Fabio Aru con Mikel Landa e Mark Padun sul podio della Vuelta a Burgos © Qhubeka NextHash-Getty Images
Fabio Aru con Mikel Landa e Mark Padun sul podio della Vuelta a Burgos © Qhubeka NextHash-Getty Images

Aru, se questa è una ripresa inizia a piacerci

Secondo a Burgos dietro a Landa, il sardo può guardare con moderata fiducia alla Vuelta a España che inizia sabato: “Ho ritrovato sensazioni che non sentivo da tre anni, posso di nuovo stare in gara, lottare, attaccare”

Mentre la gran parte degli appassionati di sport erano travolti dalle emozioni olimpiche, in Spagna si consumava un piccolo riscatto ciclistico, a nome Fabio Aru. La Vuelta a Burgos che si è conclusa ieri rappresentava per il sardo uno step nell’avvicinamento alla Vuelta, che resta il suo principale obiettivo stagionale dopo la scelta di non disputare il Giro e l’estromissione di fatto dal roster della Qhubeka NextHash che ha affrontato il Tour de France.

Un mese e mezzo fa la cosa più delicata che si poteva dire di Aru era che la sua perdurante crisi sanciva la fine della sua competitività ai massimi livelli; la peggiore era che si trattava di un corridore finito tout court. Del resto tre anni da incubo in maglia UAE-Emirates non erano facili da cancellare, soprattutto alla luce del fatto che i problemi che avevano scandito le ultime stagioni di Fabio parevano lontani dall’essere risolti. In un disastroso circolo vizioso in cui non si capiva se i guai fisici (di cui l’occlusione all’arteria femorale iliaca rappresentò il simbolo e forse l’apice, ma non certo l’unico episodio) innescassero una sorta di blocco mentale, o se il crollo morale fosse presupposto fondante delle controprestazioni del sardo, anche questo 2021 sembrava destinato a chiudersi nel segno di un forte (ulteriore) ribasso.

Il cambio di casacca, l’approdo a un’altra formazione World Tour quando in pochi credevano che Aru potesse avere ancora una chance nella massima categoria, le dichiarazioni di fiducia in lui da parte del management della Qhubeka, l’invernata passata a sgambare sui campi di ciclocross, tutto pareva concorrere, a inizio anno, a una ripresa del vincitore della Vuelta 2015 (non parliamo di resurrezione, quella era esclusa a priori). E invece le prime corse stagionali non spostavano granché il barometro sul sardo. Cinque gare (di cui tre a tappe) in Francia tra febbraio e marzo, miglior piazzamento il 22esimo posto sul mezzo Mont Ventoux che fungeva d’arrivo di tappa al Tour de la Provence, terzo giorno stagionale di gara per Fabio. Quella corsa fu conclusa al 18esimo posto della generale. Poi, invece di migliorare, un plafonarsi su uno standard inferiore a quello degli antichi rivali, insomma un film già visto nelle annate UAE. 27esimo al Tour des Alpes Maritimes et du Var, 26esimo alla Parigi-Nizza; più avanti, 24esimo al Giro dei Paesi Baschi (con un altro 22esimo parziale come highlight). L’anonimato tra Freccia e Liegi precedette il salto del Giro, comunque già previsto in fase di programmazione.

Il ritorno in corsa si è celebrato al Delfinato, un’altra gara senza acuti conclusa dal 26esimo posto nella generale, praticamente i quartieri di Aru parevano, definitivamente, quelli: tra il 20esimo e il 30esimo. Da qui la decisione del team di non avvalersi delle prestazioni del sardo al Tour de France. Pietra tombale su una carriera.

Ma Aru è uno che cià la tigna, lo sappiamo: la sua caratteristica forse più riconoscibile da ciclista è l’attitudine a finirsi piuttosto che mollare, o perlomeno questo era il dato che emergeva negli anni d’oro, ma che era sempre più andato sbiadendo col tempo e col confronto con una realtà via via più amara. A un certo punto, rendersi conto che non c’è più nulla nelle gambe anche solo per provare a resistere.

Il buco nero in cui Aru si era infilato pareva senza fine, senza luce, senza fondo. Al GP di Lugano, fine giugno, una nuova ripartenza (dopo una fugace apparizione-sparizione al Campionato Italiano). 14esimo in Svizzera. Il ritorno alle gare a tappe stavolta non in una corsa altisonante del World Tour, ma nel piccolissimo Sibiu Tour, una startlist infarcita di Professional e Continental intorno alle due WT presenti (la Bora-Hansgrohe oltre alla Qhubeka). E mentre tutti erano concentrati sul Tour, Aru tornava a ottenere piazzamenti a cifra singola (ovvero entro il decimo) a undici mesi di distanza dagli ultimi. Secondo, terzo, secondo in classifica a 19″ da Giovanni Aleotti.

Un nuovo inizio? Presto per dirlo, visto il non blasonato parterre di avversari presenti in Romania.

Nell’ottica di disputare la Vuelta a España, Aru è transitato poi – ed è storia recente – dalla Vuelta a Burgos, dove nel 2020 ebbe qualche buona sensazione; qui la startlist era decisamente superiore a quella di Sibiu. Prima tappa a El Castillo, arrivo leggermente tirante, gruppo tutto spezzettato, vittoria di Edward Planckaert e Aru ha chiuso in un gruppetto a 13″ dal primo; in mezzo alle due volate vinte da Juan Sebastián Molano al secondo e al quarto giorno, l’arrivo di Espinosa de los Monteros, con il Picón Blanco nel finale, ci consegnava un Fabio non all’altezza dei primissimi, ma nel drappello dei mediobuoni (che nel caso comprendeva pure Egan Bernal tra gli altri), 50″ il ritardo dal vincitore Romain Bardet, 11″ dai primi inseguitori, ovvero il compagno Domenico Pozzovivo e due Mikel, Landa e Nieve. La classifica diceva a questo punto quarto posto a 1′ da Bardet.

Il compagno e capitano Pozzovivo, caduto il giorno prima e scoperto di aver riportato una frattura al ginocchio, ha lasciato ad Aru in eredità la responsabilità di chiudere bene la Vuelta a Burgos per strappare un buon piazzamento nella generale. E stavolta, al contrario di altre, Fabio ha risposto presente, per quanto può esserlo un corridore tuttora in ricostruzione. Ottavo a Lagunas de Neila, al termine di una battaglia in cui c’è stato chi ha perso pure la camicia (Bardet, per esempio, quasi 2′ di ritardo e maglia di leader persa a favore di Landa), il sardo ha pagato 37″ dal vincitore di giornata Hugh Carthy, e qualcosa meno ad avversari come Simon Yates, Bernal o lo stesso Landa.

Tutto ciò si è tradotto in un secondo posto a 36″ dal capitano della Bahrain-Victorious. Un risultato che dice tanto, ma è un tanto che quantificheremo in seguito: segnale di definitiva ripresa e quindi di ritorno alla competitività anche in un GT, o conferma che la gittata dell’Aru anni ’20 è quella di queste brevi gare a tappe, magari senza cronometro? Sarebbe comunque un destino dignitoso da spendere alla ricerca di risultati in decine di queste prove disseminate nel calendario.

Se invece la rinascita è rinascita effettiva, lo scopriremo molto presto: Aru ha in programma appunto la Vuelta, il grande giro che lo lanciò definitivamente e a cui chiede oggi una riconsacrazione. Partirà a fari spenti, come d’obbligo per chi non ottiene risultati in una “maggiore” da 4 anni. Ma con la consapevolezza di essere uscito da quel buco nero: “Sono felice di aver ritrovato sensazioni che mi mancavano ormai da tre anni, ho attraversato momenti difficili ma ora ho ritrovato un buon feeling con la bici, e aver visto in questi giorni di poter nuovamente fare la corsa, provare ad attaccare, stare comunque in gara a lottare contro avversari di livello mi dà sensazioni molto buone”. Insieme alla fiducia di poter affrontare al meglio i prossimi obiettivi. Non lo diciamo ancora, ma da qualche giorno ci stiamo pensando: che sia prossimo il momento di dire a Fabio, ma veramente, “bentornato!”?

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