Giro d’Ammiraglia – La vita dietro le quinte di un direttore sportivo

Sedicesima puntata del diario dal Giro di Giovanni Ellena, direttore sportivo dell’Androni-Sidermec: gli appuntamenti fissi e i mille incarichi di una passione diventata professione

Giovanni Ellena, direttore sportivo Androni-Sidermec, ci accompagna lungo tutto il Giro d’Italia con un diario quotidiano attraverso cui ci racconta storie, personaggi, impressioni e dietro le quinte della corsa rosa vissuta dall’ammiraglia

Venerdì 28 maggio – La vita dietro le quinte di un direttore sportivo

L'ammiraglia Androni-Sidermec © Androni-Sidermec
L’ammiraglia Androni-Sidermec © Androni-Sidermec

Quando Marco (al secolo Grassi di Cicloweb) mi chiamò per il progetto “diario di bordo” fu molto chiaro: “Senza impegno, conosco le tempistiche del vostro lavoro”.

In effetti le giornate iniziano presto e finiscono tardi. Fortunatamente, nel mio caso come per molti miei colleghi, la passione è diventata lavoro, di conseguenza la giornata in ogni caso passa in fretta.

Sembra però doveroso a questo punto, spiegare quali sono i ritmi della giornata.

Il prima, durante e dopo colazione è innanzitutto un confronto con lo staff, dal medico ai massaggiatori ai meccanici. Tutti si muovono in base ai programmi stabiliti nei giorni precedenti, ma il confronto, soprattutto sulla condizione fisica dei corridori, deve essere quotidiano. A volte riesamino le conversazioni fatte, un misto di tecnico e gergo che per chi ascolta dal di fuori potrebbe sembrare ostrogoto. In questo caso va un doveroso ringraziamento ai nostri dottori che si abbassano al mio livello per spiegarmi anche i più complessi problemi fisiologici. Non da dimenticare i quotidiani rimproveri del doc anziano (Vicini) sulla mia poco abbondante colazione… Rimane il dubbio di come possa interpretare un qualsiasi auditore la frase: “Domani montiamo 53/39 11/32 con profilo basso e tubolare da 25, sulla seconda mettiamo esterna la bici di…”.

E se lo stesso confronto si è fatto la sera precedente non esclude quello del mattino, in una notte possono cambiare molte cose, soprattutto su degli atleti stressati fisicamente come durante un Giro.

Intanto i bagagli partono con il camion officina e furgoni vari in direzione dell’hotel previsto per la sera, quanta gente che lavora dietro le quinte e pochi li valorizzano.

Il momento successivo alla colazione, e antecedente al momento in cui ci si muove verso la sede di partenza, lo utilizzo per verificare il meteo. Più vicini si è all’orario di partenza più dovrebbe essere attendibile, in ogni caso il margine di errore c’è sempre e in questo caso le battute bonarie non vengono evitate… anzi!! Non nascondo che quando le previsioni sono tristi non si vorrebbe mai dirlo ai ragazzi, ma meglio sapere a cosa si va incontro.

Nella sede di partenza, sul bus, la vera riunione coi ragazzi. Si visualizza il percorso, le varie difficoltà, sia di altitudine che di tipologia di strade e si focalizzano gli obiettivi. Poi inizia la parte che tutti vedono in televisione. La gara vera e propria. Quella che in parte ho descritto nei precedenti giorni.

Ma nello stesso tempo, nei momenti di tranquillità, in ammiraglia, si ragiona sui giorni futuri. Sui piccoli aggiustamenti. E, nei tempi morti, su piccoli aneddoti culturali sul territorio che stiamo attraversando.

Il dopo gara lo potremmo definire un “fuggi fuggi organizzato”. Sul bus un saluto ed una pacca sulla spalla ai ragazzi, poi via di corsa, per raggiungere l’hotel il prima possibile. L’hotel è già organizzato, le camere già assegnate, le valigie già in camera, ma prima si arriva prima si fanno i massaggi, prima si recupera e prima si sistemano le bici per il giorno dopo. E prima si capisce l’umore di tutti.

Per il ds diventa un momento di confronto-confessione, prima coi vari ragazzi, poi con lo staff. C’è il tempo per parlare coi massaggiatori, loro hanno il polso sul ragazzo, coi meccanici per le problematiche della messa a punto delle bici per il giorno dopo. Organizzare la logistica dei movimenti sul percorso per i vari rifornimenti. Lavoro distribuito tra i tre ds presenti in un grande Giro. Io più che altro mi occupo dello studio del percorso del giorno successivo e della preparazione della riunione.

Intanto arriva l’ora di cena, che difficilmente è prima delle 21 per gli atleti e le 21.30 per lo staff.

Il dopocena solitamente è rappresentato da un breve convivio sul bus, dove il doc Maurizio (Vicini) in primis ed il doc Andrea (Giorgi) per dovere imposto dal suo superiore in età (vedasi Maurizio), distribuiscono, quasi in modalità comunione, un sorso di liquore, rigorosamente artigianale, ai vari membri dello staff.

A questo punto la giornata è andata, e spesso siamo già, per orario, al giorno successivo. Si va in camera. In valigia porto sempre due o tre libri. Uno fisso di tecnica, ma ci pensa il doc Andrea a darmi un quesito giornaliero, e quindi il libro rimane chiuso. Il secondo dipende dai casi. In questo Giro, essendo appassionato di storia, una storia vera di una donna portatrice ambientata nella prima guerra mondiale. Ma questa volta è rimasto chiuso, le poche righe di diario hanno tolto il tempo alla lettura. Lo leggerò a casa.

 

Mercoledì 26 maggio – In un nobile esperanto il concetto di gruppo

Simone Ravanelli © Androni-Sidermec - Bettiniphoto
Simone Ravanelli © Androni-Sidermec – Bettiniphoto

Si riparte dopo il secondo ed ultimo giorno di riposo. Il Giro è nell’ultima settimana e tutti vogliono raccogliere il massimo possibile.

L’ultima settimana del Giro è un po’ come il mese di maggio alle superiori, c’è chi vuole alzare i voti e chi vuole rimediare alle insufficienze.

Nella riunione pre-gara si focalizzano i vari obiettivi, si sa che molti hanno gli stessi e che le possibilità sono poche per tutti, tutto diventa più difficile ed esasperato.

Oggi l’obiettivo era di provare ad entrare in fuga con uno scalatore. Con quanto premesso non è così facile. Il Rava (Ravanelli) ci riesce, è stato bravissimo. Per sua sfortuna con lui usciranno pezzi da 90 e qualcuno (il vincitore Dan Martin) ancora da mezza classifica. In ogni caso il Rava dimostra di esserci, qualche possibilità ci sarà ancora per lui. Il resto è cronaca di corsa. Domani è un altro giorno.

Oggi le borse del freddo finalmente, hanno avuto il loro primo giorno di riposo. Se escludiamo un cambio di bici per il Cepe, nella prima parte di gara, si può dire che in ammiraglia si era in giornata di semirelax. Vigili ma non in stress. Le salite sono severe, e per chi non è più nel vivo della corsa, l’unico consiglio giudizioso è di salvare la gamba e pensare a domani. In gruppo ci sono dei laureati in “Arrivo entro il tempo massimo”. Si sa chi sono e ci si affida al gruppetto in cui sono presenti.

Si passano borracce, tante, visto il primo caldo (meno male che è arrivato). E se ne raccolgono anche molte. I ragazzi, piuttosto che buttarle in punti isolati le passano alle ammiraglie, anche se di team diversi da quelli di appartenenza. È ormai una consuetudine. Il saluto o la battuta scappa con tutti.

Il pensiero va alla riunione del mattino: un eritreo, uno svizzero francese, tre italiani, un ecuadoriano, un argentino ed un ucraino. Quasi una barzelletta. Si ragiona in più lingue, i concetti escono e si prende una direzione unica. Idem in corsa, l’intento è comune, la volontà di capirsi fa il resto, anche con gli avversari, cha a seconda del frangente possono diventare alleati o assistiti.

Non so se esistano altri sport dove il concetto di Gruppo sia così solido, in fondo un piccolo esperanto nel gruppo esiste.

Credo che se chi ha scritto la Bibbia avesse praticato il ciclismo, per spiegare le discordie non avrebbe usato l’esempio della Torre di Babele.

Intanto in hotel mi accoglie nuovamente il sorriso di Andrii. Per un diciottenne essere al Giro è un’eccezione, esserci la terza settimana è una gran prova. Il sorriso di stasera era qualcosa in più.

 

Lunedì 24 maggio – Quanto amo l’umiltà del ciclismo!

La carovana rosa sul Giau © Giro d'Italia
La carovana rosa sul Giau © Giro d’Italia

Nella partenza da Grado il vento è forte, si sa che farà la differenza, almeno nella parte iniziale. Tutti i ragazzi sono avvisati, la fuga uscirà subito, probabilmente numerosa, e andrà all’arrivo, sono molte le squadre che non hanno ancora vinto. Nel primo tentativo si trovano il Taglio e Natu (Tesfatsion). Una sbandata del gruppo, una caduta di massa, la giusta neutralizzazione e si riparte.

La seconda partenza è una fotocopia della prima, ma stavolta quel centesimo di secondo sul decidere se entrare nella fuga o aspettare è fatale. Il Taglio insegue per qualche km, ma da subito si capisce che è inutile. Meglio scegliere subito per una dignitosa ritirata piuttosto che una disastrosa sconfitta.

Spesso diciamo che il ciclismo sia una metafora della vita. In macchina mi viene in mente “Sliding doors”. Poteva essere una giornata con l’uomo (o gli uomini) in fuga, non lo è stata. Si pensa ai prossimi giorni. Ho il tempo di pensare alle elementari, quando si studiava geografia e storia, alla cortina di ferro. Tappa che salta tra Italia e Slovenia scavalcando e riscavalcando il confine. Quello che oggi è naturale, qualche anno fa sarebbe stato utopia.

Nel frattempo c’è chi fa fatica in bici e all’arrivo bisogna andare. Nel finale il nostro ormai amico, tale Giove Pluvio, ci viene a trovare, giusto per far andare avanti indietro le ammiraglie con distribuzione di mantelline e capi vari per il freddo. Così, quella che alla vigilia pareva essere una giornata tranquilla diventa un’altro tassello di fatica per tutti. In primis i corridori, poi per tutto il resto dello staff. Credo di aver già descritto come arriva un’ammiraglia dopo una corsa sotto la pioggia, collinette di capi da lavare e riordinare. Senza contare le 24 bici (3 per corridore) da rimettere a lucido.

La tappa di Cortina è invece la tappa che si preannuncia epica. Gli ingredienti principali ci sono: montagna, tanta, condita da freddo e pioggia. In questi casi tutto lo staff abbandona in parte il ruolo primario per prestarsi ad ogni mansione. Il medico, l’addetto stampa si trasformano tranquillamente in addetti al passaggio della mantellina in cima alla salita o alla borraccia in qualsiasi posto strategico sul percorso. Pensandoci bene, probabilmente è uno dei motivi per cui amo il ciclismo, l’umiltà di chi ci lavora.

E dove non si riesce con personale a terra ci pensano le ammiraglie a trasformarsi in yo-yo cercando di dare in qualcho modo sollievo a tutti, sia con una borraccia, con un gel, con un guanto asciutto o anche solo con uno sguardo, La tappa è stata tagliata, la fatica dei protagonisti e il risultato no e lo testimoniano le facce di tutti all’arrivo. Oggi inutile sognare, la tappa la fanno i campioni. Ma il Sepu non è lontanissimo, gli altri sono tutti all’arrivo. E in giorni come questi non è scontato.

 

Sabato 22 maggio – Il timore intelligente prima di una giornata difficile

Andrii Ponomar © Androni-Sidermec
Andrii Ponomar © Androni-Sidermec

La tappa di ieri, Ravenna-Verona, aveva tutte le caratteristiche della giornata da quiete prima della tempesta. Tappa in “relax”, con Simon a caccia di km (per la speciale classifica dei km in fuga) e di TV. In auto tutto il tempo di parlare con il Puccio (Pucciarelli, meccanico storico del team) dei giorni successivi, a cominciare dai rapporti da montare per l’indomani.

Il giorno dopo (oggi) ci sarebbe stato lo Zoncolan. Mostro sacro, c’è chi lo chiama sua maestà, chi lo chiama il Kaiser Zoncolan. Quest’anno lo si affronta dalla parte meno severa, ma in ogni caso gli ultimi tre km sono da colore rosso sull’altimetria.

Le previsioni del tempo danno pioggia e freddo da Meduno in avanti (km 120). La discesa della Forcella di Rest è impegnativa con la strada asciutta, figuriamoci con l’acqua ed il freddo. Con queste premesse è normale che sul bus, prima della partenza, ci sia un po’ di tensione. Il timore intelligente di chi sa che va incontro ad una giornata difficile. Intanto si ragiona di una eventuale fuga di giornata che potrebbe arrivare, anche se le probabilità sono poche.

Quando hai 18 anni è normale che tu abbia un po’ di incoscienza, lo si percepisce in riunione che Andrii ha già in testa la fuga. Dopo 15 km escono in 11, tra loro proprio lui, Ponomar. Arriva dall’Ucraina, chissà se sarò riuscito a fargli capire cos’è il Kaiser. Per lui sarà un gran giorno, la sua condizione credo sia all’80% , è un ragazzo, deve crescere, ma non sfigura là davanti. Anzi, fa capire a tutti di che pasta è fatto. Il Cepe (Cepeda) intanto se ne resta in gruppo. Ieri non stava benissimo, meglio prenderla con calma. Mi farà capire che sta meglio ai 25 dall’arrivo, ha voglia di scherzare. Per radio gli spiego dove e come inizia la salita, mi risponde: “El famoso Zoncolan”. Quasi fosse la presentazione di un film.

Nel frattempo c’è anche il tempo di ragionare di quanto Piemonte (e di qualità) c’è quest’anno in gruppo. In fuga Mosca ed Andrii (ormai piemontese di adozione), dietro il gruppo viene portato a spasso dai due Astana Felline e Sobrero. E poi Ganna che fa da custode ad Egan (anche lui un po’ di Piemonte c’è l’ha dentro).

Il rientro dallo Zoncolan è sempre complicato. I ragazzi scendono in bici per tre km, e salgono sul bus. Le auto vanno dirette in hotel. La conseguenza è che i ragazzi si rivedono solo alle 21. Il primo che incrocio è proprio Andrii. Felice, ma non più di tanto. Mi fa capire che ha solo preso le misure. Mentre mi racconta dello Zoncolan, gli spiego che il versante opposto è il vero inferno. Sgrana gli occhi e sorride, non vede l’ora di provarlo.

Intanto oggi lassù ha vinto un ragazzo di una Professional italiana. Bravi.

 

Giovedì 20 maggio – Un importante tassello per imparare il mestiere

Simone Ravanelli in fuga © Androni-Sidermec
Simone Ravanelli in fuga © Androni-Sidermec

Per tutti è chiaro che oggi è la classica tappa di fuga che arriva. Le occasioni di qui in avanti saranno poche e tutti vogliono coglierle. Conseguenza 60 km in apnea. Dalla macchina, oggi con Jean Paul (Cheula), quando la strada consente la vista del gruppo si ha conferma dell’andatura. Dire che è allungato è un eufemismo, sembra quasi un codice Morse, con tratti (qualche corridore in fila) e punti (i singoli). Questo sparpaglio finirà solo a Firenze, un omaggio non cercato a Bartali e Martini che su queste strade erano di casa. Finalmente escono in 16, dentro il Rava (Ravanelli) e Natalino (Tesfatsion).

Per vincere una tappa al Giro non basta tanta forza, ci vuole mestiere. Oggi i nostri due hanno messo un altro importante tassello per imparare il mestiere e soprattutto hanno preso coscienza che possono essere lì davanti.

Sulla fuga c’è l’ammiraglia dello Spezia (Spezialetti), per noi, dietro al gruppo, se escludiamo la tensione per sapere come andrà a finire, diventa una giornata semitranquilla, con qualche passaggio di mantellina per il temporale trovato lungo il percorso e tante borracce per la prima giornata calda.

In questi casi hai più tempo per pensare, di vedere cose che non potresti vedere normalmente. Oggi potremmo chiamarla la giornata degli ex. L’apprensione per la caduta del Dema (De Marchi). Quando radiocorsa segnala una caduta e subito dopo chiama il dottore in ammiraglia cade subito il silenzio. La velocità a cui si sta andando ti fa subito pensare a qualcosa di più dello scivolone, d’istinto guardi il monitor per capire se è uno dei tuoi. Scongiurata la paura per i tuoi ragazzi, passi di fianco a quelli in terra, butti l’occhio per capire chi sono, ma senza frenare, devi lasciare spazio a chi soccorre. Si riconosce il Dema, si percepisce che è cosciente. È un duraccio, sicuro che sta già pensando a quando risale in bici. Poi il Masna (Masnada), giornata no, andrà a casa. Ma ne ha tanti di Giri davanti a sé. E poi il Vendra (Vendrame), che felicità per lui. Anche lui è cresciuto, come quello vestito di rosa.

Domani tappa piatta, da Ravenna a Verona passando per Mantova. Tappa tranquilla in teoria. Non credo che in ammiraglia leggeremo la Divina Commedia, ma sicuramente saremo più spensierati di oggi.

 

Mercoledì 19 maggio – Ponomar sullo sterrato come un bimbo a Gardaland

Andrii Ponomar al Giro 2021 © Androni-Sidermec - Bettiniphoto
Andrii Ponomar al Giro 2021 © Androni-Sidermec – Bettiniphoto

O le ami o le odi. Non c’è la via di mezzo nella mente di un corridore per questo tipo di corse. Quando al mattino descrivi gli ingressi dei vari sterrati percepisci dai loro sguardi da che parte stanno.

Nella notte ha piovuto, si spera quindi che la polvere sia meno del solito. Quando entri nel primo settore con l’ammiraglia e radiocorsa comunica di accendere anche i retronebbia realizzi che l’acqua notturna non è servita a molto, si alza l’adrenalina e la concentrazione va a mille. Di lì in avanti anche le comunicazioni radio coi ragazzi le limiti all’indispensabile, è troppo importante lasciare spazio a loro. Devi sentire la loro chiamata se sono in emergenza. Come dice Marc Madiot, uno che di corse del genere se ne intende: “Bucare una volta e cadere una volta è la norma, di lì in avanti inizia la corsa”.

Per noi doveva essere una giornata di transizione, ma nello stesso tempo una giornata definibile “lesson 1” perché per molti era una prima volta. Il dopo corsa conferma gli sguardi del mattino, la paura si è trasformata in odio. La curiosità si è trasformata in amore.

Andrii (Ponomar) ha anche provato ad inserirsi nella fuga di giornata, un problema meccanico glielo ha impedito. Quando l’ho superato era una maschera di polvere. La sera con un sorriso enorme e il suo tipico accento russo mi dice: “Mi piace questa gara, voglio fare Strade Bianche”. Mi ha dato l’impressione del bambino appena uscito da Gardaland.

 

Martedì 18 maggio – Un riposo in pellegrinaggio

Eduardo Sepúlveda © Miche Official
Eduardo Sepúlveda © Miche Official

La L’Aquila-Foligno potremmo chiamarla la tappa dei treni. Che Simon (Pellaud) prendesse il treno giusto della fuga era quasi una certezza. Puntuale come uno svizzero, o meglio suizo colombiano, ormai riconosce la fuga come il suo habitat naturale. Che ci fosse un passaggio a livello abbassato lungo il percorso non era così prevedibile, ma capita. La corsa in bicicletta è una metafora della vita, gli imprevisti sono la normalità, devono esserci, altrimenti sarebbe la noia. La giuria, intelligentemente, non prende provvedimenti di neutralizzazione, non cambierebbero il risultato. E poi arrivano i treni dei team, si parte da lontano, il percorso è ondulato, c’è da eliminare i velocisti. Il resto sarà cronaca.

Intanto arriva il giorno di riposo. Noi siamo in hotel ad Assisi, per la precisione a Santa Maria degli Angeli, a pochi metri dalla basilica che ingloba la Porziuncola.

Per me è buona abitudine, il giorno di riposo, fare una corsetta rigenerante. Oggi ho raggiunto la Basilica di San Francesco, 8 km in tutto. La casualità vuole che proprio sul piazzale ci siano anche i ragazzi. Hanno fatto la loro sgambata (obbligatoria nel giorno di riposo), ma un salto al luogo sacro ci voleva e quindi hanno finito l’allenamento quassù. Non so da chi sia partito l’input , ma il Sepu (Sepulveda) mi racconta che nel suo Paese (Argentina), san Francesco è molto venerato. Penso subito al nostro Papa argentino, Francesco I, e credo di aver capito chi ha dato l’inizio al pellegrinaggio. Mi viene spontaneo, visto che dormiamo a Santa Maria degli Angeli, di consigliare, prima dei massaggi, una breve visita alla Porziuncola.
Avete mai visto la faccia di un diciottenne ucraino quando uno cerca di spiegargli cosa è la Porziuncola? Io da oggi posso dire di sì.

 

Domenica 16 maggio – Niente da dire, il ragazzo è cresciuto

Egan Bernal © Giro d'Italia
Egan Bernal © Giro d’Italia

E anche oggi si sa che si partirà a tutta. Ma così a tutta in pochi lo pensavano. “Un’ora e mezza di fuoco” potrebbe essere un buon titolo. Non che le successive tre ore siano andate tanto meglio, ma almeno l’intensità è passata dall’attacco al fuoco di sbarramento.

Ci sono delle piccole cose che in ammiraglia ti fanno rendere conto dell’intensità della corsa. Se passi in zona rifornimento, oggi per noi erano due, e non riesci a prendere in giro il massaggiatore vuol dire che sei in stress. Se non riesci a salutarlo vuol dire che i ragazzi sono a tutta. Se in cima alla salita non lo vedi e l’abbandoni là, lasciando all’auto successiva l’incarico di caricarlo, vuol dire che sei a tutta anche te. Già capitato, vero Umby? (al secolo Umberto Mariano). In ultimo ci sono le giornate in cui avvicinandoti al corridore per passargli una borraccia lo guardi in faccia e ponderi bene cosa dire, perché la fatica è al limite e la goccia di stress in più sarebbe devastante. Ecco, oggi era una giornata di queste.

Poi ci sono gli atleti, oggi il Sepu (Sepúlveda), che ti danno una prova d’orgoglio. “Sapevo chi c’era in fuga, sapevo che erano grandi nomi, ma non poteva non esserci una nostra maglia. Sono uscito lo stesso, anche se sapevo che le energie buttate per rientrare avrebbero reso nullo il mio essere là”. Il tutto si trasforma in 20 km di inseguimento e rientro su una fuga numerosa. In questi casi dalla macchina puoi solo ringraziarlo.

Alla sera anche le due auto sono stanche: tra un cambio di scarpe di Andrii, la foratura del Venchia e l’alternarsi all’assistenza dei vari gruppetti.

La cronaca è nota a tutti, ha vinto un certo Egan Bernal. A poche centinaia di metri dall’arrivo rallenta la pedalata, tira su il cinquantatre e fa un buco in terra. Lo stesso gesto lo aveva provato in un Giro del Trentino del 2016. Li però gli era caduta la catena. Niente da dire, il ragazzo è cresciuto.

 

Sabato 15 maggio – Grazie al Giro ci sembra di star uscendo dalla pandemia

Il Giro porta speranza per le strade d'Italia © Giro d'Italia
Il Giro porta speranza per le strade d’Italia © Giro d’Italia

La settima tappa è finalmente nel segno del bel tempo, anche il profilo altimetrico aiuta. La Notaresco-Termoli, con il nostro Simon (Pellaud) in fuga, è la classica frazione di trasferimento. Vuoi per il sole, vuoi per il pubblico abruzzese che, nonostante la mascherina, ci ricordava una quasi normalità (cit. Doc Maurizio). Si rivedono i sorrisi in gruppo e la voglia di scherzare. Ha il sapore della vacanza tra una sessione d’esami e l’altra.

Questo è il preludio di quello che sarà la seconda sessione di esami, che inizia con l’ottava tappa, la Foggia-Guardia Sanframondi. Tappa con profilo altimetrico impegnativo, ma non da alta montagna. Ci pensa il vento a complicarla (d’altronde siamo nel Tavoliere delle Puglie, qui il vento è di casa). I primi 50 km sono di ventagli, come da prassi dei vecchi Giri della Puglia.

La fuga oggi potrebbe arrivare, molti ci provano, ma per riuscirci oggi ci vuole un mix di condizione, esperienza e fortuna.

Il pensiero va anche alla storia. Queste zone sono state in passato popolate dai Longobardi, arrivavano dall’Ungheria, come Valter, la maglia rosa… ma dubito che oggi abbia avuto il tempo di soffermarsi su queste “elucubrazioni” storiche.

Qualche inconveniente tecnico, vedi foratura del Rava, con conseguente prova speciale in discesa per il ds (in tutta sicurezza) e tentativo di record sui 100 mt (non proprio piani) per il meccanico complicano, ma nello stesso tempo rendono attiva la giornata. Intanto il Cepe si difende bene nei ventagli, cosa non così scontata per un peso piuma proveniente dall’Ecuador.

Il primo giorno, il giorno della crono di Torino, si era detto ai ragazzi che il test d’ingresso all’università era passato. Bene, se si parlasse di facoltà di giurisprudenza potremmo dire che oggi abbiamo provato l’esame di diritto privato, uno dei più ostici, da cui il detto: “diritto privato, mezzo avvocato”. Normalmente si passa quando sei studente ormai esperto, ma lo provi anche da matricola, ti forgia e riduce i margini di errore per la volta successiva.

Intanto anche il Giro ci sta dando un senso di uscita dalla pandemia… sempre più tifosi sulla strada, con tentativi “coraggiosi” di omaggio di arrosticini (vista la zona) ed ogni ben di dio, con puntuale ma dispiaciuto e soprattutto deplorevole (visto il profumo) rifiuto da parte nostra, con senso di colpa enorme nei loro confronti, nell’osservanza però della “bolla”.

E da domani si torna agli esami.

 

Giovedì 13 maggio – Le valigie che scorrono nei corridoi d’albergo

Simone Ravanelli © Androni-Sidermec - Bettiniphoto
Simone Ravanelli © Androni-Sidermec – Bettiniphoto

Quando arrivò l’idea di scrivere un diario di tappa la mia prima risposta fu: “…guarda che io di italiano avevo 4”. Faticavo sempre a trovare gli argomenti.

Oggi, dopo una tappa così, gli argomenti sono troppi. Prima di tutto la partenza dalle grotte di Frasassi. Proprio da qui feci una delle ultime telefonate a Michele Scarponi. Quando passavo in queste zone non potevo non chiamarlo per un saluto.

E poi la corsa, partenza a fiamma, tutte le squadre sanno che la fuga può arrivare e ci provano in molti. Per noi il Cepe (Cepeda) e poi il Rava (Ravanelli). Il Rava centrerà l’obiettivo, e, come d’abitudine, darà il massimo, vince il TV per portare via punti agli avversari. Non dimentichiamo che il Taglio (Tagliani) è in testa alla speciale classifica a punti dei traguardi volanti, ecco perché a volte va in fuga anche se sa di dover pure sprintare all’arrivo.

Chi è stato corridore da retrovie (io ero uno di quelli) capisce a fondo la sofferenza in corsa e la sensazione del giorno successivo, quando al mattino ti svegli sentendo le valigie del personale che scorrono in corridoio segnando l’inizio di una nuova giornata.

Oggi la pioggia improvvisa, il freddo, hanno cambiato la corsa, mettendo a dura prova tutti. Lungo il percorso ci sono ancora i segni della tragedia del terremoto di qualche anno fa. Il clima rende ancora più drammatici questi rapidi scorci visti dall’ammiraglia.

In gara ci sono due auto per squadra. Sull’altra ammiraglia del nostro team ci sono i miei colleghi Cheula e Spezialetti con il meccanico. Nel momento in cui esplode il gruppo loro sono sulla fuga, con Ravanelli. Loro più di me, visto le rispettive carriere, sanno cosa vuol dire essere in bici in giornate così. Pochi minuti dall’esplosione del gruppo, sono proprio loro a chiamarmi via radio per chiedere se c’era bisogno d’aiuto.

Risposta secca: “SÌ”. Quindi conseguente ultima assistenza al Rava e stop in attesa di tutti. I corridori hanno una pellaccia, lo si sa, ma avere un conforto dall’ammiraglia aiuta.

Intanto che arrivano i soccorsi con la mia macchina posso avanzare, e mi ritrovo il Dema (De Marchi) solo in mezzo alla strada. Doveroso rallentare, abbassare il finestrino e fare un cenno. Con la classe di sempre fa segno che tutto ok. È rimasto quello dell’altro ieri.

Intanto in albergo, 2 ore dopo l’arrivo, i ragazzi hanno il viso di chi si è appena alzato. E domattina scorreranno di nuovo le valigie.

 

Mercoledì 12 maggio – “Come si chiama questo vento?”

L'infaticabile Simon Pellaud © Androni-Sidermec
L’infaticabile Simon Pellaud © Androni-Sidermec

Ci sono giornate che nascono facili e finiscono difficili. Oggi avrebbe dovuto essere una tappa di trasferimento. Lo stesso staff al pari degli atleti era alleggerito mentalmente.

È finita come invece le cronache riportano, alcuni ragazzi che si giocavano posizioni alte di classifica abbandonano il gruppo ed i loro sogni per cadute. Viene in mente che la caduta è conseguenza normale per uno sport dove l’equilibrio è la legge, ma spesso ci si ritrova a ragionare coi se e coi ma.

Senza i fatti degli ultimi chilometri, la cosa più rilevante e simpatica di giornata sarebbe rimasta il dubbio del vento. Dopo 50 km tutti, ammiraglie ed atleti, eravamo sul chi va là. Il meteo segnala vento laterale, parte perciò l’immediata comunicazione al gruppo. La cosa si percepisce anche in televisione, il nervosismo è palpabile.

Ed è proprio in questo frangente che esce la chicca di giornata. Segnalando ai ragazzi la problematica vento, arriva, via radio, una domanda che lascia perplessi. Pellaud, lo suizo colombiano, chiede: “Come si chiama questo vento?”. La prima reazione è: “Ma cosa gli importerà del nome del vento?”. La seconda è: “Perché non dirglielo, se basta questo a farlo contento?”.

Arrivando da sud/sud/est, dopo varie elucubrazioni (vedi diario di ieri), nel miglio si suppone che sia libeccio. Ma, alla comunicazione che il nome sia tale, il nostro amico obietta: “Il nome è diverso”. Questa risposta ci sembra bizzarra quanto la domanda di prima, però dice molto sulla serenità mentale dell’atleta. Infatti molti (tutti) sono semplicemente preoccupati di capire da che parte dell’eventuale ventaglio sia meglio stare, non il nome preciso del fenomeno atmosferico. Fortunatamente, vuoi per gli attraversamenti cittadini, vuoi per il calo della forza ventosa, tutto si risolve con una bolla di sapone. Se non per il fatto che rimarrà il dubbio amletico sul nome del vento.

Solo in serata si svelerà l’arcano. Nella riunione mattutina, avevamo sottolineato che sì, c’era possibilità di vento, ma che sarebbe arrivato dalla zona collinare della Romagna, quindi con meno forza. La definizione precisa, in mia assenza, da parte del massaggiatore era stata: “brezza di terra”. Inutile dire che tale definizione per un non italiano poteva avere parvenza di termine scientifico…..

 

Martedì 11 maggio – Che sensi di colpa, stare in macchina all’asciutto!

Tanta pioggia per Tagliani e gli altri fuggitivi © Androni-Sidermec
Tanta pioggia per Tagliani e gli altri fuggitivi © Androni-Sidermec

Piacenza-Sestola. 187 km, dislivello di 3200 mt. Meteo: pioggia.

La riunione di stamane inizia in questo modo.

Andando oltre il puro discorso tattico un tale meteo è preludio di protagonismo assoluto, in auto, di un accessorio in dotazione del ciclista poco conosciuto dai tanti ma indispensabile. La cosiddetta borsa del freddo o, con il termine inglese, che forse rende più l’idea, la rain bag (borsa della pioggia).

In ogni ammiraglia ogni ragazzo ha una borsa del freddo, all’interno tutto quanto necessita per coprirsi dal freddo, dalla pioggia o di ricambio per eventuali necessità, dalle scarpe in avanti. Cinque ore sotto la pioggia sono difficili da fare passeggiando tranquillamente con un ombrello, figuriamoci su una bicicletta ai 50 all’ora.

L’andirivieni dall’ammiraglia per abbigliamento più pesante o anche solo asciutto diventa una conseguenza. Il team, se consolidato, vive la gara in simbiosi, diventa quindi naturale, per chi è in auto, sentirsi quasi in difetto per essere al caldo ed all’asciutto, con conseguente tentativo di fornire al meglio quanto richiesto, dal manicotto alla mantellina asciutta allo smanicato antivento. Non per ultima, in alcune fasi di gara, la barretta già scartata: perché non è così scontato che si riesca ad aprire la confezione con le mani gelate e bagnate pedalando su una bicicletta.

Se poi ci aggiungiamo la caduta di Andrii (Ponomar) in partenza con conseguente medicazione da parte del nostro doc Maurizio, ed il cambio di bici verso metà gara da parte di Natalino (Tesfatsion) per una foratura e, quasi in contemporanea, da parte di Andrii (sempre lui) per problemi al cambio (causati sicuramente dalla caduta precedente) da parte del nostro meccanico Puccio (al secolo Pucciarelli), possiamo dire che l’ammiraglia oggi ha fatto la sua parte.

Nel frattempo la fuga dei 25 è già là davanti con i nostri Venchia e Taglio (Venchiarutti e Tagliani) alla caccia di traguardi volanti, ma questa è cronaca di gara.

Le facce all’arrivo di tutto il gruppo, anche dei primi, la dicono lunga sulla giornata; all’interno dell’ammiraglia montagnole di abbigliamento bagnato sottolineano la sofferenza degli atleti. La giornata vera e propria finirà verso le 21.30, ora di cena, quando si finiscono i massaggi e le bici sono anche loro all’asciutto sul camion.

Oggi nel “miglio” – come il nostro doc chiama l’ammiraglia – c’è stato poco spazio per “elucubrazioni”, sempre parafrasando la definizione del nostro doc sulle nostre chiacchiere da miglio. E pensare che Matilde di Canossa (siamo passati di lì) meritava qualche minuto di confronto. Confronti che solitamente finiscono con la frase in modenese del doc: “t’e studia trop….”.

Intanto il nostro ex, Dema, stasera va a nanna vestito di rosa, non possiamo che esserne felici anche noi.

 

Lunedì 10 maggio – Il bimbo Ponomar, un ragazzo in un corpo da granatiere

Simon Pellaud e Taco Van der Hoorn © Androni-Sidermec - Bettiniphoto
Simon Pellaud e Taco Van der Hoorn © Androni-Sidermec – Bettiniphoto

Oggi era doveroso essere in avanscoperta, si parte da Biella, a pochi km dalla nostra sede logistica, perché se è vero che il centro degli allenamenti dei nostri “stranieri” è il Canavese è altrettanto vero che il cuore pulsante della nostra logistica è proprio nel biellese.

Quando le partenze sono sotto la pioggia come oggi è facile percepire la preoccupazione di tutti, in primis degli atleti, sul bus tra i profumi degli oli per massaggi e le borse del freddo che vengono saccheggiate per essere coperti al meglio, la tensione si taglia con il coltello. Oggi le previsioni erano di pioggia solo per i primi km, ma, si sa, non si ha mai la certezza al 100% e 190 km sotto l’acqua non sono esattamente una passeggiata. Comunque è andata bene, e lo ha testimoniato l’espressione felice di Natalino (al secolo Natnael Tesfatsion) quando ha riportato la sua mantellina all’ammiraglia: “Today I’m an happy guy!!”.

Intanto i nostri due eroi di giornata, Simon Pellaud, detto lo suizo colombiano, suizo per nascita, colombiano per amore, e Andrii Ponomar, il nostro bimbo (dal punto di vista anagrafico) erano già la davanti in avanscoperta.

Stamattina in riunione avevamo messo in preventivo che il margine di arrivo di una fuga fosse limitatissimo, ma bisognava provare, fosse anche solo per raccogliere punti di GPM e traguardi volanti. Andrii, nonostante sia da poco in Italia, parla già molto bene la nostra lingua, ma è normale che qualche volta gli sfugga qualcosa. A fine riunione vuole essere sicuro e quindi chiede: “Oggi io fuga?”. Risposta scontata e da parte sua “detto fatto”. La manca di pochi metri, per inesperienza, ma non desiste e con una caparbietà da grandi rientra, anche grazie all’attesa complice del grande Simon.

Il finale era da classica del nord, un toboga di salite e discese, dove ci vuole un buon mix di condizione atletica e capacità di guida della bici per essere là davanti. Un finale da giramento di testa, se mi permettete l’esempio, simile agli effetti di una buona bottiglia di buon vino, e in questa zona ne sanno qualcosa… E nel toboga, come ormai d’abitudine per i finali di gara, il nosto Rava (Ravanelli), nel gruppo dei migliori, si mette in tasca il Chalequito (Cepeda). Lo scorterà all’arrivo senza problemi.

Il resto è cronaca, il grande Taco ce la fa a resistere beffando il gruppo dei migliori. Il grandissimo Simon è tra gli ultimi ad arrendersi. Sul bus, subito dopo la gara incrociamo gli sguardi, è più che sufficiente, le parole sarebbero di troppo. Lui ha dato più di tutto. Peccato, ci riproveremo.

Andrii, complici i suoi 18 anni, sigla la giornata con un: “Bene, ma non benissimo…”. Qualche appassionato si è chiesto come mai l’abbiamo da subito lanciato al Giro, al contrario di quanto avevamo fatto con Bernal o Sosa, per i quali avevamo progettato una crescita più graduale. Ma il “bimbo”, nonostante sia appena maggiorenne, ha un fisico già formato, al contrario di Egan o Ivan alla sua età. Sembra un granatiere, è un uomo a tutti gli effetti. Un ragazzo dentro un corpo adulto. Con la genuinità dell’adolescenza, quella che gli fa tirare fuori quelle sentenze con cui, nonostante le fatiche della giornata, strappa un sorriso a tutti. E il pensiero vola già alla tappa di domani.

 

Domenica 9 maggio – “Tranquillo, noi ti abbiamo visto”

Filippo Tagliani © Androni-Sidermec
Filippo Tagliani © Androni-Sidermec

Il giorno della seconda tappa è arrivato. Da Stupinigi a Novara, dalla palazzina di caccia dei Savoia agli antichi confini orientali del Regno di Sardegna. Tappa di pianura, se non per una puntata sulle colline astigiane, verso metà percorso, d’altronde bisognava pure inventarsi il primo Gran Premio della Montagna di tutto il Giro.

Oggi è il giorno in cui noi dobbiamo tenere alta la nostra reputazione. La presenza di un uomo nella fuga. Un dovere verso il pubblico e gli sponsor. Lo sappiamo tutti che la fuga di oggi non arriverà all’arrivo, è scritto. Ma, per essere diretti come di mia abitudine, lo sponsor paga perché il suo nome venga nominato in TV, e lo spettatore vuole sognare assieme al Carneade di turno.

E già solo essere Carneade non è poi così semplice, la visibilità in televisione fa gola a tutti. La necessità di sognare fa il resto.

Oggi il nostro uomo è Filippo Tagliani, uno dei quattro designati al mattino per questo compito. Perché non è che si decide a tavolino un prescelto: si programma, si studia, si individuano alcuni candidati all’azione d’attacco, ma poi è il destino, la fortuna, anche se cercata, a decidere. Parte una fuga e non un’altra, non puoi stabilirlo sul bus prima della tappa.

Si sa che la fuga, in giornate come queste che sono nel mirino dei velocisti, ha la stessa probabilità di arrivare al traguardo di una nevicata su Torino in agosto, ma c’è in palio la notorietà, e non solo. Come accennato prima, oggi , il primo traguardo delle montagna assegnerà la maglia azzurra (ex verde). Salire su quel podio per indossarla, anche solo un giorno, è già una vittoria. La perdiamo per pochi centimetri, ma ci abbiamo provato fino all’ultimo, e questo consolida la compattezza del nostro gruppo. La stessa che si è vista nel finale, quando il Rava (Ravanelli) come da suo compito, si è messo “in tasca” il Cepe alias Chalequito (Cepeda) per non fargli correre rischi in vista dell’arrivo.

A proposito di gruppi affiatati, oggi sono venuti a trovarmi i miei amici ciechi. Mi capita, raramente purtroppo, di accompagnarli qualche volta in tandem, come guida. Mi ha avvicinato a loro Andrea, una delle guide più presenti ed attive. Ormai è il terzo anno che vengono a trovarmi al Giro. Purtroppo oggi, nel punto in cui erano fermi ad aspettarmi, il nostro Andrii Ponomar aveva bisogno di assistenza. Non li ho visti. In serata ho chiamato il presidente dell’associazione, il grande Ivano. Mi ha detto: “Tranquillo, noi ti abbiamo visto”. Direi che uno “chapeau” e forse anche un Oscar, per la classe e l’umiltà, gli va di diritto.

 

Sabato 8 maggio – Natnael Tesfatsion e la Sacra Sindone

Natnael Tesfatsion © Androni-Sidermec
Natnael Tesfatsion © Androni-Sidermec

Se mi chiedessero di riassumere il giorno della cronometro con un titolo di un film, sicuramente direi: “Il giorno più lungo”. In comune con il film c’è ben poco, se non il titolo. Quasi blasfemo paragonare una giornata del nostro lavoro con tragedie come quelle raccontate nel film. Non per niente, mio padre, a qualche lamentela di lavoro o altro ripeteva: “ti ci andrebbe un po’ di ’45….. anzi un po’ di ’43, perché nel ’45 si stava già meglio”. Naturalmente riferito alle carestie del secondo conflitto mondiale.

Permettendomi la blasfemia, l’associazione viene naturale, perché la crono è una gara a sé, richiede ancora migliori sincronismi di tutti, staff ed a atleti, dall’alba al tramonto, nella giornata più lunga, nonostante la brevità della prestazione.

Per chi guarda dall’esterno, per un team come il nostro, senza grandi ambizioni nella crono, magari può sembrare tutto più semplice. Ma non bisogna dimenticare che anche l’ultimo atleta classificato, in queste prove, fa una fatica immensa. Mostri come Ganna & C., in gare così brevi, mettono a rischio la presenza ai nastri di partenza del giorno successivo. Finire fuori tempo massimo non è così impossibile. Bisogna essere mentalizzati, dare più del meglio di se stessi. L’imprevisto è dietro l’angolo, la caduta, la foratura. Perdere 2’38” (tempo massimo odierno) per qualche inconveniente, può succedere. Soprattutto considerando che già un poco di dazio è da mettere in preventivo a livello di prestazione.

Comunque, dopo una giornata iniziata alle 7 e finita alle 20, con verifiche di materiali, prove di percorso, e naturalmente il momento di gara, possiamo dire che da domani inizia il nostro Giro. Quello dei giovani all’arrembaggio. Quelli a cui stasera ho potuto dire: “Benvenuti all’università del ciclismo, avete superato il test d’ingresso, da domani inizia il nostro Giro, quello all’attacco”.

Naturalmente, quando ci si ritrova con 8 atleti di 6 nazionalità diverse, anche in giornate come queste, le chicche non mancano mai. Natnael Tesfatsion , il nostro scalatore eritreo, viene da una famiglia molto religiosa. Il parcheggio odierno riservato ai bus era nel cortile del Palazzo Reale torinese, alle sue spalle c’è il Duomo. Non dimenticherò mai l’illuminarsi degli occhi di Natnael nel momento in cui, oggi, qualche minuto prima che iniziasse il riscaldamento, gli ho raccontato che a pochi metri da lui veniva conservata la Sacra Sindone. In automatico è partita la chiamata WhatsApp verso la sua terra, la sua famiglia.

La Sacra Sindone non è visibile al pubblico, se non in rare occasioni; e anche se lo fosse, oggi Tesfatsion non avrebbe in ogni caso potuto fare un salto al Duomo, per ragioni facilmente immaginabili, legate alla logistica della corsa e ai tempi ristretti a disposizione dei corridori; ma ora sa dove si trova quest’importante simbolo religioso e sono sicuro che appena gli sarà possibile farà la sospirata visita. Travolto da questi pensieri mistici, è finita che Natnael il riscaldamento l’ha iniziato con un po’ di ritardo; ma diciamo che la causa era più che lecita.

 

Venerdì 7 maggio – E pensare che avrei dovuto stare in Ungheria…

Giovanni Ellena © Adispro
Giovanni Ellena © Adispro

Torino, qualche settimana fa: il Giro d’Italia stava per partire dal capoluogo sabaudo, la mia città, ma senza di me. Sarebbe stato il mio tredicesimo Giro in ammiraglia, ma il destino aveva deciso che il mio lavoro sarebbe stato altrove, per la precisione in Ungheria ed in Francia, perché la mia squadra, l’Androni-Sidermec, non aveva ricevuto la wild card per la corsa rosa, e tutti noi eravamo destinati ad altre strade, altre gare.

Dopo la notizia del non invito, avevo cercato di reagire come reagirebbe un ciclista, dopo la caduta ci si rialza e si riparte. La programmazione dell’attività alternativa era subito iniziata.

Il 15 aprile, il fato, parente del destino nominato precedentemente, ha deciso che invece saremmo stati della partita. Squadra sabauda alla partenza sabauda. La notizia ha fatto risvegliare il sopito ma sempre presente amore per il Giro.

In due settimane è stato necessario riprogrammare l’attività di tutto il team, dalla distribuzione degli atleti, del personale, dei mezzi sulle varie gare. Logistiche importanti se si considerano 42 giornate totali di gara in un mese, con attività in Africa, Ungheria e Francia, oltre al Giro. Ma quando arriva l’adrenalina di un invito del genere tutto è più facile.

La fortuna vuole che, in fondo, l’avvicinamento a livello di gare, in vista dell’attività mese di maggio, era impostato in visione di una possibilità di fare la corsa italiana più importante, pertanto in parte eravamo già pronti. Chiaramente inteso per un team come il nostro, che deve svolgere una funzione.

La scelta degli atleti è sempre la più dolorosa, perché si sa che la speranza di partire ad un Giro ce l’hanno tutti, ma sono convinto che abbiamo fatto le scelte migliori. Compresa la decisione di schierare Andrii Ponomar, 18 anni, il più giovane atleta partecipante al Giro d’Italia, almeno dal dopoguerra in avanti.

Domani ci sarà la prima tappa, la crono iniziale, si sfilerà nelle vie storiche dove di abitudine passeggiava Cavour ragionando su politica internazionale, dove decise strategicamente l’alleanza con francesi ed inglesi contro l’impero russo inviando dei contingenti piemontesi in Crimea. Ponomar arriva dall’Ucraina, al confine con la Crimea, un giorno magari, tra i suoi silenzi ed i miei, parleremo anche di questa casualità.

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