastri attorno a cui si organizzano ricordi, digressioni e riflessioni più intime.
Dentro questo racconto trovano spazio anche le persone che hanno costruito il cosiddetto Team Peter. Non un entourage glamour, ma una zona protetta. Figure che hanno avuto il compito di schermare Sagan dal rumore, di impedirgli di mettersi nei guai, di lasciargli fare quello che sapeva fare meglio: correre in bicicletta.
E così, pagina dopo pagina, emerge un Peter Sagan molto distante dall’immagine del pagliaccio che a volte gli è stata cucita addosso. La sua leggerezza non appare come una posa, ma come una necessità. Un modo per restare in equilibrio mentre tutto intorno spinge verso una serietà totalizzante. In questo contesto, Why so serious? non rappresenta più un rifiuto della profondità, ma si pone come una domanda rivolta a chi prende tutto troppo sul serio, compreso sé stesso. Un tentativo di smontare la solennità prima che diventi schiacciante.
Perché leggerlo oggi
A quasi due anni dal ritiro di Peter Sagan, il tempo ha tolto rumore, ha ridimensionato il personaggio, ha restituito spazio all’uomo. Da questo punto di vista, My World funziona perché non è una celebrazione, ma uno strumento per rimettere ordine in un’immagine che per anni è stata sovraesposta.
Nel giorno del suo compleanno, questo libro diventa allora un buon pretesto per riconsiderare una figura che ha segnato un’epoca senza mai aderire davvero alle sue regole non scritte. Forse è proprio questo, alla fine, il senso più profondo di quella domanda tatuata sulla pelle: non smettere di chiedersi perché tutto debba essere sempre così serio, soprattutto quando si sta semplicemente cercando di restare se stessi.
