Tom Boonen saluta alla Scheldeprijs 2017 © Bettiniphoto
Tom Boonen saluta alla Scheldeprijs 2017 © Bettiniphoto

Ciao Tom, non smetteremo di amarti

La figura di Boonen vista e interpretata con gli occhi del tifoso: un’avventura unica ed emozionante

Uno – Cronache d’amore sul divano

Una sconfitta epica, una vittoria formidabile e una battaglia affrontata nel centro del proprio schieramento. Tre momenti, dal cuore di tre corse magnifiche, per descrivere una grande passione.  Ci sarebbe già tutto quello che serve per raccontare un amore, per dire di un sentimento che attraversa tutti gli stati dell’anima.  

Cominciamo così: tre d’amore, Tom.                                                                                                                                                                                                                                                                                               Nizza, 4 Aprile 2010 – Onore

Qualche giorno al mare per Pasqua va bene, ma oggi c’è il Giro delle Fiandre, e l’appartamento per le vacanze non ha la tv. Sono sgattaiolato via dalla Promenade come un ladruncolo e mi sono ficcato in un lurido Cafè della strada interna. Convinco a gesti minacciosi il barista ad accendere la televisione. Ordino una Coca Cola dal prezzo astronomico e mi sistemo sul divanetto lercio. Quando il tipo trova il canale giusto loro due sono già nella fuga decisiva. Fasciati dei colori delle rispettive bandiere. Uau, mi dico, che gara! Cancellara fa quell’odioso gesto con il gomito e Tom si accinge a passare per il suo turno in testa. Annaspa. Lotta contro il muro d’aria della campagna fiamminga.

Si vede, anche da qui, l’acido lattico fiottare nei condotti ematici, bruciare sottopelle, devastare le riserve di Boonen.  Capire tutto in un amen. Tom non salta un cambio, non rinuncia all’onore della lotta, alla sua bellezza estrema, efferata. Non può, non vuole, non deve. Mi vengono le lacrime agli occhi. Ecco Ettore che scende dalle mura di Troia per farsi assassinare da Achille. È nel pieno della forza, è il migliore dei suoi, di gran lunga, ma un semi-Dio lo finirà, davanti alla sua gente.

So già quello che succederà fra un quarto d’ora. Sul Muur, sotto le ombre allungate dei grandi alberi senza foglie, accanto alle bandiere gialle, sul tornante che vede il rosseggiare dei mattoni della Cappella, fra l’odore di birra, nelle grida eccitate, nel cuore di un popolo. Verrà straziato, strappato di ruota senza pietà, ne speranza. Non mi dispiace, vedo che ha dato tutto e mi basta. In riva al mare mi aspettano, la Coca è calda come orina e questo bar francese fa schifoalcazzo. Alzarmi, pagare ed uscire. Lo faccio subito. Un ultimo sguardo allo schermo, Tom sta ancora tirando.

                                                                                                                                             Mantova, 8 Aprile 2012 – Vittoria

Le famiglie sono ancora a tavola, alle prese con frutta e dolcetti. Io sono accoccolato sul pavimento, la schiena appoggiata al divano. La tv ha appena trasmesso le immagini di Pozzato e Ballan che si fanno un dispetto a 55 chilometri dal velodromo. Tom ha guadagnato cento metri in compagnia di un fortissimo olandese, compagno di squadra. Guido, sentendosi a casa di altri, fa quello che ancora non vuole staccarsi dalla tavola dei commensali e guarda laRubè mezzo di traverso, rischiando un torcicollo: “E’ ancora presto…”, dice. Intanto i due si danno cambi furiosi, una manciata di secondi su un gruppetto alle loro spalle. Entrano in un tratto di pavè, il n. 11  Auchy-les-Orchies. La schiena di Terpstra oscilla paurosamente. Succede qualcosa.

Tom Boonen impegnato alla Paris Roubaix 2012 © Cor Vos
Tom Boonen impegnato alla Paris Roubaix 2012 © Cor Vos

“Guido vieni. Vieni subito!”

“Co-cosa?”

“Sta facendo una follia. Vedi, lo ha staccato. Va da solo.”

“Stai scherzando ?! NO, incredibile!…Ma perché?”

“No lo so, ma lo sta facendo. L’ha già fatto.”

                                                                                                              Desenzano del Garda, 16 Ottobre 2016 – Unità

Tutto sommato la devo a lui, mio padre, questa dolce ossessione del ciclismo. È bene guardarlo con lui, questo ultimo mondiale di Tom. E pazienza se gli devo ripetere molte volte quanto manca, che gara è, perché l’Italia ha le maglie bianche, etc. L’Alzheimer, quando arriva, non fa sconti, come il vento di tre quarti nel deserto.

Un po’ do retta al Fausto e un po’ smessaggio da saccente con un gruppo di infedeli convinti che la gara finirà con un colossale sprint di gruppo. Non succede quasi niente per ore, dubito di me stesso e temo di dover riconoscere l’errore. Poi una curva a destra.  Sabbia che striscia sull’asfalto. Gli inglesi aprono le danze. Si capisce poco, le riprese tv sono da dilettanti. Ecco che le magliette celesti dei belgi riempiono lo schermo, sostituiscono quelle britanniche. Ruotano bene. Uno senza guanti tiene la testa così bassa che non si fatica a riconoscerlo dopo un secondo.

“Aprono i ventagli, ma manca molto?”. Fa il vecchio sistemandosi sul divano bordeaux.

“Si papà, li hanno aperti. Mancano cento e passa chilometri. Guarda Boonen, il capitano della squadra, che gira nel ventaglio. Tira come gli altri. Guarda, gli dice come mettersi. Ha spaccato la corsa.”

“Sì, sì, vedo. Sta facendo il capitano, ma manca molto?”. Dice lui.

“Sì, manca molto, moltissimo. Ti faccio un caffè. Gara bella neh? Ce la guardiamo tutta.”

 

Due – “Standing on the Shoulder of Giants”

“…cosa è stato Tom per un suo tifoso…”.  Così mi scriveva Grassi qualche giorno fa in merito al pezzo che state leggendo.

Il tifo, dunque; una cosa va detta, senza presunzione, ma per onestà la dico: non credo sia il TIFO la categoria di relazione d’affetto che si può usare per uno personaggio della caratura di Tom Boonen. Il tifo è riduttivo, banalizzante, quasi offensivo. Un atleta come Tom richiama a se ordini di attaccamento molto più intimi, onesti e consapevoli del tifo. Tom Boonen rappresenta, per un cycling lover, un concentrato di molto dello specifico agonistico su pedali. A parte le salite da grimpeur, c’è tutto. Anche più di tutto.

Amare Boonen significa innanzi tutto rendere omaggio alla principale tradizione storica del ciclismo. Quella belga-fiamminga. Quella che ha prodotto Merckx, le gare più belle del mondo, l’interpretazione più vibrante del ciclismo, le storie più tristi (Monseré), ma anche le più intense di tutto il movimento. Significa riconoscere la Cultura fiamminga per il ciclismo, come fondante e sostanziale. Significa quindi riconoscere le nostre stesse radici di appassionati (il ciclismo non nasce e non finisce nel Bel Paese, per fortuna), e intendo quelle più autentiche e profonde. Amarle, comprenderle e farne patrimonio. Tom Boonen è questa cultura. È l’evoluzione di questa cultura. Tom Boonen è un Eric Vanderaerden che non si è limitato a vincere come i maestri fiamminghi, ma lo ha fatto con un Plus di personalità. Gli Oasis direbbero che Tom Boonen è “salito sulle spalle dei giganti.” Lo ha fatto, e ha dato un suo proprio contributo al magnifico paesaggio.

Ammirare la carriera di Boonen è prendere atto della grandissima qualità di un Palmarès e della incredibile costanza di risultati in un amplissimo arco di carriera. Una longevità che solo gli infortuni e le sbandate hanno interrotto parzialmente. Una quantità e qualità di vittorie che ne fanno uno dei più voraci ed efficaci cacciatori di classiche dell’intera storia del ciclismo.

Capire il ciclismo di Tom Boonen significa apprezzare la grande generosità del suo gareggiare. Le infinite variabili delle sue azioni d’attacco, le vittorie allo sprint, le invenzioni, le responsabilità mai respinte e anche la capacità di lanciare compagni di squadra a scapito di vittorie personali quasi certe.  Tom Boonen, ha saputo, come pochi altri, cambiare il destino di gare classiche a capo di iniziative letteralmente imprevedibili (l’ultima Ronde, solo qualche giorno è trascorso), talvolta rischiosissime, ma altamente spettacolari. Tom Boonen riannoda il filo con l’arte di correre con onore e forza. Le vittorie di Boonen sono sempre intrise di un merito acclarato, guadagnato nel vento, superando se stesso, raschiando il fondo del barile quando serve (Ronde 2012, Pozzato, ti ricordi qualcosa?).

Godere il ciclismo di Tom Boonen vuol dire sentirsi toccati dalla profonda e sensuale bellezza del suo gesto, delle sue potenti e sbalorditive azioni sul pavé, delle sue vittorie. Tom Boonen suscita un rapimento estatico simile a quello che si prova di fronte alle opere d’arte. Osservatori migliori del sottoscritto l’hanno definito “il muscolare perfetto”. Ed è questo: una scultura in movimento, la proporzione può essere travolta dalle forme, dalla pulsione primordiale che Tom imprime nel suo gesto. Dita strepitosamente avvinghiate alla parte più avanzata del manubrio, la testa protesa ben oltre il canonico piombo sulla serie dello sterzo. Non bello in senso classico, ma la “forma”, che Tom compone nello spazio-tempo è perfettamente coesa alla sua attitudine psichica nel gareggiare. Attitudine che ben conosciamo, certo. Formidabile la postura di Boonen in fuorisella: avanzamento dell’intero bacino rispetto alla punta della sella, come fiera che balzi su una preda. Ed eccolo, il leopardo di Mol avventarsi oltre il manubrio, la posizione aggressiva delle mani trova il suo “specifico” cinetico, l’arco perfetto di schiena e glutei si tende per rilasciarsi in forma di catapulta, il piede a martello desidera svellere i cuscinetti del movimento centrale. Infine gomito e ginocchio, miracolosamente sovrapposti, come neanche un costruttivista avrebbe potuto concepire, in una ICS, perno ideale del magnifico macchinismo muscolare che avrebbe commosso un Boccioni, ma anche Gianni Brera, quello degli inizi, almeno.

Tom Boonen alla Paris-Roubaix 2008 © Quick Step Floors
Tom Boonen alla Paris-Roubaix 2008 © Quick Step Floors

Comprendere Tom è anche amare ed essere felici per un’era delle gare classiche fra le migliori della Storia. L’ingresso in campo con Musseuw ancora dominante, la rivalità sublime con Cancellara, il parallelo Belga con Gilbert e il finale passaggio del testimone a Sagan, potenziale erede delle passioni scatenate da Tom.

Sentire che Tom Boonen è stato qualcosa di grande ed unico per il ciclismo è facile. È ancora più facile dopo la Parigi Roubaix del 2016, quella della “quinta” incompiuta. Una gara dalla bellezza sconfinata, quasi impossibile da tradurre in parole e dati. Atletica, tecnica, ma anche umana, struggente, quasi dolorosa. Un’impresa sportiva al tempo stesso raffinata e primordiale. Una giornata da ricordare. Un corridore che compie il capolavoro della vita e, quasi a sancire uno stato di “umanità”, si fa mancare una virgola per renderlo vittoria. E, al tempo stesso, questa incredibile sconfitta diventa per tutti gli appassionati un’esperienza senza precedenti. Letteralmente “la corsa più bella di sempre”, nonostante il vincitore sia risibile e il campione abbia fallito l’impresa per pochi centimetri. La sconfitta che sublima una storia. La sconfitta perfetta.

Onorare profondamente questo campione trova un motivo anche in questo lungo anno fra le due Parigi Roubaix, quella di Hayman e quella di ieri. Questa estensione della carriera che si pensava triste e senza glorie e invece si è rivelata intensa come i migliori anni, Assaporarla come un regalo di generosità enorme. Sentirne ogni episodio, rivedere la vittoria di Londra, lo squillo a Bruxelles, la determinazione feroce nel deserto (ah, quel podio senza un vero sorriso, quanto ci racconta), l’assalto all’ultima Ronde orchestrato sul Geerardsbergen. Quanta Manna signore, quanta Manna!

Tom Boonen incitato da giovani fan alla Paris-Roubaix 2012 © O Negative
Tom Boonen incitato da giovani fan alla Paris-Roubaix 2012 © O Negative

Tre – “Tom-eke-Tom-eke”

E per chiudere, come mi raccontò un amico di Gand, l’origine del soprannome Tommeke non sarebbe dovuta a un vezzeggiativo del nome, ma risalirebbe al ritmo parossistico e gioioso di un telecronista fiammingo che, commentando eccitato le prime progressioni stantuffanti di Boonen in volata, le accompagnava ritmando  un: “Tom-eke-Tom-eke-Tom-eke”, urlato e fanciullesco nel microfono.

Questa storiella per dire che tifare Tom Boonen, significa TIFARE (ora posso dirlo) per la felicità del ciclismo stesso. Per la Bellezza, l’eccitazione, il piacere fisico e il brivido della corsa.  Essere tifosi di Boonen significa girare in bici per le strade del centro di Mantova a scovare stradine con il pavé. È cercare e trovare in ogni gara del pavé lo striscione rosa di “Tornado Tom Frites”, indicarlo a tuo figlia adolescente e accorgersi dell’imbarazzo nel suo sguardo! È provare a fare cento chilometri senza guanti, ma non per abbronzarsi integralmente il dorso della mano. È chiamare un amico la domenica pomeriggio di Pasqua e urlargli nel telefono “Guarda, guarda cosa sta facendo Tom! Diavolo, accendi quel televisore!”. E’ commuoversi perché un vecchio emigrato italiano in Belgio ti racconta che “ …Tom non ha mai sgridato un gregario in tutta la carriera…”.

Essere suoi tifosi è tifare per il sorriso radioso di quel ragazzone biondo, ancora uguale ora, con la pelle tesa sul cranio pelato.

Ogni vittoria, ogni sconfitta, ogni attacco, ogni inseguimento, ogni volata, ogni strepitoso ingresso sul Carrefour, ogni curva sul pavé, sono stati un inno alla gioia, all’incanto magico delle corse, alla febbre dello sport agonistico. Ci hanno reso felici come bambini, e ci hanno reso migliori. Ogni volta.

Grazie Tom.

Rock‘n’roll e “Patatine” per tutti.

 

Claudio Dancelli, aprile 2017

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