Vincenzo Nibali @ Astana Qazaqstan Team
Vincenzo Nibali @ Astana Qazaqstan Team

È un bel posto quello in cui i vecchi cedono ai giovani

Notturno Giro #3 – Nel ciclismo, e in particolare in montagna, non c’è spazio per le rendite di posizione: il ricambio generazionale è un’inevitabile, ineluttabile dinamica umana. Tutto il contrario di ciò che avviene nel nostro sclerotizzato paese

Premessa. Non posso temere di fare questo discorso prendendo spunto dalla vicenda di Nibali perché nei confronti dello Squalo penso di essere al di sopra di ogni sospetto, adoro il suo modo di correre, l’ho seguito con passione e gratitudine per oltre un decennio, so benissimo quello che ha rappresentato per il nostro movimento e per tutto quello che gli ruota intorno (anche certi siti internet gli ruotano intorno, beninteso!), e gliene ho sempre dato atto con stima e ammirazione. Con il surplus, di tanto in tanto, di urla belluine come in occasione di quei chilometri finali della Sanremo (solo una delle tante occasioni).

Detto ciò, dato che ogni premessa è debito, ora non posso che venire al punto. Vincenzo Nibali si è staccato ieri dal gruppo dei migliori sulla strada che portava al traguardo dell’Etna. Dopo le prestazioni in crescente sottotono degli ultimi due Giri, le prime due tappe di questa edizione 2022 ci avevano restituito uno Squalo apparentemente in linea coi più accreditati uomini di classifica; poi però il primo esame serio, la salita per lui forse più familiare (di sicuro la più vicina alle sue radici), l’ha respinto con perdite. E va bene, se ne prende atto.

Non è certo un dramma sportivo che un ciclista di 37 anni e mezzo non sia più competitivo come qualche stagione fa, e quindi perda terreno da molti avversari, e in particolare si veda sbucare intorno corridori anche molto meno anziani di lui i quali senza pietà possibile lo staccano quando la strada sale. È un naturale avvicendamento quello a cui assistiamo: i vecchi si fanno via via da parte, i giovani si prendono la scena con forza.

Se mi fermo a pensarci, resto inebriato. Esiste davvero un ambito in cui tutto ciò non solo avviene regolarmente, ma viene anche serenamente accettato (nella maggior parte dei casi) come qualcosa di ineluttabile: il ciclismo, specialmente il ciclismo dell’uno contro uno, del confronto diretto, della salita, possibilmente dura. Non risolve certo, il nostro amato sport, il conflitto di classe tra ricchi e poveri perché premia comunque e sempre (di più) i ricchi, come tutti i dati ci confermano; ma che botta assesta, che parole definitive pronuncia ogni volta sul conflitto generazionale: lì non c’è proprio partita.

Nel mondo reale, anzi per meglio dire: nel nostro amato paese vi pare che sia questa la prassi? I vecchi mollano la presa? I giovani riescono a prenderne il posto? E questo sì che è un dramma collettivo (“di questo mondo che a loro indubbiamente doveva sembrar cattivo”, canterà un giorno un bolognese descrivendo i ragazzi del nostro tempo). Si badi, non parlo di pensioni, non casco nel tranello di chi vuol contrapporre le generazioni sul piano dei diritti. Parlo però di gerontocrazia. Di un sistema basato sulle rendite di posizione costruite negli anni (le più volte ereditate: mobilità verticale scarsetta da noi) e difese coi denti e le unghie tramite un meccanismo di paracadute e clausole di salvaguardia da fare invidia al megalomane macchinario che schiacciava Chaplin nei suoi ingranaggi in Tempi moderni.

Nei nostri, di tempi moderni, ho l’impressione che i giovani siano trattati sempre peggio. Colpevoli di tutto, ricompensati con poco o nulla. Al massimo un biglietto per emigrare, al minimo una depressione strisciante costante sfiancante. Non solo i governi che si sono succeduti negli ultimi 40 anni hanno via via fatto terra bruciata delle prospettive intorno alle nuove generazioni, precarizzando tutto il precarizzabile e riducendo conseguentemente in maniera drammatica il campo d’azione di chi si affaccia all’età adulta, ma a più livelli è addirittura invalsa l’attitudine a considerare responsabili di questo proprio gli stessi giovani. Non hanno voglia di lavorare, vogliono la pappa pronta, non hanno spirito di iniziativa né di sacrificio.

Sono dei perdigiorno, sono stupidi, pensano solo alle cose vacue, non sanno stare al mondo, sono schiavi degli smartphone, pretendono che tutto sia loro dovuto, sono sempre più ignoranti, sono egoisti. Sono viziati. Ecco il grande errore di noi più grandi: li abbiamo viziati!

Se questa narrazione non vi sembra veritiera, fatevi un giro (un altro?) sui social quando c’è da commentare qualsiasi fatto, sia esso di cronaca o di descrizione del reale (del mondo del lavoro, per esempio), date un’occhiata a quello che scrivono la gran parte dei “vecchi” che commentano. Pare che tanti godano a gettare con cattiveria esagerata la croce addosso ai ragazzi. Imbevuti di un passatismo che dà l’orticaria per quanto è intellettualmente disonesto (“eeeh, ai miei tempi…!”), spesso non controllano la violenza verbale, leoni da tastiera che tradiscono con la loro aggressività una sorta di paura nei confronti del medium stesso, da loro poco praticato, conosciuto, padroneggiato, e quindi di conseguenza temuto, negato inconsciamente: ché se lo sentissero come proprio ne avrebbero più cura.

Forse sto andando sghembo con quest’invettiva, dettata dalla rabbia che provo nell’assistere alla quotidiana opera di demolizione di adolescenti, ventenni, trentenni. Il nemico interno di una società sclerotizzata, spaventata da tutto, ossessivamente cinica, incancrenita in rapporti di potere immutanti e immutabili. Ma sapete, tempo fa mi è successo di rileggere alcune mail (anche d’amore, alcune) che scrivevo a 20 o 25 anni, le avevo più o meno dimenticate, ed è stata un’epifania, un pugno nello stomaco, una vertigine da togliermi il fiato. A parte la purezza che trasudavano quegli scritti, a parte la positività di chi sentiva di avere il mondo in tasca, a parte l’ottimismo di chi stava per spiccare il volo (o almeno lo credeva), quel che più mi ha lasciato stordito è stato il ritrovare in quelle pagine alcuni sogni che avevo persino dimenticato di aver avuto. “Guardarmi in uno specchio… non guardare, ritornare…” (queste sono parole di una mia vecchia canzone).

E sì, sono più saggio di vent’anni fa, probabilmente anche più colto (pur senza più troppa memoria), e di sicuro più autoconsapevole (e gioco pure meglio a calcetto), ma sono così sicuro di essere oggi una persona migliore di quella che ho ritrovato in quelle mail? Fate un po’ la prova anche voi che avete superato una certa soglia d’età. E vedete se non sia il caso di ricordare che qualcosa, a quei noi stessi di 20 anni, forse la dobbiamo ancora.

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