La vittoria di Tadej Pogacar a Liegi © ASO
La vittoria di Tadej Pogacar a Liegi © ASO

Il capolavoro di Pogacar, il capolavoro è Pogacar

Tadej vince la Liegi-Bastogne-Liegi con una fantastica volata su Alaphilippe e Gaudu; l’eterno Valverde (41 anni oggi) giù dal podio con Woods. Bella fuga di Rota, Formolo (16esimo) miglior italiano

Che campione, che corridore, che ragazzo d’oro. Che Tadej Pogacar, che trionfatore per la Liegi-Bastogne-Liegi 2021, a 41 anni di distanza dall’ultima volta in cui il vincitore uscente del Tour aveva trionfato nella Doyenne. All’epoca fu Bernard Hinault, oggi festeggiamo questo fuoriclasse universale che continua a regalare emozioni forti non ponendosi il minimo limite e avendo come unico orizzonte la vittoria. Abbiamo scritto orizzonte e non obiettivo, perché Tadej dà l’idea di vincere non perché se lo ponga come scopo di vita, ma perché non può farne a meno. Gli viene così, naturale, e allora lo fa. Come se non ci fosse niente di strano a conquistare un Tour de France a 22 anni, o una classica monumento qualche mese dopo.

Prendiamo il suo 2021: prima corsa, vince lo UAE Tour con successo sulla salita di Jebel Hafeet; seconda corsa, porta a casa un bel settimo posto in una combattiva Strade Bianche. Terza corsa, conquista la Tirreno (con botta a tutti a Prati di Tivo); quarta corsa, vince ancora in salita (a Ermualde) e si accontenta del terzo posto nella generale del Paesi Baschi. La quinta corsa non l’ha fatta perché la UAE-Emirates è rimasta ai box mercoledì alla Freccia Vallone. E lì Tadej s’è arrabbiato molto, perché il forfait è stato causato da un paio di falsi positivi nei test anticovid della vigilia: si sentiva di poter vincere, voleva quantomeno giocarsela, ci è rimasto di molto male.

Così come – se riavvolgiamo il nastro allo scorso autunno – ci era rimasto male per le mattane di Alaphilippe nello sprint della Liegi 2020, dato che era convinto di poterla già vincere quel giorno, la più antica delle classiche. “Chissà”, pensammo in tanti. Oggi, alla sesta corsa del suo carnet 2021, un capolavoro destinato a restare lì, luminoso nel suo palmarès, da qui alla fine della sua carriera. Un’affermazione giunta con uno sprint ristretto, cinque uomini proprio come nella scorsa edizione, e battendo gente che ha fatto la storia di questa corsa (Alejandro, comunque chapeau) o che ama dominare le classiche d’oggi (Julian, che la Freccia di cui sopra se l’è aggiudicata a metà settimana). Che dire? Che volere di più? Cosa chiedere d’altro a un ciclista?

Con questi importanti interrogativi nelle orecchie passiamo alla cronaca della corsa. Una splendida giornata di sole, un giretto di 259 km (e 100 metri) da fare tra Liegi e Liegi, 11 côte da affrontare compresa la novità Desnié, quart’ultima del tracciato a 48 km dalla fine, un non partente (Andreas Leknessund della DSM) e una fuga partita praticamente subito, dopo appena un chilometro pedalato: Laurens Huys e Mathijs Paasschens (Bingoal Pauwels Sauces WB), Aaron Van Poucke (Sport Vlaanderen-Baloise), Loïc Vliegen e Lorenzo Rota (Intermarché-Wanty), Tomasz Marczynski (Lotto Soudal) e Sergei Chernetski (Gazprom-RusVelo), questi i 7 uomini che si son portati fino a 10’30” di vantaggio massimo toccati dopo una trentina di chilometri.

Gruppo controllato dai team dei favoriti, ovvero Jumbo-Visma (Primoz Roglic), UAE-Emirates (Tadej Pogacar), Movistar (Alejandro Valverde) e ovviamente Deceuninck-Quick Step (Julian Alaphilippe). In questo modo la corsa è scorsa via senza sussulti per qualche ora, e il grande equilibrio ha iniziato a incrinarsi su un paio di fiammate, la prima di Luis León Sánchez (Astana-Premier Tech) col compagno Omar Fraile ai -84, sulla Côte de Wanne; la seconda accesa da Philippe Gilbert (Lotto) ai -75 e rinfocolata dal suo ex compagno (ma tuttora rivale, immaginiamo) Greg Van Avermaet (AG2R Citroën), partito forte ai -73 insieme a Tosh Van der Sande (Lotto) e Pieter Serry (Deceuninck). Ecco, la presenza del Dec è indicativa: la squadra di Alaphilippe ha costantemente effettuato un ferreo controllo su qualsiasi sospiro sospetto, di fatto mantenendo la situazione ancora congelata.

Una foratura per Tadej Pogacar ai -67, una sgasata di Nicola Conci (Trek-Segafredo) sul Col du Rosier subito dopo, quindi dopo un momento di iperattività di Rémy Rochas (Cofidis, Solutions Crédits) è venuta una fase di scattini e scattetti, da cui è emerso un gruppetto comprendente alcuni nomi interessanti (Tim Wellens della Lotto, Matteo Jorgenson della Movistar, Tao Geoghegan Hart della Ineos, Sam Oomen della Jumbo), e l’importanza del drappellino è stata nel suo sfiorire: perché mentre l’ipotesi di azione sfumava, ne partiva un’altra alla chetichella, con Harm Vanhoucke (Lotto), Mark Padun (Bahrain-Victorious) e Mark Donovan (DSM): ecco il terzetto che sarebbe riuscito ad affrancarsi dal controllo del gruppo.

I tre hanno guadagnato un minuto e mezzo e si sono messi sulle tracce dei fuggitivi (che in quel momento – parliamo di 60 km alla conclusione – avevano ancora 4′ sul plotone), dietro son continuati i traccheggiamenti: un’accelerazione dei Deceuninck sulla Côte de Desnié ai -50, un mezzo forcing della Ineos sulla Redoute ai -37 e giusto un po’ di selezione naturale. Invece tra i battistrada la corsa si faceva eccome, sulla salita simbolo della Doyenne: Paaschens si è subito staccato (complimenti a lui comunque: tre Liegi ha fatto, tre volte è andato in fuga), poi il suo compagno Huys ha accennato un attacco ma ancor più efficace è stata la fiondata di Lorenzo Rota, che ha proseguito con lo stesso Huys.

Si è dovuta aspettare la vetta della Redoute per vedere un importante cambio di scenario: il mezzo forcing della Ineos è diventato intero grazie alla prova di forza di Tao. La botta è stata potente e insieme all’ultima maglia rosa e a tre suoi compagni non son rimasti che una decina di uomini, proiettati a chiudere su Donovan-Padun-Vanhoucke. I nomi: con Geoghegan Hart c’erano tra gli altri Adam Yates (Ineos), Mauri Vansevenant (Deceuninck), Primoz Roglic (Jumbo), Michael Woods (Israel Start-Up Nation), Tadej Pogacar (UAE), Alejandro Valverde (Movistar), Maximilian Schachmann (Bora-Hansgrohe), e non – tanto per far due nomi – Julian Alaphilippe o Jakob Fuglsang (Astana). Poco male per quelli dietro, son riusciti a chiudere ai -30, dopo che per un attimo Yates aveva tentato di prolungare da solo l’azione, ma il segnale era comunque forte.

Intanto ai -32 Vliegen e Marczynski erano tornati su Rota e Huys, di lì a poco ancora Huys ha provato a evadere, poi Vliegen (e lui c’è riuscito) ma il corridore della Intermarché ha sbattuto contro un crampo che l’ha bloccato sulla Côte des Forges ai -24; Rota e Marczynski son tornati su di lui e sono stati quindi gli ultimi a essere ripresi a 23 dalla fine. In quel momento era partita un’azione di grande importanza, dopo che la Trek aveva tirato all’inizio della salita. È stata ancora la Ineos a orchestrare, con Geoghegan Hart tampinato da Jonas Vingegaard (Jumbo); ripresi i due è stato Adam Yates a partire in contropiede, sempre con Vingegaard. A chiudere stavolta (mentre venivano ripresi Rota e Marczynski) Tadej Pogacar in prima persona, e in cima alla salita si è formato un gruppetto pesante, di una decina di unità: coi tre appena citati c’erano anche Michal Kwiatkowski e Richard Carapaz (Ineos), ancora Vansevenant, David Gaudu (Groupama-FDJ), Jack Haig (Bahrain), Esteban Chaves (BikeExchange), Sergio Higuita (EF Education-Nippo). Non Alaphilippe, ancora; e neanche Roglic stavolta!

Gruppo buono? Pogacar ha sgasato ai 22 km, e sul rinculo è partito con una fucilata Richard Carapaz: subito l’ecuadoriano ha preso un bel margine, e quel margine è presto salito a 20″. Il vincitore del Giro 2019 è volato per un po’ sulle ali dell’entusiasmo, ma c’era ancora molta strada da onorare, e un po’ un minimo di vento contrario, un po’ (soprattutto) il fatto che il grosso del gruppo fosse rientrato su Yates e gli altri intercalati, ecco che le certezze del sudamericano si sono presto incrinate. Il suo vantaggio s’è dimezzato rapidamente, e sull’ultima côte i destini erano pronti a compiersi: Roche-aux-Faucons, 14 km alla fine, la pedalata di Richard fattasi affannosa, ed è stato Davide Formolo (UAE) a rompere l’equilibrio stavolta.

Roccia è partito con Woods a marcarlo e Gaudu pure lui molto pronto; sulla salita, ai -13.5, Carapaz è stato ripreso, e subito Woods ha promosso un nuovo attacco e questo ha fatto la differenza: Gaudu e Pogacar hanno risposto presente, e stavolta l’ha fatto anche Alaphilippe, ritrovata la verve; e, quinto uomo, uno che oggi festeggia 41 anni: Valverde. Poco distanti Formolo e Marc Hirschi a coprire le spalle di capitan Pogacar, ancor più indietro Roglic e Fuglsang; mentre Woods insisteva là davanti, dietro si è formato un gruppetto che lì per lì pareva poter di nuovo annullare l’attacco.

Matej Mohoric (Bahrain), poi Adam Yates, poi ancora Roglic, per un paio di chilometri hanno tenuto lì a portata di pedalata i cinque al comando, ma se quei cinque dopo quasi 250 km erano davanti, e gli altri dietro, un motivo ci sarà stato: ovvero, quelli avevano più gambe degli altri. E infatti hanno riallungato, stavolta definitivamente. I 10″ son diventati 20 e poi 30″, e quando Fuglsang ai -7 ha provato un contrattacco era già troppo tardi.

Nel quintetto Woods scalpitava, ai -11 aveva peraltro fatto uno scattino chiuso da Alaphilippe per primo, poi s’è trovata la quadra e l’accordo tra i forti battistrada ha condotto a mettere in cassaforte il risultato. Restava solo da capire come si sarebbero giocati la vittoria i cinque. E niente, se la sarebbero giocata in volata. Nessuno ha potuto tentare l’anticipo buono, e allora tutto demandato allo sprint.

A dire il vero Woods ha accennato ancora un qualcosa, ai 1400 metri, ma Alaphilippe ha subito chiuso. Gaudu l’ha solo pensato, un contropiede, ma ha cambiato idea incrociando gli sguardi di Valverde e Alaphilippe. All’ultimo chilometro i cinque si sono scrutati a lungo, poi un gioco di freni tirati, si son praticamente fermati per far passare avanti Valverde: era lui l’uomo deputato a prendere la volata in testa, decisione presa a maggioranza degli altri 4. Trac trac trac, si è giunti al rettilineo conclusivo, e Alejandro ha dovuto infine bere l’amaro calice, ai 250 metri.

È lì che il vecchio murciano ha lanciato la volata, dalla più scomoda delle posizioni. Woods alla sua ruota l’ha affiancato trascinandosi Gaudu, ma da dietro veniva fuori come un ossesso Alaphilippe. Il quale però aveva a ruota Pogacar, occhio. Valverde ha capito presto che non sarebbe arrivata la sua quinta Liegi, e ai 50 metri ha iniziato a decelerare, salutando pure un posticino sul podio. Alaphilippe ha superato tutti e ha assaporato per un attimo il gusto proibito della classica che gli è sempre sfuggita. Ma non aveva fatto i conti con quello che lo seguiva: Tadej.

Il superbimbo del ciclismo ha affiancato il Campione del Mondo, con tre pedalate gli ha intimato di perdere, l’ha superato e ha mandato a farsi un giro pure quelli del fotofinish: “Oggi non serve”. Pogacar ha vinto la Liegi-Bastogne-Liegi lasciando a Julian l’amarissimo del secondo posto (piazzamento già centrato nel 2015); al terzo posto Gaudu che ha superato prima Woods e poi pure Valverde, rimasto quarto. Quinto il canadese ovviamente. A 7″ March Hirschi, Tiesj Benoot (DSM) e Bauke Mollema (Trek), che avevano tentato l’impossibile recupero, sperando che davanti si guardassero un po’ di più.

A 9″ un altro bel drappello aperto da Maximilian Schachmann (Bora-Hansgrohe) su Mohoric; fuori dalla top ten Kwiatkowski, Fuglsang, Roglic, Chaves, Guillaume Martin (Cofidis) e Formolo, 16esimo e primo degli italiani. E poi ancora Haig a 12″, Yates a 37″ e un altro gruppetto a 1’21”, con Michael Matthews (BikeExchange) a vincere la volata del 19esimo posto davanti a Patrick Konrad (Bora).

Si chiude così il Torneo Apertura delle classiche, dando appuntamento a un più che mai corposo Clausura (Mondiale e Lombardia comme d’habitude, ma quest’anno pure la rinviata Roubaix). Nel mezzo, tra un grande giro e l’altro, avremo di che stare impegnati per i prossimi 5 mesi.

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