
"Tra 15 anni nessuno si ricorda dei punti": Moschetti racconta la caduta, il ritiro e i sogni
Matteo Moschetti racconta la caduta alla prima tappa del Giro, il ritiro forzato per commozione cerebrale e i sogni nel cassetto: una tappa in un GT e una top 10 alla Roubaix
Ripubblichiamo anche sul sito e in maniera più completa l'intervista che sabato 16 maggio Matteo Moschetti ci ha concesso a una settimana dal ritiro forzato dal Giro d'Italia, uscita su Muri, la Newsletter breve ma intensa di Cicloweb. Non tutti i contenuti della Newsletter diventano poi accessibili sul sito: se vuoi iscriverti alla Newsletter Muri, basta cliccare qui e inserire la tua mail.
Matteo Moschetti ha dovuto abbandonare il Giro d'Italia 2026 alla prima tappa a causa di una commozione cerebrale, dopo una caduta nel finale dello sprint di Burgas. Il velocista della Pinarello-Q36.5 racconta la dinamica dell'incidente, la procedura medica che ne ha decretato il ritiro forzato e i programmi di ripresa. Nel frattempo, l'intervista è già invecchiata: Matteo infatti è già tornato in corsa sabato alla Veenendaal Classic e ha subito lo zero dalla casella delle vittorie stagionali, non possiamo che fargli i complimenti…
Ciao Matteo, partiamo dalla caduta nella prima tappa del Giro per cui hai dovuto abbandonare la corsa rosa per una commozione cerebrale: puoi ripercorrere quello che è accaduto?
Dopo che ho tagliato la linea del traguardo, e a parte delle classiche escoriazioni e tagli (che se cadi a più di 60 km all'ora penso sia normale), la squadra ha notato che il casco era crepato. Quindi abbiamo deciso di riguardare le immagini: sono caduto sulla testa, poi ho fatto una capriola e ho picchiato anche la schiena, però il primo colpo l'ho dato comunque alla testa. Fortunatamente il casco ha fatto il suo lavoro egregiamente. Con la dottoressa della squadra, dopo che mi ha curato tutte le ferite (una volta fatta la doccia e rientrato all'hotel), mi ha lasciato un'ora per riposarmi, riprendermi un po' dalla caduta, e poi abbiamo effettuato un questionario che avevamo già fatto in una situazione di assoluta normalità a dicembre, durante il primo ritiro stagionale. Abbiamo ripetuto lo stesso questionario e poi mi ha detto che avrebbe elaborato. Il risultato, poi, è stato condiviso con tutto il resto dell'équipe medica della squadra, e mi ha detto che era risultato positivo e quindi non sarei potuto ripartire l'indomani, nella tappa 2 di sabato scorso.

Della caduta effettiva ti ricordi la dinamica?
Mi ricordo come è accaduta, ma non ho visto chi è caduto: ero a sinistra del ragazzo della Uno-X [Blikra, ndr]; a quanto pare è stato lui il primo a cadere, mi sono ritrovato agganciato e quindi mi sono accorto che non potevo evitarla e che stavo per cadere. Poi, una volta che eravamo seduti su un marciapiede in attesa della bicicletta per capire un po' com'era la situazione, ho scambiato due parole con questo ragazzo. Quello che mi diceva lui era che Tord Gudmestad, un corridore della Decathlon norvegese come lui, era rimasto un po' chiuso tra le transenne.
Ci sono state tante cadute in questo Giro: a parte quella di Napoli, sul ciottolato, due cadute sono state quelle in Bulgaria: alcuni le hanno attribuite ai tracciati troppo azzardati, altri alla foga inevitabile del gruppo… forse si cercano percorsi troppo pericolosi per degli sprint di gruppo?
Si potrebbe parlare per ore di questo argomento, non è un discorso così facile. Si sa che le prime tappe di un grande Giro hanno tanta tensione: tutti sono super motivati, c'è tanto in gioco (in quel caso c'era in palio la prima maglia rosa). Tutti possono fare il loro sprint e tutti hanno diritto di provarci. Quel restringimento sicuramente non ha aiutato, però, restringimento sì o restringimento no, secondo me quel giorno una caduta nel finale ci sarebbe stata comunque: se non era ai -700, era ai -500 o a un chilometro e mezzo. La caduta era inevitabile a mio modo di vedere; c'era tanto nervosismo, la strada era quella, tutti volevano stare davanti e purtroppo è successo. Il resto del Giro non l'ho seguito bene perché mi hanno consigliato di non guardare schermi, in particolare il televisore, nei giorni successivi alla caduta. So che alla terza tappa sono arrivati su un ciottolato: ho detto «cavolo, era proprio necessario fare l'arrivo lì?». Bastava una giornata un po' particolare, due gocce di pioggia, e probabilmente sarebbe arrivata una grande caduta anche lì. Quando si poteva fare 300 metri prima o 300 metri dopo, era proprio necessario fare la curva prima del lastricato? A mio modo di vedere no, però non organizzo io le corse. Le cadute possono capitare sempre; poi, quando si dice che ci sono tante curve ed è pericoloso è vero fino a aun certo punto: arrivi su stradoni larghi stile UAE Tour sono su strade larghe e dritte, ma le cadute ci sono comunque: secondo me queste situazioni si possono migliorare, come anche l'arrivo a Napoli, che era abbastanza prevedibile.
Dopo il tuo ritiro e quello di Fabio Christen, quali sono gli obiettivi della Pinarello-Q36.5 al Giro d’Italia?
Purtroppo dopo il ritiro non sono più in contatto così stretto con i miei compagni da sapere come verrà impostato il resto del Giro. Sicuramente Chris Harper e lo stesso David De la Cruz proveranno a curare la classifica ed entrare comunque in una top ten, o almeno nei quindici, che potrebbe già essere un buon risultato. A prescindere da questo, penso cercheranno comunque di provare una vittoria di tappa, che era il nostro obiettivo a inizio Giro; poi valuteranno alla terza settimana se sono ancora in lizza per un piazzamento in generale, ma l'obiettivo principale dovrebbero essere comunque le tappe: se in volata o in fuga, poi dipenderà dalla tappa.
Come va la ripresa dall'infortunio? Hai già cominciato ad allenarti, sei già riuscito a tornare in bicicletta o hai cominciato magari dai rulli?
Abbiamo stabilito un programma di ripresa: ho ricominciato a pedalare giovedì 14 maggio sui rulli, oggi (sabato 16) ho ricominciato a uscire in bicicletta. Sta andando tutto secondo il programma, secondo i piani, quindi adesso spero di ritrovare presto un minimo di condizione. In una settimana la condizione non si perde, però cercherò di ritrovare un po' il colpo di pedale e poi magari mettere giù anche un programma per le prossime settimane.
Inizialmente avevi in mente di fare anche la Vuelta quest'anno?
No, sicuramente non la Vuelta: dei tre grandi giri è quella con meno occasioni per i velocisti. Non abbiamo ancora parlato di un programma di gare; sicuramente il fatto di essere tornato a casa dopo la prima tappa del Giro cambia parecchio per il prosieguo della stagione. È una corsa che è sempre stata un po' avara per i velocisti. Sì, Milan la farà per completare il tris delle maglie a punti nei grandi giri, quello può essere un obiettivo che dà senso alla partecipazione; però adesso non ricordo bene, mi sembrano tre o quattro volate sulla carta.
La tua stagione è cominciata abbastanza bene, avevi fatto tanti top 10 (penso alla Famenne Ardenne Classic dove eri arrivato terzo): forse quest'anno una vittoria World Tour potrebbe essere il target?
In realtà la stagione non è andata male, però onestamente manca una vittoria, o più vittorie. La grossa differenza rispetto all'anno scorso è che il Giro d'Italia l'avevamo pianificato ad aprile, quando avevamo ricevuto l'invito. Invece quest'anno, con il fatto di essere entrati tra gli inviti obbligatori per le professional, avevamo già definito tutto il calendario. Il Giro d'Italia era un obiettivo importante: avevamo lavorato davvero bene, siamo andati in ritiro in Sierra Nevada prima di aprile con l'obiettivo di provare a vincere una tappa. Forse è questo che fa più male; avevamo puntato tanto sul Giro, ma diciamo che anche questo è il ciclismo. Ci sono tante altre gare, tante altre occasioni, però è un peccato.
Il vostro obiettivo è più fare tanti punti o centrare determinati obiettivi? A volte vanno fatte delle scelte tra i punteggi delle corse minori e la visibilità dei GT: per voi l'obiettivo è più fare bene al Tour de France oppure fare tanti punti.
Quest'anno siamo una squadra privilegiata, perché non solo l'anno scorso ma anche l'anno precedente abbiamo terminato tra le migliori tre professional, il che dà il diritto a tutti gli inviti del calendario World Tour, però non il dovere di partecipare.
La squadra ha fatto un passo indietro sul Tour Down Under e sul Giro dei Paesi Baschi, gare che reputavamo in un periodo del calendario non così adatto. È una posizione privilegiata, ma chiaramente, a differenza di essere una squadra World Tour (dove per tre anni hai un calendario strutturato), per noi ogni anno i punti sono importanti perché ti devi confermare tra le migliori professional per mantenere questo diritto l'anno successivo. Come per tutti, i punti ci riguardano ed è una cosa da tenere in considerazione.
Si cerca di darsi degli obiettivi: so già che per il Tour de France prepareranno un'ottima squadra per poter ben figurare. I punti sono importanti, ma non sono un'ossessione: alla fine dell'anno sarei molto più contento di avere tre o quattro vittorie che di aver fatto tanti punti. Tra 15 anni nessuno si ricorderà di quanti punti hai fatto, ma se hai vinto una tappa al Giro d'Italia (io parlo da corridore, poi mi rendo conto che per la squadra è importante) lo tengono in considerazione.
Per te l'obiettivo della carriera sarebbe una tappa al Giro o in un GT, ma c'è qualche altra soddisfazione che vorresti toglierti?
È un sogno, ma mi piacerebbe fare bene alla Parigi-Roubaix, è difficilissima. Ma forse, tra tutte le classiche, è quella dove c'è un po' più di spazio: magari prendi la fuga giusta o con un po' di fortuna, senza incappare in problemi meccanici o altro. Vincere è davvero complicato, ma mi piacerebbe fare una bella prestazione alla Roubaix e, perché no, una top 10. Si distanzia sicuramente da un obiettivo primario come una tappa al Giro d'Italia o in un Gran Tour. Purtroppo quest'anno è una delle gare a cui non ho partecipato, proprio perché un ottimo risultato alla Roubaix è molto difficile e forse abbiamo dato priorità alla preparazione per il Giro d'Italia: è un obiettivo che può uscire un po' dallo schema classico.

Oltre agli ultimi anni in Pinarello-Q36.5 (dal 2023) hai fatto anche tanti anni in Trek: quali sono i corridori di cui sei un po' più amico nel gruppo?
In Q36.5 nei primi anni siamo arrivati insieme con Nicolò Parisini, con cui sono molto legato: siamo amici anche al di fuori del mondo del ciclismo. Invece in Trek c'era un ragazzo sempre italiano, Jacopo Mosca: in realtà ci conoscevamo già ben prima della Trek, perché lui, prima di passare professionista, era stato per due anni dilettante con me alla Viris Maserati: abbiamo fatto due anni da dilettanti insieme prima che lui passasse all'allora Willier Triestina, e ci siamo ritrovati nel 2019 alla Trek.
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