Diego Rosa in fuga verso Scalea © RCS Sport
Diego Rosa in fuga verso Scalea © RCS Sport

Questi ciclisti col RDC che non vanno in fuga

Notturno Giro #4 – Dove finiremo se i giovani corridori non hanno più voglia di andare all’attacco perché hanno il sedere parato dal reddito di cittadinanza?

Nella tappa di ieri, conclusa dal volatone di Démare e coronata da un memorabile titolo di Cicloweb, abbiamo assistito a una lunga fuga solitaria di Diego Rosa. La vicenda del piemontese è stata sviscerata in lungo e in largo nelle ore di diretta tv e in una molteplicità di articoli e commenti sparsi per la rete, alcuni anche molto belli e ispirati, e tranquilli, non ve ne tocca un altro.

Voglio invece concentrarmi su una piaga del ciclismo moderno, ben rappresentata da quanto accaduto ieri. Certo serve una notevole motivazione per andare in fuga ben sapendo sin dall’inizio che si dovrà fare tanta fatica per non ottenere alcun risultato tangibile, per fortuna c’è ancora qualcuno che lo fa, ma dobbiamo cercare col lanternino questi eroi della resistenza&resilienza; è evidente che un’azione come quella di cui parliamo è sempre più infrequente in questi tempi grami.

La causa di questo malcostume è chiara: siccome adesso possono percepire il reddito di cittadinanza, i giovani non hanno più voglia di andare in fuga, sicché ci troviamo con le incresciose scene a cui abbiamo assistito ieri. Purtroppo l’assistenzialismo statale produce danni, e bene fa Confindustria a lamentarsi un giorno sì e l’altro pure per il fatto che i direttori sportivi non trovino gente disposta ad accollarsi questi incarichi. Sostengono, questi scioperati divanisti, che per il minimo dello stipendio non vale la pena farsi il mazzo, e ignorano la portata dell’atto eroico, del sacrificio per una giusta causa, della soddisfazione che può provenire da una pacca sulla spalla. Che corridori siete se pensate solo al denaro e non siete mossi principalmente dalla passione per quello che fate?

Mi torna alla mente la risposta gloriosa di quel ristoratore toscano al giovane cameriere che si lamentava del freddo e che chiedeva “i ciuccini”, “questo è uno sport di merda, vai avanti a prendere le comande e vedi che ti riscaldi!”. Altri mondi, altri esempi. I bamboccioni che vediamo in azione al Giro dovrebbero proprio essere calati in una simile realtà fatta di durezza e rassegnazione, per capire quanto sono fortunati ad avere ancora una sella sotto al sedere.

Perché, se non ve ne siete accorti, qualcosa nel frattempo ha iniziato a muoversi, e anticipo che i team manager hanno tutto il diritto di cercare soluzioni alternative per ovviare a questa brutta deriva, nell’attesa che il governo del Paese prenda le giuste contromisure: ci vorrà qualche tempo ma confidiamo tutti che si arrivi finalmente alla cancellazione dell’odioso RDC, che premia gli scansafatiche e tiene sotto scacco tutti gli sponsor, obbligati a esborsi eccessivi per assicurarsi le (comunque svogliate) prestazioni di corridori che ultimamente stanno avendo la faccia di dire “per una paga così misera preferisco starmene a casa”. Addirittura c’è chi parla pure di salario minimo, si ribalta il mondo, ma allora a questo punto quantifichiamo economicamente il prestigio che deriva a questi corridori dal gareggiare tra i professionisti, vedrete che a conti fatti dovrebbero essere loro a pagare le squadre per essere ingaggiati. Di che stiamo parlando, insomma? Invece di ringraziare chi permette loro di pedalare, pretendono, pretendono, pretendono.

Ma dicevo, qualcosa ha iniziato a muoversi: avrete notato che stiamo iniziando a vedere sempre più ciclisti africani in giro. Questa è una nuova frontiera che i nostri più alati teorici del liberismo propugnano a ragione da tempo: se funziona per la raccolta dei pomodori, potrà funzionare alla grande pure per la raccolta dei punti ai traguardi volanti. Il progetto è chiaro: importare manodopera a basso costo che via via sostituisca i pedalatori italiani, tenere queste schiere di immigrati sotto il bonario controllo di un caporale, e far fare loro le fughe che i nostri non vogliono più fare.

Poi pazienza se, con l’aumento della percentuale di ciclisti extracomunitari, il gruppo sta diventando un posto sempre meno sicuro: le cadute che non si contano, non parliamo di spallate e manovre pericolose, insomma è chiaramente gente che non sa stare in bici e che non riesce a integrarsi coi nostri corridori. Ma sia chiaro che la situazione è determinata proprio da questo insulso reclamare presunti diritti da parte di categorie privilegiate che, pur potendo contare sulla stabilità degli stipendi (che da 30 anni sono bloccati anziché calare come sarebbe il caso che fosse), si inventano ogni giorno nuove pretese.

Oppure l’alternativa è che anche nel ciclismo italiano arrivi un Jeff Bezos: perché il modello Amazon, s’è visto, è il più vincente di tutti, e i corridori di quella squadra sono sempre in movimento, sempre puntuali all’azione, e mai che fiatino, mai un lamento, anzi a volte non fanno manco la pipì per non perdere il ritmo della pedalata. Il ciclismo del futuro è lì, tra uno scatolone e un transpallet: prima lo capiamo, prima ce ne facciamo una ragione, meglio sarà per tutti.

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