Bonarrigo, sei in cerca di attenzioni? Eccoti accontentato

L’assurdo sensazionalismo sul (non) doping: ritorna un vizio antico dell’italico giornalismo ciclistico

Partiamo dal presupposto che ognuno scrive quello che gli pare e se commette abusi ne risponde nelle sedi competenti. Ma visto che è difficile che l’entità “ciclismo” chieda giustizia in caso di diffamazione, proviamo noi a dire qualcosa in merito all’articolo che è stato pubblicato oggi su Corriere.it a firma Marco Bonarrigo.

Titolo: “«Tizanidina in tre ciclisti al Tour»: il farmaco è l’ultima frontiera del doping?”. Schiaffata in primo piano una bella foto di Tadej Pogacar, del resto se si parla di Tour non si può fare a meno di mettere una foto dello sloveno, giusto? O non se ne può fare a meno se si parla di doping?…

Ma il punto è: si parla di doping in quell’articolo?

Lo stesso estensore del pezzo scrive che “la tizanidina non è inserita nella lista delle sostanze dopanti”, per cui uno si può legittimamente chiedere perché se una sostanza non è proibita si debba parlare di ultima frontiera del doping, e noi legittimamente ce lo chiediamo. Scrive ancora il bravo Bonarrigo che tale sostanza si trova in un “farmaco potente e dai possibili pesanti effetti collaterali, prescritto sotto stretto controllo medico a chi ha serie patologie muscolari post operatorie o permanenti come la sclerosi multipla o le malattie croniche e degenerative del midollo”. Avremo fonti diverse, ma gli specialisti da noi interpellati dicono che questo farmaco non è affatto potente come lo si dipinge, e viene prescritto pure per delle semplici contratture o anche per cefalee tensive.

Si parla di codesta sostanza in quanto alcuni media francesi riportano un articolo della rivista scientifica “Drug Testing and Analysis” in cui si legge che, nei test del capello effettuati sugli atleti del Tour de France perquisiti durante un blitz di géndarmerie e “Oclaesp (i Nas d’Oltralpe)” lo scorso luglio, sono state riscontrate, in tre ciclisti, tracce della tizanidina. Uno dei team coinvolti, ci ricorda il giornalista del Corriere, era la Bahrain-Victorious.

Quindi, i fatti: da un blitz dei cui esiti non abbiamo più avuto notizie emerge in questi giorni la notizia che tre ciclisti (forse della Bahrain-Victorious, forse no, ma certo di Pogacar non si fa cenno) avevano usato un farmaco a base di una sostanza NON vietata. Una vicenda che ci ricorda tanto la buriana che si scatenò lo scorso anno (sempre in occasione del Tour, sempre dopo un cinematografico blitz) su Nairo Quintana, reo di possedere… degli integratori del tutto leciti.

C’è dell’altro: il suddetto articolo scientifico riporta quella che ha tutta l’aria di essere una grossa inesattezza nel momento in cui parla della necessità che il medico di squadra ottenga, per il temporaneo uso terapeutico di questa tizanidina, un’autorizzazione nominativa, in pratica un TUE (Therapeutic Use Exemption): scorrendo da cima a fondo i regolamenti UCI in materia di doveri dei medici del ciclismo e di antidoping (seguite i link se non vi fidate), non c’è traccia di una simile prescrizione, che ovviamente non vale per le sostanze non proibite.

Tutto ciò diventa, nell’immaginifica rilettura del validissimo erede del mitologico Eugenio Capodacqua, “l’ultima frontiera del doping” (forse: ci ha messo l’interrogativo), e riguarda Tadej Pogacar, sbattuto come un mostro in prima pagina con la sua bella foto in maglia gialla. A chi giova un simile sensazionalismo?

Non dubitiamo che, da più parti, ci sia l’orgasmatica attesa di un bello scandalo doping che spazzi via il meraviglioso ciclismo che da un po’ di tempo ci stiamo godendo, il quale – esattamente come tutto lo sport che seguiamo da quando avevamo i calzoni corti – non è certo al di sopra di ogni sospetto (nessuno dotato di senno sosterrebbe una simile tesi); il problema è che per qualcuno questo ciclismo contiene troppo spettacolo per non essere marcio fino al midollo, e quindi un bel giro di vite di torquemadismo sarebbe quantomai salutare. Salutare nel senso che in tanti saluterebbero (con un addio) il ritrovato amore per questo sport, diciamo noi.

Gli unici a giovarsi di un approccio distruttivo come quello visto oggi sul Corriere sono proprio quegli acerrimi inquisitori il cui ego (o la cui necessità di attenzioni) emerge quasi in ogni scritto e che magari (come faceva il citato Capodacqua dei tempi d’oro) si autoattribuiscono la patente di unici veri appassionati, come tali gli unici titolati a parlare di sport pulito, ovvero un concetto a cui, in relazione al professionismo, si smette di credere più o meno all’altezza della seconda media.

La soluzione, lo verifichiamo da qualche anno, è nella limitazione del danno (leggi alla voce Passaporto Biologico) piuttosto che nella caccia alle streghe che ha disintegrato il ciclismo nei due decenni tra i ’90 e i ’10 e che i Bonarrigo rimpiangono con lacrimuccia proustiana mentre non si rendono conto del danno che producono scrivendo certa roba su una delle principali testate d’Italia.

Tags

Archivio

La vignetta di Pellegrini

Versione stampabile