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Roglic rifà la magia e questo ciclismo si fa amare

06.10.2021 17:10

Milano-Torino, Primoz domina Adam Yates sull'arrivo di Superga, poi Almeida batte Pogacar per il terzo gradino del podio. Il tutto al termine di una corsa spettacolare, tra ventagli e una startlist all star


Un altro autografo di lusso sul libro delle firme in calce alla Milano-Torino, lo stesso di sabato scorso al Giro dell'Emilia ovvero quello di Primoz Roglic, vero dominatore di rampe e rampone, non a caso pluricampione in carica della Vuelta, e capace di lasciare il segno su alcune di queste bellissime classiche italiane d'autunno, bellissime perché lo erano già per la storia, ma ultimamente anche perché vi partecipano corridori di livello altissimo, e questo è ancora il meno, il più è che quei corridori fortissimi hanno pure il gusto dello spettacolo, della battaglia, possibilmente dell'impresa, e non si risparmiano, se le suonano di santa ragione e noi a casa o in strada a godere come bimbetti che giocano col giocattolo preferito.

Del resto quando Roglic ti batte Yates e Almeida e Pogacar, in una top ten in cui vediamo anche i Quintana e i Valverde, e al termine di una corsa in cui c'è stata battaglia per 70 chilometri, e oggi è stato il vento (e sua gemella Deceuninck-Quick Step), ieri la pioggia e la lucida follia di Pogacar (alla Tre Valli), l'altro giorno la meraviglia delle gambe di Evenepoel (alla Bernocchi), sta di fatto che ogni giorno è un giorno di festa, e il tutto ci piace ancor di più perché tutto ciò avviene in Italia, in un campo di gara che qualche anno fa risultava desertificato da crisi strutturale di un movimento, miopia dirigenziale a tutti i livelli e incapacità di fronteggiare le sfide del presente. Un disastro, pensate per esempio che la Milano-Torino avevano pure smesso di farla, dal 2008 al 2011 non si è proprio disputata, medesimo destino di altre corse recentemente risuscitate bene (il Piemonte, per dirne una) e di altre ancora che invece restano nel limbo di un ritorno che per alcune verrà (il Giro del Veneto) e per altre chissà (Giro del Lazio, quando ti rivedremo?).

È bastato metterle insieme, queste benedette gare, farle disputare una in fila all'altra per dare un senso alla trasferta dei grossi team World Tour; è bastato trasmetterle in diretta tv (cosa che fino a 5 anni fa era utopia, ricordiamo pure questo) per acquisire immediatamente l'interesse di tutto il mondo ciclistico (appassionati e addetti ai lavori). E la situazione è ancora fluida, altre cose succederanno e sarà il caso di accompagnare bene questa crescita, perché metà ottobre è un tempo ormai troppo anticipato per chiudere la stagione, si può correre fino a metà novembre (l'abbiamo peraltro visto lo scorso anno, causa covid) e ben presto ciò avverrà, per cui chi sarà bravo a prendersi gli slot giusti nel calendario potrà acquisire una rendita di posizione preziosissima: e l'Italia, per clima, è il paese ciclistico che più di ogni altro può piazzare in questo periodo dell'anno una marea di belle corse. Di corse in cui il top del ciclismo mondiale si dà battaglia per 70 km, magari sotto un bellissimo sole d'autunno, e in cui alla fine vince un Roglic. Spettacolo a tutti i livelli, laddove qualche tempo fa si sarebbe attesa l'ultima Superga: come non essere felici, noi amanti di questo sport?

La cronaca: da Magenta a Torino 190 km e due passaggi per Superga, compreso l'arrivo, questa la Milano-Torino 2021, avviata da una fuga partita nei primi chilometri con Oier Lazkano (Caja Rural-Seguros RGA), Mattia Frapporti (Eolo-Kometa), Joan Bou (Euskaltel-Euskadi) e Davide Orrico (Vini Zabù). Ai quattro si sono poi aggiunti Kevin Vermarke (DSM) e Juri Zanotti (Bardiani-CSF). Il vantaggio massimo è stato toccato dopo 40 km, ammontante a 3'15", misura che dà l'idea di quanto la Jumbo-Visma di Primoz Roglic (era lei che lavorava principalmente in testa al gruppo) volesse tenere la corsa sotto controllo.

La situazione è rimasta stabile fino a 70 km dalla fine, quando invece è cambiato tutto perché la Deceuninck-Quick Step (che schierava Julian Alaphilippe) ha forzato i ritmi sfruttando il vento per frazionare il gruppo in vari tronconi. Il primo, composto da 19 uomini, ha proceduto in maniera ossessiva fino a chiudere il gap dai fuggitivi a 50 km dalla fine, il secondo troncone, con Trek-Segafredo, Ineos Grenadiers e Groupama-FDJ a lavorare, ovvero i tre team principali tra quelli rimasti esclusi dall'azione.

Ma vediamo un po' chi era presente nei 19: la Deceuninck con ben sei effettivi, ovvero Alaphilippe, João Almeida, Dries Devenyns, Fausto Masnada, Pieter Serri e Mauri Vansevenant; in forze anche la Israel Start-Up Nation con Michael Woods scortato da Chris Froome, Reto Hollenstein e Ben Hermans; quattro unità pure per la UAE-Emirates, ovvero Tadej Pogacar, Marc Hirschi, Rafal Majka e Valerio Conti; la Jumbo ha messo nel contrattacco Primoz Roglic, Tobias Foss e Michael Hessmann; infine c'era la Movistar con Alejandro Valverde e Dario Cataldo.

Ai -36 si sono rialzati Conti e Zanotti e il gruppo di testa è sceso a 23 unità, la Deceuninck ha continuato a forzare (pure troppo: ai -32 tre del team belga si sono pure avvantaggiati su tutti gli altri, quasi senza volerlo e comunque rialzandosi poco dopo), dietro però non hanno dormito e hanno spinto a tutta per prendere Superga con un distacco contenibile (il primo passaggio iniziava ai -24). Ai -28 il gap è sceso a 13", poi è risalito a 23", comunque corto a sufficienza per permettere che dall'avanguardia del gruppo qualcuno particolarmente in salute potesse rientrare sui battistrada.

Sulla prima scalata a Superga il drappello di testa si è subito frantumato, fuori quasi tutti i velocisti della prima ora e diversi gregari. La Dec ha continuato a fare il ritmo con Vansevenant, Masnada (che per un pezzetto ai -22 si è pure avvantaggiato di qualche metro), lo stesso Almeida, tutti al servizio di Alaphilippe (forse! Ma l'avremmo scoperto a posteriori). A Pogacar restava vicino Majka, con Woods c'era Hermans, e restavano soli Valverde e Roglic. In compenso si misuravano a spanne diversi rientri: Adam Yates (Ineos) è stato il primo, imitato subito da Nairo Quintana (Arkéa Samsic). Poi è stata la volta di Pavel Sivakov (Ineos) e Michael Storer (DSM). Ai -21 è rientrato David Gaudu (Groupama), quindi si son rifatti sotto Matteo Fabbro (Bora-Hansgrohe) e Aleksandr Vlasov (Astana-Premier Tech). Poi ancora ai -19 è ritornato su Diego Ulissi (UAE), e infine Mikel Bizkarra (Euskaltel), Rémy Rochas (Cofidis, Solutions Crédits) e per ultimi -18 Clément Champoussin (AG2R Citroën), Domenico Pozzovivo (Qhubeka NextHash), Bauke Mollema (Trek) e Rein Taaramäe (Intermarché-Wanty).

Nel frattempo però è partito Vansevenant, perché la Deceuninck non ci teneva a portare all'arrivo quel gruppettone formato ora di nuovo da 24 unità. Il giovane belga ha guadagnato una decina di secondi, obbligando a lavorare gli UAE presenti nel drappello. In particolare  Majka si è speso tutto, continuando a tirare anche quando - giunti ormai sulla salita - Masnada in terza ruota ha fatto il buco ad Alaphilippe che gli era davanti, a sua volta subito dietro a Rafal. Per un attimo il polacco e il francese hanno quindi allungato, è stato Yates ad andare a chiudere e a quel punto il Campione del Mondo ha mollato, praticamente rialzandosi: come all'Emilia, era Almeida il capitano del Wolfpack.

Yates ha proseguito con un forcing che ha definitivamente dissipato il gruppetto già in fase di selezione: Pogacar, Almeida, Valverde, Roglic e Woods hanno resistito col britannico, Masnada si è staccato per ultimo, poi hanno raggiunto e superato Vansevenant, e ai 3 km son saltati pure Valverde e Woods. Almeida e Pogacar mostravano una certa corda e allora Yates ha deciso di dare un'altra botta, ai 2.8 km, con cui ha staccato tutti, anche Roglic, che ha preso a zigzagare: forse voleva solo vedere quel che avrebbero fatto João e Tadej, forse aveva solo bisogno di respirare un attimo, fatto sta che l'ex skijumper non ha chiuso subito. Ma ha chiuso, e questo conta: l'ha fatto con una progressione paurosa ai 2700 metri, e la cosa bellissima è stata la faccia di Adam (che probabilmente si era convinto di aver fatto il vuoto) quando ha visto che quello gli tornava sotto.

Il margine era buono, i due hanno proseguito di comune accordo, Pogacar ha staccato Almeida ai 2 km ma il portoghese gli è rientrato ai 500 metri: i primi non erano lontani dalla coppia inseguitrice ma non hanno perso tempo a guardarsi, se non per un attimo. Dopodiché ai 400 metri Yates è partito, ben conscio che se non la prendeva lunga non toccava proprio palla in una volata a due con Primoz su una rampa come Superga. Per un attimo ci ha pure creduto magari, ma il ritorno dello sloveno è stato veemente come d'abitudine, e la sua vittoria è giunta addirittura per distacco, tutto maturato nei 200 metri conclusivi.

Roglic alla tredicesima affermazione stagionale ha vinto con 12" su Yates, 35" su Almeida e Pogacar che si son giocati il podio con una volata all'ultima stilla di acido lattico, quindi 48" su Woods, Gaudu, Ulissi, Masnada e Quintana, con Valverde che a 56" ha chiuso una top ten da favola. Queste sono le corse in campo, questa è la situazione a tre giorni da quel Giro di Lombardia su cui stanno convergendo progressivamente sempre più pensieri di sempre più persone; noi tra questi, innamorati impenitenti di un ciclismo che ci gasa una cifra.
Notizia di esempio
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Marco Grassi
Giornalista in prova, ciclista mai sbocciato, musicista mancato, comunista disperato. Per il resto, tutto ok!