Tadej Pogacar felice all'ombra dell'Arc de Triomphe © UAE Team Emirates - Bettiniphoto
Tadej Pogacar felice all'ombra dell'Arc de Triomphe © UAE Team Emirates - Bettiniphoto

Ma cosa volevate di più da questo Tour?

Si è chiusa a Parigi la seconda Grande Boucle dell’era Pogacar. Tadej è come il sole, Vingegaard e Carapaz compari di podio in una corsa ricca di spunti e bellezza. Italia aggrappata a Cattaneo e Colbrelli, ultima tappa al meraviglioso Van Aert

È stato un Tour de France noioso, dice qualcuno, anzi più di qualcuno. È stato un Tour de France eccellente, rispondiamo noi. Un giovane fenomeno delle gare a tappe, uno che l’ultimo così chissà quando l’avevamo visto, ha dominato la scena, in realtà gli è bastata un’impresa nella prima tappa alpina per ammazzare la competizione già prima di metà corsa. L’assenza di reali chance per gli inseguitori (al netto di eventi imponderabili) ha in effetti tolto pathos al racconto della seconda metà di Grande Boucle, del resto se di un giallo conosci già l’assassino… Ma questo non può inficiare il rilievo sportivo che comunque la corsa ha avuto anche nella sua fase discendente.

Ma anche solo dal punto di vista della storia e delle storie, è stato un Tour eccellente perché sin dall’inizio ha proposto personaggi, vicende, risvolti non banali. Ha dato luogo a racconti che riannodavano trame lasciate in sospeso, ha chiuso fronti narrativi, ne ha aperti altri, ha riempito pagine che verranno ricordate a lungo.

Dal punto di vista tecnico, poi… La non-vittoria (quello è stato: un quarto posto di tappa) di Tadej Pogacar a Le Grand-Bornand, con i suoi 3’20” rifilati ai più forti dei rivali, rappresenta una pietra miliare per il ciclismo, una giornata che da qui in avanti fungerà da pietra di paragone, sempre. “Come fece Pogacar a Le Grand-Bornand”. Già da sola quella cavalcata sensazionale darebbe al Tour finito oggi uno spessore che in molte edizioni recenti non è stato nemmeno avvicinato. Ma nei giorni precedenti cos’era già successo?

La vittoria iridata di Julian Alaphilippe in apertura, la ribattuta di Van der Poel col capolavoro del doppio attacco a Mûr-de-Bretagne, la maglia gialla, la continuità-discontinuità con nonno Raymond Poulidor per un bagno di commozione che ha investito tutti, in strada e a casa: già un uno-due così sarebbe bastato a qualunque sceneggiatore per portare avanti un paio di stagioni di una qualunque serie. Ma poi: dopo la vittoria di Tim Merlier, le volate hanno reincoronato uno che tutti avevamo giubilato, Mark Cavendish. E non è allora un’altra storia potentissima, quella del campione finito da anni che torna a riprendersi la scena, le vittorie, addirittura il record di tappe conquistate al Tour?

I successi di Cannonball hanno inframezzato gli sviluppi “superiori” della corsa: dalla prima spazzolata data da Pogacar nella crono di Laval alle cadute che hanno messo in difficoltà o direttamente fuori causa alcuni dei suoi avversari più accreditati. Ma anche fossero stati al meglio, come avrebbero maneggiato Le Grand-Bornand i vari Primoz Roglic o Geraint Thomas? Sì, insomma, quale dito avrebbero utilizzato per provare a oscurare il sole?

Ancora prima del giorno epocale di LGB, una tappa che ci ha fatto sognare, volare, esaltare, la magica fuga orchestrata da Van der Poel (ancora in maglia gialla) e Wout Van Aert, a certificare intanto l’indissolubilità dei due, e poi il fatto che con loro in gara davvero ci possiamo aspettare di tutto, anche azioni che ribaltano un grande giro. Perché poi la portata di quei 250 km di battaglia di Le Creusot è stata minimizzata dal boato Pogacar l’indomani, ma giusto un simile mostro poteva fare spallucce rispetto ai colpi del giorno prima, e rimettere tutto al proprio posto; questo non cambia però il fatto che il Fattore MVDP-WVA potrà incidere eccome, prima o dopo, nell’economia di un Tour (o di un Giro, magari!).

Nel giorno di Le Creusot ha vinto Matej Mohoric, corridore fortissimo che è sempre consigliabile non trovarsi accanto in una fuga (perché poi vince lui). Ma riparliamo dopo di lui. Le fughe hanno preso la scena nella fase centrale del Tour, dopo la vittoria di Dylan Teuns a Le Grand Bornand, quella di Tignes ha permesso a Ben O’Connor di scalare impetuosamente la classifica e di porre le basi per potersi presentare come uno dei nuovi protagonisti dei GT: è lui uno dei personaggi nuovi delle grandi gare a tappe.

L’altro è Jonas Vingegaard. Uno che ha raccolto in corsa i gradi di capitano, ereditandoli da Roglic e togliendoli eventualmente a Van Aert, e ha chiuso il Tour al secondo posto della generale. Ma se dovessimo scegliere il Momento Jonas, quello sarebbe senz’altro da localizzare negli ultimi due chilometri del Mont Ventoux: mentre Van Aert, in fuga, andava a vincere la tappa del doppio Ventoso, il suo giovane coéquipier faceva una cosa che nessuno avrebbe immaginato a quel punto della corsa: ha staccato, e di brutto, Pogacar in salita. Ma come, il Tadej che al sabato distruggeva tutti sul Col de Romme, al mercoledì si becca 40″ in poco più di un chilometro e mezzo da uno che a un podio di GT non ci si era mai avvicinato prima? È o non è, anche questo, un risvolto con 100% di intrigo?

Nella fase fughe hanno sorriso Nils Politt, Bauke Mollema, Sepp Kuss e Patrick Konrad, prima che ancora Mohoric chiudesse la partita a Libourne (ma ne parliamo ancora dopo), e prima che nella due giorni di chiusura pirenaica andasse in scena uno scontro a viso aperto tra i primissimi della classifica: una doppia affermazione, quasi in copia carbone, per Pogacar, ancora lui, su Vingegaard e Carapaz, identico ordine d’arrivo sia a Saint-Lary-Soulan che a Luz Ardiden; con la differenza che nella prima delle due frazioni abbiamo visto battaglia vibrante per una decina di chilometri, mentre nella seconda hanno prevalso i trenini fino agli ultimi 3-4 km. Insomma, confrontati con certi Pirenei del decennio scorso, questi qui hanno stravissuto di baldoria.

Poi la vittoria di Van Aert anche nella crono di Saint-Émilion, a confermare la caratura del ragazzo e a suffragare i suoi sogni di potersi giocare un Tour, un giorno: del resto, chi di noi, sano di mente, non si direbbe “resisto sulle Alpi, vinco sul Ventoux, conquisto la crono… se miglioro un tantino sulla tenuta pirenaica, magari il podio lo accarezzo”? Wout ci pensa eccome, a riproporsi come possibile vincitore di GT. È difficile scommettere a occhi chiusi su un’opzione del genere, ma chi si azzarderebbe a puntare contro WVA?

E allora aggiungiamoci un’altra domanda: considerando tutti gli elementi che qui abbiamo elencato, e pesandoli al netto della superiorità di Pogacar sulla corsa, direste ancora che è stato un Tour noioso o addirittura mediocre?

Nell’analisi-resoconto-bilancio del TDF21 dobbiamo poi spendere qualche rigo per gli italiani. Il migliore è stato Mattia Cattaneo, 12esimo della generale ma presente anche negli ordini d’arrivo, tra una crono e una fuga, per un totale di cinque top ten (tra cui spicca il secondo posto di Tignes); e poi tanto lavoro di denti da stringere per tenere il gruppetto dei migliori, o almeno il secondo gruppetto, o almeno un gruppetto che non andasse alla deriva. Una regolarità premiata dal miglior risultato per lui in una classifica finale, che peraltro si situa in una tendenza di crescita costante: 33esimo al Giro 2018, 28esimo al Giro 2019, 17esimo alla Vuelta 2020, 12esimo al Tour 2021. In ottobre compirà 31 anni, non è che gli manchi del tempo per puntare alla dimensione Damiano Caruso prima di lasciare il ciclismo pedalato.

Menzione d’onore anche per Sonny Colbrelli, anche se non ha vinto tappe, ma ci è andato vicino più volte, quinto a Pontivy, terzo a Tignes e secondo a Saint-Gaudens, e in questi ultimi due casi parlavamo di frazioni di montagna (o almeno mezza) in cui il bresciano ha resistito alla grande in fuga arrivando a piazzamenti di pregio. Per qualche giorno ha anche sperato di tenersi dentro la contesa per la classifica a punti, alcuni suoi sprint ai traguardi volanti sono stati molto belli ed efficaci, ma il Cavendish versione luglio 2021 non era evidentemente avvicinabile.

Della scarna spedizione azzurra in Francia va citato poi Vincenzo Nibali, che di segni non ne ha lasciati sugli albi d’oro ma qua e là s’è fatto vedere, in particolare nelle fughe di Creusot e di Andorra La Vella, entrambe chiuse fuori dalla top ten di giornata, ma comunque entrambe interessanti: la prima perché l’ha lanciato in un temporaneo sesto posto della classifica, la seconda perché l’abbiamo visto abbastanza brillante anche in salita, e la cosa in chiave Tokyo avrà rinfrancato il ct Davide Cassani, se proprio non tutti gli osservatori.

Arrivati a questo punto ci resta di dire, per bene, di Mohoric. Che poi è un modo per dire del dark side dell’appassionato di ciclismo, quello che fino alla tappa di LGB in corso ha magari goduto per il bel ciclismo che stava vedendo, ma poi lì, di fronte a quella prestazione di Pogacar, è rimasto come sconcertato. La grande impresa in questo sport è più facile farla che farla accettare a tutti. L’esercito del sospetto è sempre a ferma prolungata, arruolabile in qualunque momento anche dopo lunghe stagioni di sonno, e in quest’ultimo biennio l’abbiamo visto bene.

Lo ricordate il Tour 2020? Per 19 giorni a dire che quella Jumbo era troppo forte, che le prestazioni di Roglic erano eccessive, che quelle di Van Aert erano direttamente fuori scala… salvo poi al ventesimo giorno, spiazzati dal come-va-il-mondo, in diversi hanno dovuto ricalibrare il puntatore su un altro obiettivo, “intendevamo che è la prestazione di Pogacar a La Planche des Belles Filles a non essere credibile”.

Quest’anno c’è stato un salto di qualità, si parla direttamente di mozzi e varie diavolerie del motorismo presunto, si dà fiato a qualsiasi congettura, e pazienza se qualche salto logico qua e là affiora. La perquisizione notturna patita dalla Bahrain-Victorious ha poi dato ulteriore energia alle voci degli scettici, molti dei quali hanno visto anche nelle prestazioni di Colbrelli e compagni qualcosa che non andava. Ecco la reazione di Mohoric sul traguardo di Libourne, il “tacete, stolti” esibito in mondovisione, una presa di posizione che per qualcuno è stato un avvertimento in stile mafioso rivolto agli altri corridori (come dire: “Non spifferate”), per altri (tra cui chi scrive) una semplice reazione di pancia nei confronti dei commentatori da social. Magari non tanto elegante, di sicuro pienamente comprensibile.

Un giorno ci spiegheranno il piacere perverso di seguire il ciclismo solo per mettere in risalto tutto ciò che in esso non va, o per ingigantire episodi che normalmente dovrebbero appartenere al campo della trascurabilità, in nome di direttrici teoriche tutte da validare, perché poi solitamente quel che il criticone non dice è che è guidato, nella sua “ricerca del bene”, non già dalla lampada di Diogene, ma da una normale dicotomia simpatie-antipatie. Nell’attesa di scoprire questo mistero del contemporaneo, non possiamo fare che due cose: la prima, goderci in pieno questo fantastico ciclismo degli anni ’20; la seconda, rituffarci nella corsa, nelle corse, a partire da quest’ultima tappa di Tour che, tra una cosa e l’altra, non abbiamo ancora descritto.

Chatou-Parigi, 108.4 km per la 21esima e ultima frazione del Tour de France 2021, percorso facilissimo e prima parte interamente impiegata nelle consuete operazioni di festeggiamento e passerella tra fotoricordo, sorrisi e frizzi. Poi, dopo l’ormai immancabile e sempre meraviglioso passaggio dai cortili del Louvre, sul circuito dei Campi Elisi è partita davvero la tappa… tappeggiata.

C’erano tre squadre evidentemente interessate a smuovere le acque, la Bora-Hansgrohe, la EF Education-Nippo e la Lotto Soudal: rispettivamente hanno messo in fuga Patrick Konrad, Stefan Bissegger e Harry Sweeny a una cinquantina di chilometri dal traguardo; e poi, quando i tre sono stati ripresi ai -30 (dopo aver avuto al massimo un mezzo minuto di margine), sempre rispettivamente hanno lanciato Ide Schelling, Michael Valgren e Brent Van Moer.

La seconda azione ha avuto proporzioni in tutto simili alla prima, e come quella è stata annullata dal gruppo, nel quale Mark Cavendish – che aveva sopravanzato Michael Matthews anche al traguardo volante dei -40 – non aspettava altro che di centrare la vittoria numero 35. All’ingresso dell’ultimo giro del circuito la Ineos Grenadiers a sorpresa ha proposto un’accelerata fortissima che intanto ha permesso di raggiungere i tre fuggitivi ai -6, e poi ha reso anarchico un finale teoricamente già scritto. Perché ad esempio subito dopo l’azione di Michal Kwiatkowski-Geraint Thomas ci si è messo Nils Politt (Bora) a fare una trenata assurda, e Mattia Cattaneo ha dovuto lavorare di ricucitura.

Ai 4.5 la Deceuninck-Quick Step ha ripreso con forza la testa del gruppo con Julian Alaphilippe, non era più tempo di scherzare. Lo snodo adrenalinico dei 3 km (laddove sono di fatto finiti i problemi per gli uomini di classifica) è stato volato via dal treno di Cavendish, ma erano tanti i pretendenti al trono dei Campi Elisi, sicché Mark si è trovato un po’ intruppato ai 2 km, e lì c’è voluta tutta la sapienza di Michael Mørkøv per far rivedere la luce all’uomo di Man, che a questo punto ha deciso di lasciare la ruota del suo pesce pilota e di mettersi su quella di Wout Van Aert, pronto per essere lanciato da Mike Teunissen sul rettilineo finale.

Wout è partito fortissimo ai 200 metri, Jasper Philipsen (Alpecin-Fenix) ha dovuto dribblare Teunissen in rallentamento per provare a riaffiancare il connazionale; la cui permanenza alle transenne, tra l’altro, impediva a Cavendish di trovare spazio sulla sinistra. Mark ha per un attimo smesso di pedalare, poi quando Van Aert si era assicurato di aver respinto la rimonta di Philipsen si è spostato verso il centro, lasciando al britannico il modo di prendersi il podio, almeno quello. Secondo Philipsen; a seguire, alle spalle di Mark, Luka Mezgec (BikeExchange), André Greipel (Israel Start-Up Nation), Danny Van Poppel (Intermarché-Wanty), Michael Matthews (Bora), Alex Aranburu (Astana-Premier Tech), Cyril Barthe (B&B Hotels p/b KTM), Max Walscheid (Qhubeka NextHash) e, 11esimo, Daniel Oss (Bora).

Classifica finale: Tadej Pogacar (UAE-Emirates) vince con 5’20” su Jonas Vingegaard (Jumbo), 7’03” su Richard Carapaz (Ineos), 10’02” su Ben O’Connor (AG2R Citroën), 10’13” su Wilco Kelderman (Bora), 11’43” su Enric Mas (Movistar), 12’23” su Alexey Lutsenko (Astana), 15’33” su Guillaume Martin (Cofidis, Solutions Crédits), 16’04” su Pello Bilbao (Bahrain), 18’34” su Rigoberto Urán (EF), 21’21” su David Gaudu (Groupama-FDJ) e 23’28” su Mattia Cattaneo (Deceuninck).

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