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Ricordate che Bini fa rima con Salvini

18.05.2022 06:52

Notturno Giro #6 - Quanta sincerità nei peana che si sono sollevati alla vittoria di Girmay a Jesi? O per meglio dire, quanta (auto)consapevolezza, nell'Italia che odia così tanto gli immigrati?


Una parte di me oggi è stata a lungo pensierosa su che taglio dare all'articolo che doveva celebrare la vittoria di Biniam detto Bini Girmay al Giro d'Italia. Avrei potuto strizzare l'occhio a una certa sinistra mondialista (possibilmente extraparlamentare) e scrivere che quella volata lunghissima di Jesi sembravano 350 metri, sì, ma in realtà erano un secolo, un secolo di rincorsa, anzi di più, una rincorsa partita dalla notte dei tempi ciclistici, dato che mai si era visto un africano nero vincere gare di siffatta importanza, un successo che era più di un'affermazione sportiva ma la riscossa di un intero popolo tra i più subissati della terra, ma poi mi sono accorto che non ci credevo nemmeno io, pur pensando che ad Asmara magari questo 17 maggio diventerà festa nazionale e pur sorridendo al pensiero della felicità regalata da questo episodio a tantissimi emigranti che dall'Eritrea son partiti in cerca di fortuna in Europa: quanto sarà catartica quella vittoria! Però la parola chiave l'ho buttata lì, in mezzo: "episodio". Che c'è di più episodico di un successo sportivo, con tutto il suo portato di illusorio e fuggevole benessere indotto?

Allora mi sono orientato a un più pacato omaggio che tornasse buono per un elettorato di centro o al massimo di centrodestra (tipo il PD, per intenderci), tenendo a ricordare che è bellissimo quanto accaduto oggi, anzi commovente, e che non c'è uomo vero che non abbia versato una lacrima (la sincera lacrima veltroniana tira sempre, lo sapete) per un momento tanto simbolico da evocare l'immancabile titolo di stampo post-kennedyano, qualcosa come "Una piccola volata per un uomo, un grande sprint per eccetera eccetera"; con tanto di sottolineatura sulla necessità che i governi occidentali lavorino per i diritti dei poveri extracomunitari. Poi mi è venuto in mente Minniti che fa con i libici gli accordi che tutti sappiamo (anche se qualcuno preferisce non pensarci più di tanto) e mi si dev'essere prodotta per reazione un'occlusione arteriosa, insomma per qualche istante ha cominciato ad affluire un po' meno ossigeno al cervello.

È stato quello il momento in cui, con svolta secca, ho deciso di buttarla in caciara e licenziare un titolo in stile Feltri & i Suoi Fratelli, che di sicuro avrei fatto tanto clickbait, e ditemi che non è così con un novecolonne del tenore di "Girmay si mangia Van der Poel!", sottotitolo: "Sembrava il Cannibale!". Dài, una bella ventata di politicamente scorretto, di richiami ancestrali al razzista che è in noi (tutti lo siamo, ammettetelo anche voi che fate tanto i buonisti), e poi nell'eterno revival che viviamo da decenni mi pare sia finalmente arrivato anche il momento della rivalutazione della comicità del Bagaglino, tutto questo ho pensato prima di essere sopraffatto dall'angoscia ispiratami dal ricordo dello stesso Feltri che una volta disse che ci aveva messo 30 anni (o 20 o non so, comunque molti) per conquistarsi la libertà di scrivere quello che voleva. Quando lo sentii pensai subito al mio privilegio di averla invece trovata quasi subito, grazie a internet, che ai tempi eroici in cui partì era davvero una sorgente di libertà che zampillava e tutto rinfrescava quel che di stantio s'era accumulato nei secoli dei secoli. E pensai che Feltri tutto sommato era un povero scemo. Oggi, 20 anni dopo, magari penso ancora la stessa cosa su costui (non confermo e non smentisco), però internet non mi pare più tanto libero, per esempio devo stare attento a quello che scrivo qui dentro e soprattutto al titolo dell'articolo, ché non ci vuole niente che il tutto venga frainteso (o inteso troppo bene!) e quindi segnalato e io mi ritrovi bannato dai social network. Uhm... meglio cambiare antifona.

I cinquestelle non li ho presi manco in considerazione perché dopo anni non ho ancora capito quale sia il loro punto di vista su immigrati e temi annessi, voglio dire un punto di vista che abbia uno spessore almeno di poco superiore a un pensierino di seconda elementare ("I taxi del mare" è il titolo di una puntata di Peppa Pig, su!). Intanto s'erano fatte le otto, la cena era in tavola e l'articolo era ancora da scrivere.

Siccome era una cena elegante, in automatico mi è venuta una battuta di matrice berlusconiana, della serie che Bini e Mathieu oggi hanno proprio fatto a chi ce l'aveva più lungo, e chiaramente in quel campo il nero non poteva perdere. Ma ho capito subito che quel che potrebbe essere detto tranquillamente a una convention di illuminati e moderati liberali non sempre può essere messo per iscritto in un umile articolo di ciclismo.

A quel punto è successo l'imprevedibile: mio figlio quattrenne ha intonato l'Inno di Mameli imparato all'asilo [sì, asilo! Rigetto la dicitura "scuola dell'infanzia", cavolo, ci sarà tempo per andare a scuola, che è 'sta fretta?], insomma mi ha risvegliato quel tipico afflato patriottico alla Fratelli d'Italia che alligna in tanti commentatori i quali ogni volta che vince uno straniero devono per forza cercare l'aggancio per dire che in fondo è un po' italiano e quindi dobbiamo esultare anche noi, come se servisse a tutti i costi questo appiglio per fare apprezzare alla gente comune certi gesti atletici. E con Girmay, amici miei, con Girmay si cade benissimo, perché si dà il caso che sia eritreo, proveniente dalle Gloriose Colonie Nostre (GCN esiste già come sigla o la possiamo registrare per un futuro programma di riforma scolastica che preveda l'introduzione dell'ora di Orgoglio Nazionale e Rivalutazione dell'Impero?); e qui l'aggancio è plateale, addirittura roba da dna, una fazza una razza, anzi dirò che la faccetta nera di Bini tanto simpatica e lui così furbo da mettere nel sacco Van der Poel ce lo fanno sembrare proprio un napoletano, vero? [Vai, mettiamo altra carne al fuoco!].

Però purtroppo l'idea me l'ha un po' bruciata Fabretti cimentandosi in spericolate digressioni al Processo su quanta Italia ci sia ad Asmara, è sempre stato un romantico il buon Alessandro, io mi sarei aspettato più una riflessione del tipo "ci pensate che quella merda del maresciallo Graziani - a cui pure è ancora intitolata qualche via nel nostro Paese - potrebbe aver gasato o arso vivo qualche bisnonno di Bini?".

Essere giunto a questa conclusione mi ha fatto capire che mi stavo riprendendo dall'occlusione arteriosa [comunque questa dell'occlusione era una citazione alleniana, non è che siam qui a inventare chissacché] e quindi il mio cervello stava ricominciando ad assomigliare al cervello che conoscevo. In compenso lo scompenso si spostava al livello della digestione, per cui dopo aver sbafato pizze rustiche, salami e formaggiole innaffiate da pessimo vino ho iniziato ad avere un abbassamento della palpebra e tormentose visioni di Salvini alla sagra del culatello.

Mi sono ridestato di colpo e ho capito che avrei dovuto non fare nulla di quanto potevo, ma cavarmela con una schietta, democristiana cronaca che non prende parte. Al servizio del lettore! (dicono i più scafati, i terzisti, in una parola i Mentana soprattutto quando parlano di Palestina). E quindi ho buttato giù il sospirat-disperato articolo e ho rinviato a questa mia omelia notturna tutto quel che avrei potuto scrivere nel pezzo di primo piano.

L'incubo gastrico di Salvini che addenta caciotte e provoloni per fortuna è durato poco, ma l'incubo reale di Salvini (e non solo) che azzanna gli immigrati dura da troppo e troppo ancora durerà. E il Paese, in questo, è con lui, è inutile che ci facciamo illusioni o ci giriamo intorno, è la triste realtà delle cose. Ci siamo fatti menare per il naso proprio lì dove non saremmo mai dovuti andare a parare, se avessimo avuto un minimo di senno, di attenzione, di intelligenza. Di memoria; di umanità. Siamo l'Italia di nuove leggi razziali tuttora in vigore, quindi è inutile che ci commuoviamo per questa o quella vittoria, anche perché poi c'è da dire che Girmay, con tutto che viene da dove viene, è comunque vincente e benestante, per cui che sia nero glielo possiamo quasi perdonare, fosse stato povero saremmo invece legittimati a non avere nessuna pietà, come non ne abbiamo per quelli che pure vengono da dove vengono ma senza niente, alcuni anche senza più anima dopo un viaggio di quel tipo, e dobbiamo inventarci su di loro le peggio stronzate, e i 35 euro, e le ong, e gli smartphone, e i vestiti firmati, e lo smalto sulle unghie, e tutto l'armamentario ideologico che ci è stato vomitato addosso per anni dalla Bestia immonda di Morisi e che è pronto a tornare di moda non appena le urgenze di covid e guerra (se mai...) lasceranno spazio alla nostra spicciola cronaca quotidiana di spaccio e scippi. Vedrete.

Ci sarà sempre, in vista delle perenni cicliche elezioni, una maggiore sicurezza da invocare e un'arma da brandire per legittima difesa contro l'immigrato clandestino sporco e pericoloso, e questa del clandestino sporco e pericoloso è una definizione che vale ovviamente per ogni immigrato dalla pelle scura, e questo in barba a ogni possibile dato e principio di realtà, e che l'agenda politica italiana sia destinata a essere ancora indirizzata da questi barbari e beceri concetti mendaci è una cosa con cui non riesco proprio a scendere a patti. Che mi fa vergognare di non fare le barricate in piazza.

Per tutto quanto sopra, allora, anche no. Anche no al surfare sull'ondata di retorica dedicata al nero che vince la tappa, non mi avrete. Non ho bisogno di fare pace con la mia coscienza, ho già vinto con me stesso questa battaglia di paura dell'altro quando, a 18 anni, andavo in treno ad Agrigento, al Mondiale (quello del '94 vinto da Leblanc su Chiappucci), il mio primo viaggio da solo e il ciclismo come solita scuola di vita, e in piena notte piombano nel mio scompartimento in cui stavo da solo quattro algerini reduci da chissà quali pomodori, sudati, zozzi, con quelle scarpe da ginnastica lerce che speravo non si togliessero e invece se le tolsero e c'era una puzza di piedi da svenire, e provavo ribrezzo e mi dissi "o lo fai ora o forse non lo farai mai più", presi l'unica bottiglia d'acqua che avevo, diedi un sorso, la porsi, bevvero loro uno alla volta, bevvi di nuovo io e archiviai la pratica dandomi da solo una lezione che sarebbe valsa per sempre, varrà per sempre. [Da anni scrivo un concept album sui migranti, ma proprio da molti anni, a volte - facendo a pugni con il tempo che mai c'è - lo riprendo e le cose che scrivevo due o tre o quattro lustri fa sono sempre più dannatamente attuali e mi chiedo come sia possibile che stiamo diventando un Paese sempre più razzista, comunque l'album va avanti e finalmente ora lo realizzerò, ci devo lavorare con un giovane produttore della mia zona a cui il progetto piace e io di questo sono troppo felice. Ci inserirò anche un paio delle musiche che ho creato qualche giorno fa per le analisi del percorso del Giro, le ho fatte per i video di Cicloweb ma già mentre le realizzavo sapevo che andavano a finire nel concept].

A questo punto dovrei scrivere una chiusura brillante per questo pezzo nato non dal cuore ma direttamente dalle viscere, ma si son fatte le 6.42, ho sonno e sento di aver già dato tutto nel corso della stesura. Lo so che mancano solo trenta metri al traguardo, ma non ce la faccio proprio più, smetto di pedalare e vado a buttarmi da qualche parte a riposare. A Bini devo decidere se fare un pollice su oppure il gesto dell'ombrello ('sta mano po' esse fero e po' esse piuma). Per oggi, tutto sommato, penso si sia meritato il mio like. Lui sì.
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