Anna Kiesenhofer vince a sorpresa l'oro olimpico su strada © UCI
Anna Kiesenhofer vince a sorpresa l'oro olimpico su strada © UCI

Amnesiek Van Vleuten, vince Kiesenhofer

Epilogo incredibile nella gara donne dei Giochi Olimpici: la neerlandese pensa di aver vinto, ma davanti c’era l’austrica in fuga dal km 0. Longo Borghini di nuovo di bronzo

Alla vigilia della prova in linea femminile dei Giochi Olimpici di Tokyo la domanda più ricorrente non era se i Paesi Bassi sarebbero stati in grado di conquistare la medaglia d’oro, quanto se sarebbero riuscite a prendersi anche l’argento ed il bronzo: il quartetto composto da Anna van der Breggen, Annemiek van Vleuten, Demi Vollering e Marianne Vos era troppo superiore alla concorrenza, tutte e quattro erano potenziali vincitrici e praticamente ogni scenario di corsa credibile che si poteva ipotizzare vedeva una di loro uscire come trionfatrice. Ed invece quella a cui abbiamo assistito oggi è stata una gara letteralmente incredibile: come altre volte in passato, le orange non sono state squadra ma solo un gruppo di quattro straordinarie individualità, stavolta altre nazioni hanno fatto poco o nulla per aiutarle, le radioline non c’erano e probabilmente c’è stato lo zampino dell’organizzazione che per tutta la gara non deve essere stata precisissima nel comunicare i distacchi dei vari gruppi alle atlete.

Kiesenhofer, dal dottorato in matematica all’oro olimpico
Il risultato è stata una gara assolutamente imprevedibile che ha premiato l’austriaca Anna Kiesenhofer, partita al chilometro 0 in compagnia di altre quattro atlete per quella che sarebbe dovuta essere un’azione quasi senza speranza e che invece si è trasformata nella più brillante delle fughe bidone. Classe 1991, Kiesenhofer non è certo uno dei nomi più nomi del ciclismo femminile tanto che neanche milita in una delle molte squadre UCI: tuttavia è un’atleta che ha qualità soprattutto sul passo ed in salita, ha vinto sul Ventoux nel 2016 con una fuga da lontano, nel 2019 è stata quinta all’Europeo a Cronometro e predilige proprio le prove individuali vista anche una scarsa abilità nel muoversi all’interno di un gruppo nervoso e numeroso.

La storia di Anna è molto particolare. Attorno ai 20 anni di età di avvicina al triathlon ed al duathlon, per passare al ciclismo dopo un infortunio, per motivi di studio poi si trasferisce in Catalogna dove consegue un dottorato un matematica, ma allo stesso tempo inizia a mettersi in evidenza nelle gare del calendario spagnolo, prima del successo su Ventoux al Tour de l’Ardèche che le spalanca le porte della Lotto Soudal. Il 2017 è per lei l’anno della svolta, ma in negativo tanto che in pochi mesi arriva a dire basta col ciclismo: d’inverno esagera e va in overtraining, fisico e mentale, in gara colleziona qualche ritiro, ha problemi di amenorrea e osteoporosi, ed è soprattutto la testa ad essere distrutta ed a spingerla così a fermarsi per tornare alla matematica. Ma pian piano l’amore per il ciclismo e per le cronometro torna ad avere la meglio, riprende il ritmo e nel 2019 si rivede ad alti livelli, nel 2020 è di nuovo terza all’Ardèche e quest’anno preparandosi sempre da sola, ed in maniera ultra scientifica grazie al suo background, ha trovato la gioia più grande in campo sportivo, qualcosa che forse non osava neanche sognare.

In fuga fin dal via ufficiale della corsa
Come detto, l’azione decisiva è partita subito al chilometro 0: ad andare in fuga, oltre a Kiesenhofer, sono state Anna Plichta (Polonia), Carla Oberholzer (Sudafrica), Omer Shapira (Israele) e Vera Looser (Namibia), atlete non di primo piano a cui il gruppo ha lasciato volentieri un po’ di spazio, anche perché sulla carta nessuna di loro sembrava poter fare paura. Il plotone ha approcciato con assoluta tranquillità i primi 40 chilometri di gara in pianura nell’attesa che le fortissime neerlandesi iniziassero a fare qualcosa: il problema è che chilometro dopo chilometro il vantaggio delle cinque battistrada è salito a dismisura fino a sfiorare gli 11 minuti, senza che dietro ci fossero reazioni convinte. Le atlete in maglia arancione hanno fatto brevi apparizioni davanti a tirare, per il resto è stata soprattutto la Germania ad imporre un ritmo regolare con la veterana Trixi Worrack, quinta partecipazione ai Giochi per lei: a 80 chilometri dal traguardo, però, il ritardo era ancora di dieci minuti.

Sul lunghissimo falsopiano in salita di Doushi Road davanti sono rimaste solamente Anna Kiesenhofer, Anna Plichta e Omer Shapira, mentre nel plotone solamente negli ultimi 6-7 chilometri prima dello scollinamento si è finalmente visto qualcosa. Il primo attacco è stato di Demi Vollering, poi è stato il turno di Anna van der Breggen e Annemiek van Vleuten (che poco prima era anche caduta senza conseguenze) che non hanno trovato le pendenze per fare male alle avversarie fino all’ultimo chilometro di ascesa: qui Van Vleuten è partita con grande decisione, nessuna ha provato a seguirla ed è iniziata quella che per molti poteva essere un’altra straordinaria cavalcata vincente. La situazione in cima a Doushi Road vedeva Kiesenhofer, Plichta e Shapira con 5’50” su Van Vleuten e 6’35” su un gruppo di 20 unità con tutte le migliori, e Longo Borghini e Cavalli per l’Italia. Breve discesa, pianura e poi di nuovo una breve salita per raggiungere il Passo Kagosaka: a 41 chilometri dalla conclusione Anna Kiesenhofer ha mollato le sue compagne d’avventura ormai troppo stanche per poterle dare una mano concreta, Van Vleuten era riuscita a recuperare solo 50″ mentre il gruppo molte atlete sono riuscite a rientrare ed il gap nei confronti della neerlandese era di poco inferiore al minuto.

Problemi di comunicazione, ma Van Vleuten non guadagna
Molto probabilmente è qui che avviene il corto circuito nella comunicazione dei distacchi alle atlete: già sulla prima salita si era vista Shapira chiedere il vantaggio sul gruppo alla moto ripresa, segno che qualcosa già non andava, ma la gestione del finale è stata decisamente troppo brutta per essere vera. In discesa Anna Kiesenhofer ha praticamente tenuto inalterato il proprio vantaggio ed all’ingresso nel Fuji International Speedway a 28 chilometri dall’arrivo il suo vantaggio era ancora di 5’05” su Van Vleuten, che nel frattempo vedeva riavvicinarsi le inseguitrici. Proprio all’ingresso del circuito finale dietro si sono ricompattate, ed ancora una volta tra le varie nazionali in gara non c’è stato un lavoro organizzato per buttare giù il distacco della fuggitiva solitaria: ai meno 20 Plichta e Shapira erano a 1’52”, il gruppo addirittura a 4’35”.

A questo era ormai chiaro che la medaglia d’oro era ormai assegnata, mentre per argento e bronzo la questione era più aperta. Solamente negli ultimi 15 chilometri si è finalmente vista la nazionale dei Paesi Bassi correre da squadra: ai meno 6 chilometri Shapira e Plichta sono state riprese da ciò che restava del gruppo, poi ai meno 4 è scattata nuovamente Annemiek van Vleuten approfittato di un circuito finale che era tutto fuorché pianeggiante: con un attimo di ritardo al suo inseguimento si è mossa anche Elisa Longo Borghini che sapeva che in quel frangente c’era la possibilità di andarsi a prendere un’altra medaglia dopo il bronzo di Rio de Janeiro. Negli ultimi chilometri l’austriaca Anna Kiesenhofer era letteralmente stremata, ma è riuscita a chiudere incredula a braccia alzate: il titolo olimpico era suo! A 1’15” di distanza ha tagliato il traguardo anche Annemiek van Vleuten e anch’essa lo ha fatto a braccia alzate: gioia per l’argento? No, la neerlandese pensava davvero di aver vinto e ci sono voluti alcuni secondi prima che realizzasse la beffa, forse ancora più crudele di quella di Rio de Janeiro quando una spaventosa caduta la mise fuori dai giochi quando si sentiva ormai l’oro in tasca.

Longo Borghini bronzo 5 anni dopo Rio
In terza posizione a 1’29” è arrivata la solita straordinaria Elisa Longo Borghini che con il cuore e con la testa arriva sempre più lontano di dove la porterebbero le sole gambe: per l’ossolana è bronzo come cinque anni fa in Brasile, ed oggi come allora i rimpianti sono pressoché nulli. Nel complesso la prestazione delle italiane è stata poco appariscente, ma lo stesso vale per tutte le altre nazioni: le responsabilità della corsa erano tutte sulle neerlandese e lavorare all’inizio avrebbe significato regalare loro il podio completo, Bastianelli era una variante tattica azzardata ma che si è rivelata troppo poco adatta al percorso, Paladin non era ai suoi livelli migliori ma ha lavorato quando ce n’è stato bisogno, Marta Cavalli è stata lì fino al finale cogliendo anche un buon ottavo posto, e poi appunto la grande Longo Borghini che al Giro d’Italia Donne non aveva convinto, ma non sbaglia mai quando c’è da arrivare in condizione ad un evento di grande prestigio.

Fuori dal podio in quarta posizione è arrivata la belga Lotte Kopecky a 1’39” che è riuscita addirittura ad anticipare il resto del gruppo delle favorite giunte a 1’46”: la top10 è stata completata nell’ordine da Vos, Brennauer, Rivera, Cavalli, Zabelinskaya e Ludwig, solo quindicesima la campionessa uscente Van der Breggen. Sulle 67 atlete al via, in 48 hanno concluso la prova: tra le altre azzurre Bastianelli è arriva a 9’31”, Paladin a 15’55”.

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