Sante Gaiardoni iridato a Rocourt 1963 battendo il grande rivale Antonio Maspes (alla sua destra) © Wikipedia
Lo Stendino di Gambino

Sante, platinato tra gli aurei

Ritratto del grande pistard Gaiardoni, scomparso pochi giorni fa. Protagonista assoluto a Roma 1960, visse un'epica rivalità con Antonio Maspes in un'epoca in cui l'Italia dominava la pista mondiale

06.12.2023 09:00

La scomparsa il 30 novembre scorso di Sante Gaiardoni ha ridestato nei più attempati tra i suiveur della bicicletta ricordi sopiti che andavano gradualmente scomparendo. Il campione di Villafranca Veronese fu il protagonista principe dei XVII Giochi Olimpici, svoltisi a Roma dal 25 agosto all'11 settembre 1960, risultando l'unico atleta azzurro capace di vincere due titoli individuali oltreché il primo in assoluto a compiere tale impresa nel ciclismo su pista. La grande Olimpiade fu indubbiamente l'apice d'un ventennio glorioso per il ciclismo azzurro su pista durante il quale, dai Giochi di Londra 1948 fino a quelli di Tokyo 1964, l'Italia annichilì il resto del mondo conquistando ben 12 dei 21 titoli in palio.

La carriera di Gaiardoni visse il suo momento topico proprio nei giochi romani in cui Sante riuscì a far emergere una superiorità schiacciante sugli avversari. La pista in parquet di doussié dello scomparso velodromo olimpico dell'EUR fu il proscenio in cui l'Italbici della pista raggiunse la perfezione conquistando tutti i quattro titoli in palio. Infatti, alla doppietta del  veronese (chilometro con partenza da fermo e velocità), si aggiunsero i successi del quartetto dell'inseguimento a squadre, composto da Luigi Arienti, Franco Testa, Mario Vallotto e Marino Vigna, e del tandem paneuganeo in rima, formato da Giuseppe Beghetto e Sergio Bianchetto.

In precedenza, a livello dilettantistico, Sante aveva subito la supremazia d'un altro veneto, il vicentino Valentino Gasparella, che lo aveva sconfitto per due anni consecutivi nella finale mondiale della velocità, prima a Parigi nel 1958 e l'anno successivo ad Amsterdam. La conquista dell'unico iride tra i dilettanti, a Lipsia un mese prima dei Giochi, battendo in finale lo stesso avversario che avrebbe poi trovato a Roma, il belga Leo Sterckx, fece da antipasto alla sontuosa doppietta capitolina. Passato professionista nel 1961 Gaiardoni si trovò a fronteggiare il dominio cannibalesco di Antonio Maspes con cui diede vita a una serie di scontri epici. I due si contesero in successione due titoli mondiali. Al Vigorelli nel 1962, in finale, prevalse il lombardo con il veronese che si prese la rivincita, sempre nell'atto conclusivo, a Rocourt in Belgio l'anno dopo.

Pur essendo il campione di Cesano Maderno di sette anni più anziano, il declino dei due antagonisti avvenne pressoché contemporaneamente. La finale del campionato italiano 1965, vinta da Maspes, fu l'ultima grande sfida tra i due. I successivi mondiali di San Sebastian registrarono un ricambio generazionale con Sante eliminato fisicamente, nei quarti di finale, dal criminale australiano Don Baensch e Antonio che subì analogo destino, in semifinale, da parte dell'emergente belga Patrick Sercu. L'Italia della pista, però, restava imbattibile. A vendicare i due capitani ci pensò Beghetto. Il campione olimpico del tandem di Roma 1960 in coppia con Bianchetto, conquistò il primo dei suoi tre titoli iridati, dando così inizio a un nuovo epico duello generazionale con Sercu.

Orfano del rivale storico, Gaiardoni continuò l'attività fino al 1971 alla vana ricerca d'uno stato di grazia che non tornò più. Dopo un periodo di due anni fuori dalla Nazionale, a causa di dissidi con il Commissario Tecnico Guido Costa, Sante rientrò ai mondiali nel 1969, trovando sulla sua strada nuovamente Sercu che lo eliminò in semifinale. L'anno seguente a Leicester in Inghilterra, complice la contemporanea assenza di Beghetto e dell'iridato belga, tutto sembrava apparecchiato per il ritorno del veronese ai vertici mondiali.

Giunto all'atto conclusivo, Sante si trovò contrapposto ad un carneade: l'occhialuto australiano Gordon Johnson. Costui, sconfitto due settimane prima nella finale dei Giochi del Commonwealth di Edinburgo da un altro canguro, John Nicholson, sentendosi battuto in partenza dal connazionale, aveva deciso di passare professionista prima della rassegna iridata. È probabile che Gaiardoni abbia sottovalutato l'avversario, non fosse altro per l'aspetto dopolavoristico conferitogli dagli occhiali. Certo è che la conquista del titolo da parte di Johnson rimane a tutt'oggi una delle più grandi sorprese nella storia dei mondiali su pista, amaro epilogo della carriera dell'unico ottavo re di Roma di razza padana.

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