L'arrivo solitario di Jan Hirt ad Aprica @ RCS Sport
L'arrivo solitario di Jan Hirt ad Aprica @ RCS Sport

Hirt fa l’assolo al concerto degli Aprica Unite

Fuga vincente per il ceco nella tappa del Mortirolo, i più forti del Giro arrivano insieme al traguardo e si giocano gli abbuoni: Carapaz resta in rosa con 3″ su Hindley. Nibali in difesa, Pozzovivo all’inseguimento, Ciccone sbaglia i tempi

Un altro capitolo molto importante del Giro 105 l’abbiamo letto oggi e la trama del romanzo si è sviluppata sì, ma in maniera piuttosto parziale rispetto a quello che potevamo pensare. Avevamo quattro corridori in un minuto e abbiamo quattro corridori in un minuto, gli stessi, a guidare una classifica che, nella sua parte altissima, ha visto giusto qualche assestamento in termini di secondi ma non ha vissuto ribaltamenti di equilibri. Dal quinto in giù le cose sono cambiate sensibilmente, nel senso che Vincenzo Nibali ha guadagnato tre posizioni ai danni di Domenico Pozzovivo, Pello Bilbao ed Emanuel Buchmann, ma tutti e quattro si sono allontanati dal vertice, lasciando che a vantare pretese sulla rosa finale siano i soli Richard Carapaz, Jai Hindley, João Almeida e Mikel Landa (a meno di clamorosi rientri nelle prossime frazioni di montagna).

Per completare la panoramica sulla top ten, andiamo a parare direttamente sul vincitore dell’Aprica, Jan Hirt, che risale al nono posto (seguito da Alejandro Valverde che rientra nei 10 essendo anche lui entrato nella fuga del giorno). Il ceco in fuga con Giulio Ciccone (tra gli altri 22) nella tappa del Mortirolo: nel 2019 sotto la pioggia vinse l’abruzzese, il quale oggi ha invece preso traiettorie diverse, lasciandosi sfuggire il momento topico del contrattacco all’interno della stessa fuga, dissipandosi in un inseguimento esagerato sul falsopiano precedente il Mortirolo, uscito (con lo stesso Hirt e con Hugh Carthy) in caccia dei battistrada provvisori proprio sulla salita simbolo della zona, arrivato a un passo dal chiudere su di essi ma restando a 10 metri dall’aggancio, mentre i due occasionali compagni d’avventura riuscivano nell’intento, e rimbalzato poi indietro, sempre più indietro. Gestione delle risorse migliorabile, diciamo.

In tutto questo, Hirt festeggia a 31 anni il primo successo nel World Tour, il corridore della Intermarché è da diverse stagioni un discreto outsider da gare a tappe, va benino in salita e oggi tocca l’apice di una carriera che finora aveva brillato per la conquista del Tour of Austria 2016, per il citato secondo posto a Ponte di Legno nel 2019, per un quinto nella generale del Tour de Suisse (sempre 2019), e nella quale il massimo risultato in un GT era stato il 12esimo al Giro 2017. Per dirla tutta, Jan proprio quest’anno aveva centrato un doppio successo (una tappa e la generale) al Tour of Oman, nel quale non aveva però avuto a che fare con veri specialisti da grandi giri. Era però il segnale di una stagione nata bene e arrivata oggi al sospirato giorno memorabile, quello in cui tutti i riflettori del mondo (del ciclismo) si accendono sullo scalatore nato a Trebic.

Torniamo alla classifica e ai suoi uomini. Per quanto riguarda i primi quattro, stasera non ne sappiamo molto di più di quanto non sapessimo alla partenza di Salò. E cioè che Carapaz è forte e ha una squadra eccellente, che Hindley è ancora meglio di quanto ci fece vedere nel 2020, che Almeida è il solito cagnaccio che non molla un metro e che darà l’anima per arrivare alla crono di Verona in posizione buona per un’eventuale rimonta, e che Landa ha dei forti luogotenenti ma al momento di mettere la briscola sul piatto in prima persona fatica a trovare la carta giusta.

Quanto ai rappresentanti dell’anziana Italia, Nibali ha dato l’impressione di avere in mente grandi progetti, ha fatto lavorare la squadra, ha attaccato nella discesa del Mortirolo ma mancava troppo al traguardo per cui ha poi tirato indietro la gamba, e giustamente diremmo, perché se avesse insistito in quel frangente sarebbe andato incontro a un massacro sportivo. Invece tutto sommato ha salvato il salvabile, posto che – come accennato – si è comunque allontanato dal podio che oggi ci sembra un po’ più chimerico di ieri; ma già che si parli di certi traguardi per un corridore che ha già annunciato il proprio prossimo ritiro, ci dà la levatura del campione.

Domenico Pozzovivo invece paga una caduta nei primi metri della picchiata del Mortirolo, un errore tutto suo che l’ha obbligato a spendere molto per rientrare poi sul gruppo buono sprecando energie su cui gli sarebbe piaciuto contare sul Santa Cristina, quando invece si è ritrovato a raschiare il fondo del barile per non saltare. Ci è riuscito, è comunque prossimo al suo miglior risultato in un Giro (il quinto posto), e tutti facciamo il tifo perché non abbia altri passaggi a vuoto nelle restanti tre tappe di montagna. Perché poi il dato, che vale per tutti, è esattamente questo: c’è ancora tanta salita da qui a Verona, tutto può ancora succedere, nel bene e nel male.

Vediamo come si è sviluppata la frazione che apre le grandi battaglie alpine dopo l’antipasto piemontese-valdostano dello scorso weekend. Terza settimana del Giro d’Italia 2022, si è ripartiti dalla 16esima tappa, la Salò-Aprica di 202 km e una configurazione altimetrica che invitava chiaramente alla fuga. E infatti ci hanno provato, in tanti, sin dall’inizio. Il primo a muoversi – e non è la prima volta che accade – è stato Mathieu Van der Poel (Alpecin-Fenix), a cui si sono accodati Nans Peters (AG2R Citroën), Pascal Eeenkhoorn (Jumbo-Visma), Thomas De Gendt (Lotto Soudal), Mark Cavendish (Quick-Step Alpha Vinyl) e Christopher Juul-Jensen (BikeExchange-Jayco). Un vantaggio massimo di 1’05”, ma l’azione dei sei è andata in scena nella parte iniziale, sostanzialmente pianeggiante, per cui era logico che più avanti le cose sarebbero cambiate.

E infatti, ancor prima che il Crocedomini, prima salita di giornata (con Gpm a Goletto di Cadino al km 52), iniziasse, la Trek-Segafredo ha forzato lanciando Dario Cataldo e Giulio Ciccone. Coi due si sono mossi molti altri corridori, che a ondate hanno raggiunto il primo gruppo, mentre i primi fuggitivi, poco adatti alle scalate, saltavano più o meno tutti. Alla fine ci siamo ritrovati con 24 uomini al comando: coi due Trek, i sopravvissuti della prima azione Peters, Eenkhoorn e Juul-Jensen, e poi Wout Poels (Bahrain-Victorious), Filippo Zana (Bardiani-CSF), Lennard Kämna e Wilco Kelderman (Bora-Hansgrohe), Guillaume Martin (Cofidis), Mattia Bais (Drone Hopper-Androni Giocattoli), Hugh Carthy (EF Education-EasyPost), Lorenzo Fortunato (Eolo-Kometa), Attila Valter (Groupama-FDJ), Jan Hirt e Lorenzo Rota (Intermarchè-Wanty), Koen Bouwman (Jumbo), Sylvain Moniquet (Lotto Soudal), Alejandro Valverde (Movistar), Mauri Vansevenant (Quick-Step), Simon Yates (BikeExchange), Thymen Arensman e Chris Hamilton (DSM) e Davide Formolo (UAE Emirates). Nomi molto interessanti.

Nel finale di salita, su un forcing di Cataldo, si sono staccati Valter, Peters, Juul-Jensen, Eenkhoorn e Zana (unico che sarebbe poi rientrato in discesa), intanto in gruppo la INEOS Grenadiers badava a non far prendere dieci minuti alla fuga, tenuta per un bel po’ entro i 3′. Al Gpm Ciccone è scattato e si è preso i 40 punti davanti a Bouwman, lotta aperta per la maglia azzurra. In discesa Bais è più o meno caduto e invece Kelderman ha forato, i due si son ritrovati poi strada facendo e, con notevole fatica, sono rientrati a 100 km dal traguardo. E proprio in quel momento un inatteso scatto di Yates ha sancito la fine dell’accordo tra i fuggitivi.

In contropiede sono partiti in 8, ovvero Poels, Kämna, Rota, Bouwman, Valverde, la coppia DSM Arensman-Hamilton e Cataldo. Ma non Ciccone, che qui ha fatto un errore da matita blu. Il tempo che i battistrada prendessero un minuto buono e Cataldo si è rialzato, più opportuno per lui dare una mano agli inseguitori, e in effetti il lavoro dell’abruzzese è stato utile per dimezzare il gap, dopodiché si era già sul Mortirolo e cambiavano nuovamente scenari ed equilibri. Tanto per cominciare va detto che il gruppo aveva già da un po’ tirato i remi in barca, lasciando che i primi volassero a 5’15” (rilevamento a Monno ai -83).

Sulla celeberrima salita Ciccone ha forzato subito, con Carthy e Hirt. Solo altri quattro fuggitivi sono rimasti in zona, ovvero Martin, Kelderman, Yates e Fortunato, più indietro Vansevenant. Rota si staccava dai primi e ne perdevamo presto le tracce. L’inseguimento del terzetto intercalato è proceduto bene, ma quando si è arrivati al momento del dunque Ciccone si è spento, perdendo contatto ai -77 mentre Hirt e Carthy chiudevano sul gruppetto Valverde, da cui si staccava Hamilton. Giulio è rimasto a lungo lì, da solo, senza poter più cavare un ragno dal buco, mentre Bouwman si prendeva i 40 punti del Gpm ai -72.

In gruppo la INEOS veniva rilevata dall’Astana Qazaqstan, Vincenzo Nibali aveva intenzione di prendere in testa la tecnicissima picchiata su Grosio e così ha fatto, addirittura allungando nella prima parte della discesa. Richie Porte (INEOS) ha forato, Domenico Pozzovivo (Intermarché) invece è direttamente caduto, non facendosi male ma rovinando la bici: il lucano ha perso molto tempo per aspettare l’ammiraglia, risultando alla fine l’unico dei big a pagare dazio nel frangente.

E sì, perché sulla spinta di Nibali il gruppo (già ridotto a 15 unità in cima) ha perso ulteriori elementi, e quando lo Squalo ha rallentato (diciamo che il suo era un saggio in attesa di muoversi con maggiore convinzione più avanti, eventualmente) si è ritrovato circondato da soli altri 8 colleghi, ovvero Richard Carapaz con Pavel Sivakov (INEOS), Mikel Landa con Pello Bilbao (Bahrain), Jai Hindley con Emanuel Buchmann (Bora), João Almeida con Davide Formolo (UAE). In particolare il portoghese non aveva mostrato la gamba migliore della storia sulla precedente salita, ma fin qui la sfangava. Comunque in fondo alla discesa, tra una cosa e l’altra, i rientri si sono moltiplicati, tutta una serie di preziosi gregari (Jhonatan Narváez, Jonathan Castroviejo, Porte e Ben Tulett per la INEOS, Joe Dombrowski e Vadim Pronskiy per l’Astana, Santiago Buitrago e Domen Novak per la Bahrain, Diego Ulissi per la UAE) e qualche uomo di media classifica come Juan Pedro López (Trek) o Lucas Hamilton (BikeExchange). Quando, per ultimo e con l’aiuto del compagno Rein Taaramäe, è rientrato pure Pozzovivo, ai -42, nel mondo è partita una ola.

Torniamo ai primi: Carthy in discesa ha sofferto e ha perso contatto dagli altri, ma poi ha saputo ricucire; Ciccone invece è rimasto solo fino ai -56, quando si è rialzato facendosi raggiungere da Kerlderman, Fortunato, Chris Hamilton, Yates e Martin; più avanti si è accodato pure Vansevenant, ma il ritardo dai primi era ormai superiore ai 3′: game over. Il gruppo (tirato da Pronskiy) pagava 5’20” e con questo distacco ha preso la penultima salita di giornata, il Teglio ai -36. Su queste rampe Bouwman è saltato tra i primi, mentre gli intercalati sono stati via via riassorbiti da un plotone che recuperava a grandi falcate anche sul gruppetto Valverde: 3’15” il margine rimanente allo scollinamento ai -30, dopo che pure i Bahrain (in particolare con Novak) hanno contribuito a trenare nella parte finale di scalata, facendo tra l’altro nuovamente staccare quasi tutti i gregari altrui.

Kämna ha tentato l’azzardo di un allungo sulla discesa dal Teglio e ciò gli ha permesso di guadagnare bene sugli altri fuggitivi, 40″ con cui ha preso la salita del Valico di Santa Cristina. Ai -18 Poels si è rialzato mentre Valverde non dava cenno di volersi arrendere, ispirando Hirt, Carthy e Arensman a crederci ancora. Ma pure sulla salita il ritardo di questo quartetto ha continuato a crescere, e alla lunga è rimasto solo Arensman alle spalle di Kämna.

Il gruppo perdeva nuovamente tanti pezzi, ora era Buitrago a tirare e a far fuori JP López e Buchmann ai -14 (limitandoci agli uomini di classifica). A 6 km dalla vetta e 12 dall’arrivo, mentre Hirt staccava Valverde e Carthy, tra i migliori ha perso contatto Pozzovivo. Restavano solo Carapaz con Sivakov e Porte, Hindley, Almeida e Nibali alle spalle dei Bahrain, tra i quali Buitrago passava il testimone a Poels, ripreso nel frattempo. Landa aveva ancora a disposizione pure Bilbao.

Sul tratto duro della salita Arensman ha riavvicinato Kämna, 2’30” più indietro invece perdeva contatto Porte e contemporaneamente Bilbao si toccava con Landa e andava clamorosamente giù: nessun danno fisico, ma la Bahrain ha smesso di tirare e gli attaccanti potevano respirare un altro po’. Ai -10 Hirt ha raggiunto Arensman, a Lennard restavano 20″. Carthy, dopo aver staccato per un attimo Valverde, era a 1′. Sullo stesso trattao Bilbao ha perso contatto sull’ultima trenata di Poels, e quando è passato al comando Landa si sono staccati pure Nibali e Almeida oltre a Sivakov. Con lo spagnolo sono rimasti sono Carapaz e Hindley, lo Squalo ha tentato di non perdere la testa ed è rimasto più o meno a vista, ma il ritmo di Mikel era troppo intenso per lasciar presupporre un immediato rientro. Però c’era ancora il fattore João da tener presente: Almeida si è riportato su Nibali il quale ha sperato per un attimo di poter sfruttare il treno portoghese per riavvicinare il terzetto dei big, ma alla fine ha dovuto cedere pure rispetto al capitano UAE.

A 8.6 dal traguardo Arensman e Hirt hanno raggiunto un esaurito Kämna, che ha subìto senza reagire l’allungo di Thymen, a cui ha risposto solo il ceco della Intermarché. A 1’40” dai due, Carapaz ha fatto una passata per rispedire indietro Almeida, anche Hindley ha contribuito all’operazione ma comunque il cagnaccio lusitano ha continuato a non darsi per vinto.

Ai -8 Hirt ha staccato Arensman, negli stessi istanti Carapaz-Hindley-Landa prendevano e superavano Carthy, e poi Kämna e Valverde (unico a restare agganciato nonostante il forcing finale di Hindley). Il battistrada ha scollinato ai -6 con 17″ su Arensman, 1’14” sul drappello maglia rosa, 1’30” su Almeida e 2’10” su Nibali. La discesa era tutt’altro che facile, bagnata a tratti e quindi massimamente insidiosa. Hirt non a caso ha rischiato più volte di stendersi, e infatti ha dovuto subire il riavvicinamento di Arensman, il quale però più che riportarsi a 10″ dal primo a fine picchiata non ha potuto.

L’olandese ha limato ancora qualcosina nell’ultimo chilometro che tirava all’insù, ma non ha più potuto mettere in discussione la vittoria del ceco, che ha chiuso con 7″ di vantaggio sul secondo. A 1’24” la volata per il terzo posto – combattutissima – ha premiato Hindley su Carapaz e Valverde, con Landa un passo indietro. Almeida è arrivato con Kämna (che l’ha preceduto per il settimo posto) a 1’38”, Nibali ha terminato le sue fatiche a 2’06”, Carthy a 2’13”. A 3’23” è arrivato Bilbao, a 4’11” Pozzovivo con Sivakov e Buchmann, a 7’07” Lucas Hamilton, a 7’15” López.

Per via dell’abbuono del terzo posto, la classifica generale vede ridurre la distanza tra primo e secondo, solo 3″ ora tra Carapaz e Hindley; Almeida è a 44″, Landa a 59″; Nibali si allontana in termini di tempo ma si avvicina scalando tre posizioni, ora è quinto a 3’40”, seguito da Pozzovivo a 3’48”, Bilbao a 3’51”, Buchmann a 4’45”, Hirt a 7’42”, Valverde a 9’04”, López a 9’55” e Arensman a 10’23”.

Domani la 17esima tappa proporrà altre salite e altre battaglie: la Ponte di Legno-Lavarone, lunga 168 km, avrà il Tonale in avvio, una lunga discesa seguita da una parte centrale che sarà tutta un susseguirsi di strappetti, prima delle due salite decisive, il Passo del Vetriolo (Gpm ai -34) e il Menador (Gpm a Monterovere a 8 km – solo 4 di discesa – dalla fine). Facile immaginare un altro corpo a corpo tra i migliori se non altro sui 7 durissimi km del Menador, sia che la fuga vada in porto sia che la vittoria di tappa sia affare tra i big della generale.

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