Roberto Reverberi al centro, fra il Alessandro Guerciotti e Bruno Reverberi © Bardiani CSF Faizanè - Paolo Codeluppi
Roberto Reverberi al centro, fra il Alessandro Guerciotti e Bruno Reverberi © Bardiani CSF Faizanè - Paolo Codeluppi

Reverberi: «Bardiani, rinnovare per non sparire»

Intervista al team manager della Bardiani CSF Faizanè, formazione che affronta con entusiasmo un 2020 ricco di cambiamenti

Lo dice chiaramente, la stagione passata è stata ben al di sotto delle attese. Ma Roberto Reverberi, che con il padre Bruno gestisce la più longeva formazione professionistica italiana, è decisamente carico e ottimista in vista del nuovo anno, il trentanovesimo per la squadra. La Bardiani CSF Faizanè ha voluto rinnovarsi, con l’arrivo di un nuovo main sponsor che ha fatto gli onori di casa per il primo ritiro stagionale a Zanè; è cambiata in profondità anche la squadra, con dieci conferme e altrettanti innesti nel roster, mai così corposo anche in virtù delle nuove normative internazionali.

Se il cambiamento cromatico della divisa è stato di sicuro impatto, lo sarà anche dal punto di vista agonistico, con un calendario denso di appuntamenti come non mai. Basti pensare che, nei primi due mesi dell’anno, la squadra gareggerà in Argentina, Spagna, Malesia, Italia, Oman, Turchia e Cina, rinunciando per altro ad altre gare nonostante l’interesse degli organizzatori. Giusto per fare un confronto, nel 2019 fra gennaio e febbraio furono 13 i giorni di gara a cui il #Greenteam prese parte; in questo 2020 saranno più del triplo.

Il 2020 ha tutta l’aria di essere un anno di rivoluzione, di una Bardiani 4.0, giocando con il prossimo anniversario all’orizzonte
«Abbiamo voluto dare un segnale perché il 2019 è stata una stagione deludente. Siamo andati discretamente negli appuntamenti principali come Giro, Tirreno e Sanremo sia da un punto di vista della visibilità sia per i piazzamenti; non siamo invece stati protagonisti nelle corse di secondo piano, in particolar modo sono mancati i velocisti. E, con l’ingresso di un nuovo sponsor come Faizanè e l’appoggio dei nostri partner storici Bardiani e CSF, abbiamo deciso per un cambiamento radicale. Anche a livello di immagine abbiamo optato per la discontinuità: inizialmente la maglia prevista era tutta ciclamino, ma anche per non accavallarci alla storica casacca del Giro abbiamo mantenuto il verde che ci caratterizza come Greenteam. Siamo dovuti salire da 17 a 20 corridori, con un ovvio aumento di budget necessario. E abbiamo rinnovato anche lo staff, con l’arrivo di due nuovi direttori sportivi (Donati e Manzoni) oltre ad altri cambi nell’organico. Abbiamo fatto una bella rivoluzione sperando che questo morale più alto ci porti a partire bene»

Il reparto velocisti è stato totalmente cambiato
«Con Guardini e Simion nell’ultimo anno il bilancio è stato negativo. Una squadra come la nostra non può chiudere un anno con tre vittorie; se poi ci rapportiamo con la stagione eccezionale che ha fatto la Androni, piuttosto ad altre annate che noi abbiamo fatto in passato, alla fine era necessario dare un segnale sia agli sponsor e sia a quanti non si sono impegnati adeguatamente. E l’arrivo di due corridori di esperienza come Benfatto e Pelucchi serve anche in tal senso. Sopratutto all’inizio di questa nuova stagione, abbiamo cercato di redigere un calendario che sia adatto alle loro caratteristiche, puntando, nel caso ricevessimo l’invito, a partecipare alla Tirreno con i velocisti in forma, sfruttando il percorso adatto per portare a casa qualche bel risultato. Se uno come Lonardi ha mostrato buone cose ma è tutto da scoprire, Pelucchi è uno che ha già vinto gare importanti e può fare la festa anche a quelli forti. Benfatto, anche se ha 30 anni, sinora è stato utilizzato in corse di secondo piano o per tirare le volate ad altri ma crediamo che abbia le doti giuste»

Dopo le buone prove del 2019, Giovanni Carboni è, pur se giovane, il faro della squadra
«Al Giro è andato molto bene nella fase iniziale, prendendo la maglia bianca dopo la tappa di San Giovanni Rotondo. Nella seconda settimana ha vissuto una fase di appannamento, tanto che pensavamo di averlo perso per il prosieguo; invece nel finale è andato in crescendo ed è un bel segnale come lui. È stato due volte in fuga, riuscendo nella tappa di San Martino di Castrozza a rientrare tutto solo sugli attaccanti per poi chiudere quarto. Ha degli aspetti ancora da migliorare, come nelle discese specialmente quelle bagnate in cui è ancora incerto»

Non è stato un anno semplice per Manuel Senni, rallentato da tanti imprevisti
«È stato operato poco fa e sta riprendendo dal problema che ha avuto in questi mesi, l’obiettivo è di portarlo al Giro in ottime condizioni, perché è un corridore che ben si adatta nelle corse dure. Il suo problema è inverso rispetto a tanti altri: si concentra troppo sul proprio lavoro e talvolta esagera negli allenamenti. Deve trovare la propria dimensione perché ha le qualità, ma deve avere un po’ di tranquillità mentale in più: talvolta, quando ci sono gli eventi importanti, non dorme la notte»

Tra i dieci nuovi arrivi, ben cinque sono neopro’. Quali sono le attese su di loro?
«I giovani sono interessanti e, magari su gare non di primo piano, possono già essere protagonisti. I risultati li aspettiamo dagli altri mentre da loro, tutto quello che viene è buono. Sono rari quelli che ottengono certi traguardi, ma nella nostra storia abbiamo avuto corridori al primo anno fare bene, come Modolo con il quarto posto alla Sanremo. Adesso è diventato più difficile reclutare i giovani perché c’è la tendenza, da parte di molti procuratori, di portarli direttamente dal mondo juniores alle squadre World Tour. E per me è un errore, perché se vediamo gli italiani passati direttamente al massimo livello, quasi tutti non hanno reso secondo le aspettative. Quelli che hanno fatto una esperienza in una Professional o anche in una Continental, hanno generalmente avuto risultati migliori»

E di certo le mosse dell’UCI non vi favoriscono da questo punto di vista
«Le World Tour ora sono obbligate ad avere le Continental di appoggio e noi abbiamo più difficoltà ad attrarli, perché i ragazzi magari preferiscono andare in un vivaio piuttosto che in una Professional che garantisce loro un calendario migliore. Noi, praticamente ogni anno, portiamo almeno un neopro’ al Giro come accaduto con Covili nel 2019. Si dice “nelle grandi squadre fanno più esperienza”: non è vero, perché nelle volte in cui li mandano a fare il grande giro o la classica, la disputano come gregario. Nelle Professional c’è spazio e noi non leghiamo nessuno: se c’è il neopro’ che merita, si lavora per lui senza problemi. Lo dimostra il fatto che nostri ex sono in gruppo con altre squadre. Questa è una funzione importante per il ciclismo italiano, qualcuno ai vertici della FCI non l’ha ancora capito e non ci dà una mano a livello politico. Il risultato? Le Professional continuano a sparire. Noi teniamo duro perché abbiamo degli sponsor appassionati e che hanno aziende che vanno bene e continuano a sostenerci. Tralasciando l’ultima stagione, otteniamo buoni risultati con il budget che abbiamo, dando sempre una grande visibilità»

La riforma che la federazione internazionale ha introdotto vi ha subito visti contrari
«Ma tu UCI, che vedi sparire così tante Professional in un colpo solo, ti fai delle domande? Il ciclismo non è la Formula 1. Che poi, già lì vincono sempre solo due-tre squadre e la gente si annoia. Questo trend inizia a vedersi anche qua, con cinque squadre che vincono quasi 250 corse all’anno mentre altre formazioni World Tour costano 20/25 milioni e hanno una manciata di successi. Noi ci lamentiamo di averne vinte solo 3, loro ne vincono qualcuna di più, non di livello e con tanti soldi spesi. Il livello si è alzato solo per poche squadre, quelle che comprano i corridori che possono metterli in difficoltà e li trasformano in gregari. L’attività è troppo intensa: certe World Tour hanno quattro-cinque corridori buoni e devono correre sempre, scontrandosi con i migliori delle big non facendo risultato. Nelle corse minori mettono le seconde linee e non fanno risultato neppure lì…»

Dopo l’annata non felicissima, avete avuto la tentazione di tornare all’antico, inserendo corridori stranieri?
«C’era stato un pour parler con la Nippo ma poi abbiamo riflettuto e, una volta entrata Faizanè, abbiamo capito di non avere bisogno di snaturare la nostra anima, dato che in caso di accordo ci veniva imposto un certo numero di corridori e staff. Abbiamo rinunciato ad una cifra non banale ma con uno sponsor nuovo manteniamo la nostra identità, sperando che sia la politica giusta»

Un aspetto che fa discutere gli appassionati è la scarsa presenza delle Professional italiane nelle corse straniere del World Tour: giusto per togliere ogni dubbio, a quali corse World Tour avete chiesto l’invito quest’anno, oltre ovviamente a quelle italiane?
«Abbiamo fatto richiesta praticamente a tutte, a parte Tour e Vuelta perché non abbiamo l’organico per partecipare a due grandi giri. ASO fa una preselezione, chiedendo ai team a quali corse ci sia la volontà di partecipare. Per dire, come sempre abbiamo fatto domanda per essere al via del Fiandre e della Roubaix; è poi molto difficile parteciparvi, perché i posti sono pochi e ci sono le Professional locali. Però, d’altro canto, per partecipare a certe gare ci vogliono i corridori adatti. In passato abbiamo avuto gente come Pieri, Balducci e Casarotto con cui abbiamo fatto qualche risultato sulle pietre. Ma se devi andare a farle e già a 70 km dall’arrivo e non c’è più nessuno dei nostri in gruppo, è controproducente»

A fine stagioni saresti felice se…
«Il massimo sarebbe vincere una tappa al Giro d’Italia. Prima di tutto, ovviamente, puntiamo a ricevere l’invito, ma non dovrebbero esserci problemi. Un successo lì ti salva la stagione, anche se nel resto dell’anno non ottieni niente. Poi vogliamo avere la conferma che la squadra non è morta: abbiamo cercato di rinnovare tutto perché vogliamo continuare a portare i giovani al successo. Far emergere il Modolo, il Colbrelli, il Pozzovivo della situazione ti dà modo per qualche anno di costruire la squadra partendo da lui. E tutti gli altri ruotano attorno al capitano, dando il massimo come impegno e ottenendo risultati. Se non c’è nessuno da cui imitare, è più facile demoralizzarsi».

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