
Il Giro (del Pipppero) è finito, andiamo a casa
Dalla super-inflazionata partenza estera, all’incomprensibile passerella milanese piazzata a due terzi di una gara già ipotecata da un Vingegaard non trascendentale. Qual è il senso di tutto ciò?
Il Giro d'Italia 2026 è finito e, come da pronostici, lo ha vinto Jonas Vingegaard, conquistando la maglia rosa nell’ultima tappa di montagna, sabato a Pila. Domenica, poi, la tradizionale passerella finale di Milano, con gli immancabili brindisi, le foto e la neutralizzazione dell’ultima tornata decisa dalla giuria come atto dovuto, non avendo ormai la corsa rosa più nulla da dire dal punto di vista tecnico. E adesso gli occhi di tutti sono già puntati sul Tour de France, per scoprire se Vingegaard ne avrà ancora abbastanza per essere un rivale credibile di Tadej Pogačar e cercare a sua volta di centrare la storica accoppiata ottenuta due anni fa dallo sloven…
Come dite? Il Giro non è ancora finito?! C’è un’altra settimana?!? E cos’è stata allora la tappa vista domenica a Milano? In tutto e per tutto la più classica delle kermesse che siamo abituati a vedere a conclusione di una gara a tappe di tre settimane, ma piazzata in medias res e, per giunta, in un’edizione che terminerà con un’ulteriore passerella, domenica prossima, a Roma.
Ok Milano, ma non così!
Ebbene, qual è il senso di tutto ciò? D’accordo, il Giro bramava un ritorno a Milano dopo cinque anni di esilio dalla città che gli diede i natali, ma giustamente voleva anche continuare ad investire sul gran finale nella capitale. E naturalmente, a Milano, non puoi pensare di portare la carovana in un giorno feriale. Tutto giusto e condivisibile, ma davvero non c’era la possibilità di disegnare una tappa diversa da quella andata in scena e che, non a caso, il gruppo ha preso a pretesto per abbozzare una sorta di “sciopero pedalato”,
ottenendo la neutralizzazione al penultimo passaggio sul traguardo pur in assenza di pericoli di sorta?
Non si poteva proprio, pur arrivando all’ombra del Duomo, movimentare la tappa con qualche saliscendi sulle colline brianzole? O, meglio ancora, non si poteva metterci una cronometro? Ok, finalmente dopo anni abbiamo rivisto un piattone di ben 42 km non più tardi di martedì scorso, ma sarebbe stata una bestemmia bissare, nel mix del Giro, l’appuntamento con il tic-tac?
Una non-tappa come quella di ieri, infatti, ha avuto il solo effetto di spezzare il ritmo della corsa rosa di quest’anno. Un ritmo di per sé già non entusiasmante, non avendo al via nessuno dei big che hanno infiammato – e continueranno ad infiammare – la stagione nei
prossimi mesi, ed essendo poco più che scontata la vittoria di Vingegaard fin dalla partenza in Bulgaria.
Grande Partenza solo di nome, ormai
E a proposito: vogliamo parlare della “Grande Partenza” dal Paese che ci ha fatto dono del Pipppero? Quale ragione storico-culturale c’era alla base della scelta di muovere la carovana dallo sconosciuto, ancorché grazioso, villaggio di Nesebăr, e in generale di questa trasferta dal paese danubiano se non, appunto, una ragione di mero tornaconto economico? E non si tratta di fare del populismo patriottico un tanto al chilo: personalmente sono stra-favorevole alle partenze dall’estero, a patto però che abbiano ragion d’essere!

Fino a pochi anni fa le partenze oltre confine, oltre che rare, avevano sempre coinciso con occasioni eccezionali: gli euro-Giri partiti dal Belgio nel 1973 e dall’Olanda nel 2002, ad esempio, celebravano rispettivamente l’integrazione continentale sotto l’egida dell’allora Comunità economica europea ed il lancio della moneta unica. Il via da Atene nel 1996, addirittura, aveva voluto essere un gesto riparatorio nei confronti del Paese culla delle Olimpiadi moderne, dopo lo scippo dei Giochi del Centenario patito dalla capitale greca, a vantaggio di Atlanta e dei dollari della Coca-Cola.
Quelle sì che furono, letteralmente, delle Grandi Partenze capaci di conferire prestigio e visibilità internazionale al Giro. Così come, in anni più recenti, furono un successo i bagni di folla in Irlanda del Nord o in altri paesi di grande tradizione ciclistica come la Danimarca o, ancora e più volte, i Paesi Bassi. Ma pure il via da Gerusalemme nel 2018 aveva avuto una sua logica, ancorché dettata da ragioni vergognose su cui non starò a tornare in questa sede; ma si era trattato pur sempre di un’operazione con un progetto (abietto) alle spalle.
La deriva recente, invece, ha finito con l’inflazionare del tutto il prestigio della partenza dall’estero, sia perché riproposta con sempre maggiore frequenza – siamo già a due consecutive, e a tre negli ultimi cinque anni –, sia, soprattutto, per la scelta delle destinazioni: Budapest città bellissima, certo, ma capitale di un paese, l’Ungheria, senza corridori, né squadre, né seguito per il ciclismo; e vogliamo parlare della cultura ciclistica dell’Albania o, appunto, della Bulgaria?
Così si svende il marchio Giro
L’impressione che se ne trae è quella che RCS Sport abbia semplicemente bussato alla porta di chiunque, svendendo il Giro al migliore offerente. Un’impressione che viene confermata, poi, dalla stessa articolazione dei percorsi lungo le tre settimane, con tappe che sempre più spesso partono o arrivano in casa di munifici sponsor (che cos’è il Porcari Paper District, se non la casa dei Rotoloni Regina, quelli che non finiscono mai?), oppure devono passare necessariamente per certe strade, piuttosto che altre, per compiacere le amministrazioni locali, soprattutto le sensibilissime e suscettibilissime istituzioni svizzere. Tappe, anche decisive, disegnate sulla falsariga di note granfondo a cui fare da spot, e pensiamo all’ultima frazione di montagna del 2019, da Feltre a Croce d’Aune, copia-carbone della Sportul Dolomiti Race su cui Nibali e Roglič poco poterono inventarsi per tentare un
ultimo assalto a Carapaz.
Poi, per carità, pur tra mille paletti del genere, la buonanima di Mauro Vegni è sempre riuscito a disegnare percorsi tecnicamente all’altezza del blasone del Giro, e quello di quest’anno, ultima sua creatura postuma dopo il pensionamento di fine 2025, ne è l’ultima conferma, perché ci ha deliziato con il ritorno di una cronometro degna di questo nome, la Viareggio-Massa, e perché il mix di salite proposte appare decisamente ben bilanciato, senza la spasmodica ricerca di rampe di garage.

Ma restano, appunto, peccati mortali come la partenza sacrificata sull’altare del bilancio, o un obbrobrio come la tappa vista domenica a Milano, ancora più anti-climax perché seguita dal secondo giorno di riposo. Così è difficile appassionare il pubblico al prodotto-Giro, e l’impressione è che gli introiti ottenuti nel breve termine dalle amministrazioni a cui vengono vendute le sedi di tappa non compensino la perdita di valore del brand sul lungo periodo.
Né, d’altra parte, possiamo aggrapparci ai pochi corridori italiani di livello rimasti oggi in gruppo, che anzi rischiamo solo di bruciare caricandoli eccessiva pressione: pensiamo solo a quanto è patetica e provinciale la rubrica Rai “Il Giro di Giulio”, che ogni giorno ci svela il mondo secondo Giulio Pellizzari, manco fosse Merckx o almeno Seixas. Salvo, poi, rimanerci male se il pur validissimo (e ancora giovanissimo) corridore non a caso della Red Bull (che tale rubrica sponsorizza insieme con l'omonimo chilometro, a proposito di commercializzazione del prodotto) le prende in salita oltre che da Vingegaard, anche da Gall, Arensman e compagnia. Davvero: c’è una logica dietro l’idea di Giro d’Italia che stiamo vendendo al grande pubblico?
