Simone Consonni © Cofidis, Solutions Crédits
Simone Consonni © Cofidis, Solutions Crédits

Il pistard che imparò ad andare in fuga

Intervista a Simone Consonni: “Il mio miglior Giro, ho provato pure ad attaccare da lontano”. Per Tokyo c’è grande fiducia e voglia di migliorare, e poi? “Mi specializzerò come ultimo uomo con licenza di colpire”

In un Grande Giro bisogna sgomitare di giorno in giorno, stringere i denti e, se necessario, saper anche improvvisare. È stato un po’ questo il mantra di Simone Consonni nell’ultima Corsa Rosa, in cui si è alternato tra il ruolo di “pesce pilota” di Elia Viviani e quello inedito di attaccante da lontano, con risultati tutt’altro che disprezzabili.

Capire il flusso della gara per poi provare a domarlo del resto è un concetto vitale per chi, come il bergamasco in forza alla Cofidis, ha imparato il mestiere nei velodromi, scoprendo quanto alcune regole risultino universali, che si parli di pista, fughe o sprint a ranghi compatti. Uno spirito di adattamento che l’azzurro classe 1994 ha dovuto far suo anche nella marcia di avvicinamento verso le ormai imminenti Olimpiadi di Tokyo, dove la nazionale di Marco Villa si presenterà nella sua miglior versione di sempre.

Nonostante fosse la tua terza partecipazione consecutiva sappiamo quanto ogni Giro faccia storia a sé. Stavolta che bilancio ti senti di trarre da questa esperienza?
«Come squadra eravamo partiti per vincere almeno una tappa con Elia. Il fatto di non esserci riusciti può incidere magari in negativo al momento di tirare le somme, però siamo stati ben presenti in tutte le occasioni a disposizione. Le volate sono fatte di tante sfumature e a noi è sempre mancato qualcosina, a volte anche a livello di fortuna».

Rivedendo i vari sprint però l’impressione è che, con Elia, non abbiate proprio sfigurato delle fasi di lead out. Quando parli di sfumature e mancanze a cosa ti riferisci di preciso?
«Negli sprint alcune dinamiche, anche decisive, non sono proprio immediate da cogliere dalla tv. A Novara ad esempio eravamo messi molto bene, ma il movimento a stringere di Molano verso le transenne mi ha costretto ad aggirarlo, con Merlier che ne ha approfittato per anticiparci. A Foligno invece l’idea era quella di partire lunghi per approcciare davanti l’ultima curva a destra, ma ai -800 siamo rimasti in piedi per miracolo a seguito di un contatto con Kanter. Da quel momento ci siamo persi ed Elia sopraggiungeva troppo da dietro per seguire, in base al piano originale, la mia sparata. Un problema simile si è verificato anche a Cattolica, quando un Alpecin si è infilato tra noi due per poi fare il buco. In quel caso la nostra impostazione da fuori sembrava perfetta, ma in realtà Elia aveva già speso il picco di velocità per recuperare la mia ruota.  Tutto questo per spiegare quanto le piccolezze, anche impercettibili, facciano la differenza tra una vittoria e un piazzamento di rincalzo nelle volate».

La mancanza di un treno strutturato su cui appoggiarsi, come ad esempio quello di Démare, potrebbe essere stato paradossalmente uno svantaggio per voi?
«Sicuramente senza un team di riferimento i finali sono stati più caotici e di difficile interpretazione. Penso tuttavia che a nessuno piaccia misurarsi con un treno consolidato come quello della Groupama, che tante volte mette in ghiaccio il risultato al di là di qualsiasi tua contromossa. Quando c’è equilibrio ed anche un po’ di confusione invece tutti hanno le stesse possibilità di vincere. Per quanto mi riguarda reputo sempre meglio partire alla pari con gli altri, piuttosto che affrontare avversari che annullano i restanti tentativi di lead out, compreso il tuo».

Ritiri programmati come quelli di Ewan e Merlier fanno sempre discutere, ma anche quest’anno le chance per voi erano pressoché nulle nella seconda metà di Giro. Dall’ottica dello sprinter simili scelte risultano più condivisibili?
«Dal mio punto di vista ho sempre partecipato ai GT con l’intenzione di onorarli fino in fondo e, non a caso, non ho DNF su cinque presenze tra Giro, Tour e Vuelta. Capisco tuttavia i colleghi che decidono di abbandonare di fronte alla prospettiva di una terza settimana fatta di solo gruppetto. Per quanto riguarda la Corsa Rosa credo che l’istituzione di una passerella finale fissa, stile Parigi o Madrid, stimolerebbe tanti di noi a tenere duro».

Quello della cronometro non ti convince quindi molto come epilogo di un Grande Giro?
«Al di là degli sprinter la tappa in linea conclusiva rappresenta un momento di condivisione e di saluto per tutto il gruppo, a partire dai detentori delle maglie, nonché un premio per le fatiche dei giorni precedenti. Penso che mi porterò per sempre dentro il passaggio della scorsa stagione di fronte al Louvre. È in simili momenti che ti rendi conto di stare dentro ad un qualcosa che va oltre il ciclismo. Ciò non vuol dire che la crono di Milano non riservi immagini o ricordi speciali, che però coinvolgono una cerchia ristretta di corridori. Per intenderci quest’anno quando Bernal ha tagliato il traguardo in Piazza Duomo la maggior parte di noi altri era già in aeroporto o sulla strada di casa».

Sul piano personale invece come esci, sia in termini di gambe che di morale, da queste tre settimane?
«Nel complesso ne esco molto bene. Forse questo è stato il GT in cui ho sofferto meno in tutta la mia carriera. Anche nelle giornate in cui ho fatto gruppetto non sono mai arrivato troppo tirato o vicino al limite. L’unica tappa di blackout è stata quella di Cortina, dove ho forse accusato anche lo stress e la fatica della fuga di Gorizia del giorno precedente. Prima di questo Giro mi sarò buttato in attacchi da lontano sì e no in un paio di corse, comprese quelle da dilettante. È facile quindi che, vista la scarsa abitudine a gestire simili situazioni, mi sia un po’ sovraccaricato. Di certo la tanta pioggia che abbiamo preso non ha aiutato».

Archiviato il Giro c’è subito da pensare alla rassegna a cinque cerchi. Come si svilupperà da adesso in poi il percorso di preparazione tuo e della nazionale su pista?
«In questi giorni sono a Livigno per in mini-raduno proprio con il resto del gruppo azzurro. Dal secondo weekend di giugno inizieremo a lavorare in maniera specifica e continuativa al velodromo di Montichiari. Peccato per la cancellazione degli Europei, che sarebbero stati un test importante per noi e per tutte le altre nazionali. Anche come collocazione in calendario quello di Minsk era un appuntamento perfetto per fare il punto della situazione e per rodarsi, anche sul piano strettamente tecnico, in alcune specialità. In mancanza di alternative vedremo di inventarci qualcosa in allenamento».

Il fatto di aver corso così poco negli ultimi mesi potrebbe generare delle incognite in vista di Tokyo?
«Diciamo che, pure sotto questo aspetto, arriveremo in Giappone con gli stessi punti di domanda dei nostri avversari. L’adrenalina della competizione ti dà quel qualcosa in più che, specie su sforzi brevi come quelli della pista, è impossibile da replicare anche nella simulazione meglio eseguita. Quello dell’inseguimento a squadre rimane comunque un esercizio molto metodico, i cui meccanismi vengono affinati soprattutto fuori dalle competizioni. Di certo anche a Tokyo l’andamento della prestazione non si discosterà troppo rispetto a quanto provato in quest’ultimo periodo».

Ad inizio 2020 il quartetto azzurro viaggiava a suon di record italiani e sembrava pronto per l’obiettivo medaglia olimpica. In luce di ciò come avete vissuto il rinvio dei Giochi ed il prolungamento di un ulteriore anno dell’attesa?
«Personalmente, essendo di Bergamo, ho vissuto in maniera talmente pesante la prima fase della pandemia da perdere un po’ di vista il discorso Olimpiadi. Quando vivi da vicino momenti così drammatici tutto il resto passa in secondo piano. Da professionista ho continuato a mantenermi attivo, per quanto possibile, anche durante il periodo del lockdown, ma in quelle settimane avevo inevitabilmente in testa delle priorità ben diverse. A livello di gruppo invece penso che lo slittamento non abbia cambiato granché le carte in tavola. Siamo una nazionale molto giovane alla fine ed un anno ulteriore di esperienza e maturazione fisica potrebbe aiutarci ad alzare ancora di più l’asticella. Tra di noi c’è la stessa serenità dello scorso anno».

La coppia più papabile per rappresentarci nella Madison invece è proprio quella composta da te ed Elia. Qual è lo stato dell’arte attuale per questa disciplina così particolare?
«Innanzitutto ci tengo a precisare che non mi sento ancora cucita addosso la convocazione. I posti a disposizione sono solo cinque e, vista la qualità media della nostra nazionale, qualche ragazzo di valore rimarrà di sicuro fuori. Io stesso devo lavorare con la massima concentrazione per guadagnarmi il biglietto per Tokyo. Per quanto riguarda la Madison io ed Elia siamo quelli ad averla provata più spesso insieme di recente. Il format da 50 km ci si addice per via delle nostre doti di fondo, ma al tempo stesso scontiamo qualcosa rispetto ad altre coppie più rodate sul piano della tecnica. Nelle prossime settimane cureremo con particolare attenzione proprio questo aspetto».

In conclusione, le Olimpiadi spesso scandiscono la vita agonistica degli atleti. Dopo la parentesi di Tokyo che direzione ti piacerebbe dare anche alla tua carriera su strada?
«Io non mi sono mai reputato uno sprinter da volate piatte e di massa, nelle quali sento più mio il ruolo di ultimo uomo. In futuro l’idea sarà proprio quella di affinare le mie capacità di lettura, in modo da specializzarmi sempre più su questo fronte. Al tempo stesso intendo migliorare sul piano della resistenza in salita, così da giocarmi le mie carte nelle gare un po’ più ondulate. Diciamo che mi piacerebbe essere presente con costanza proprio nelle giornate dove perdono contatto i velocisti puri. Per intenderci le tappe di Gorizia e Stradella dell’ultimo Giro sarebbero state nel mio target anche qualora non fosse arrivata la fuga».

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