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Onorati di aver assistito a un Tour indimenticabile

24.07.2022 21:57

Non ci sono parole per descrivere la bellezza di una corsa che ci ha tenuti inchiodati per tre settimane. Jonas Vingegaard in una nuova dimensione, Tadej Pogacar meraviglioso sconfitto, Wout Van Aert a dir poco sensazionale


Non serve fare l'elenco di tutti i Tour de France dal 1991 al 2021 per determinare quel che tutti sappiamo empiricamente, e cioè che l'edizione appena conclusa della Grande Boucle sia stata la più bella degli ultimi 30 anni abbondanti. Qualcuno a questo punto avrà già alzato un sopracciglio, "ma come, e Pantani 1998?", memorabile certo, ma quell'edizione fu funestata da un clima di terrore relativo al doping, questa è stata davvero una festa ininterrotta di tre settimane. L'abbiamo già scritto giorni fa e lo confermiamo: ti sedevi a guardare la tappa e qualche ora dopo ti rialzavi più felice, più allegro, più sereno, più bendisposto nei confronti della vita e più pronto ad affrontare le varie problematiche della quotidianità (il che, visti i tempi che viviamo, è un beneficio non da poco...).

Un'edizione che mette in ombra alcune Boucle - pur belle, pensiamo a Vincenzo Nibali 2014 - che sono state troppo dominate da un corridore solo, e invece questa, quanta battaglia, un favorito supremo (i bookies lo davano a 1.70 alla vigilia) che viene buttato giù dalla torre nel corso di una tappa già diventata storia, e una sequela mai finita di attacchi, a volte scriteriati (quello sublime di Wout Van Aert verso Longwy), altre volte di chirurgica precisione (quando la Jumbo-Visma si è mossa come doveva ha scritto pagine di rara bellezza, tra Granon e Hautacam).

Un dualismo appena nato eppure già al secondo atto, 1-1 fra Tadej Pogacar - il campione - e Jonas Vingegaard - lo sfidante. Una contesa fatta di attacchi senza quartiere e parate di gran classe, anche parate-risposte (se vogliamo restare sullo schermistico andante) come abbiamo visto nell'ultima tappa pirenaica. Ed è finita che lo sfidante ha vinto, a 25 anni e cioè a un'età che qualche anno fa ci avrebbe fatto dire "però, così giovane e già conquista il Tour!", poi ultimamente un classe '96 come il danese ci pare quasi un corridore di mezza età visto che vanno di moda i ventenni, ma non cambia la sostanza: il ragazzo ha molte stagioni davanti.

Il fatto che l'altro sia ancor più imberbe fa sì che al pensiero di una sana rivalità che caratterizzi tutto il decennio gli appassionati di tutto il mondo si sciolgano come caramelle mou, un deliquio di dolcezza, l'idea che il meglio debba ancora venire, ma come il meglio? Meglio di così? È ancora possibile?

È stato un Tour a tutta Jumbo-Visma, una squadra che ha ridefinito i contorni del "supportare" un campione, con un ciclismo arioso, creativo, che ha riscattato, in queste tre settimane, qualche errore (orrore) del passato: l'ammiraglia altre volte sbeffeggiata diventa quella più ammirata. Direte: facile guidare certi corridori, ma una strategia come quella del Galibier la devi prima inventare, lo stesso dicasi di Hautacam, la perfezione del trovare Van Aert a 5 km dalla vetta, e Wout che con l'ultima sgasata fa fuori Pogacar.

Il di più, naturalmente, ce l'hanno messo loro. Vingegaard che si conferma davvero il più forte scalatore del mondo, non era una boutade (magari tattica) di Pogacar, era la verità. Un ragazzo che fino a 22 anni aveva gareggiato tra le Continental, poi è stato scoperto dalla Jumbo (anche per via di certe prestazioni nel ciclismo virtuale) e nell'agosto del 2019 ha iniziato a farsi vedere ad alti livelli, una tappa vinta al Tour de Pologne, un secondo posto al Giro di Danimarca, una top ten al Deutschland... nel 2020 transizione, una stagione già strana come tutti ricordiamo, però il primo GT disputato, la Vuelta a España: nessuno si accorse di lui.

Nel 2021 fu invece impossibile non notarlo: già a segno all'UAE Tour, mattatore alla Coppi e Bartali, ottimo al Paesi Baschi, affinata la gamba al Delfinato, esploso definitivamente al Tour de France, secondo dietro a Pogacar, entrato in una nuova dimensione: quella del contender per la maglia gialla. E quest'anno il ragazzo nato e cresciuto tra i pescatori di un villaggetto danese ha completato l'opera, ha chiuso il cerchio, ha conquistato lo scettro strappandolo a uno che non si pensava potesse perderlo.

Aiutato da un superteam, come detto, e in particolare da Wout Van Aert, una rappresentazione di potenza assoluta incarnata in un corridore sopraffino, davvero il più forte su tutti i terreni, un pedalatore che pensavamo non ne avremmo mai visto uno così. Stratosferico.

Che avremmo fatto nei panni del Pogacar passato in un paio di giorni dall'aura di imbattibilità al tracollo del Granon? Con una squadra martoriata dal covid e non solo, ridotta all'osso, con il team avversario che diventava ogni giorno più ingiocabile, con le gambe che forse gli dicevano che mancava qualcosina per eguagliare i giorni migliori, eppure il bicampione uscente non ha lasciato uno scatto inespresso, un attacco non lanciato, un tentativo intentato. Le ha provate tutte, finché ne ha avuto, e questo suo modo di correre, gioioso, fresco, apparentemente scriteriato a tratti, è un valore aggiunto, sempre.

Un altro valore aggiunto di questo incredibile Tour è stato la grande sportività che ha animato la contesa, quasi sorprendente vedere un contraltare di assoluta signorilità rispetto a una delle più feroci battaglie sportive che ricordiamo. Il gesto di Vingegaard nella discesa di Val Louron ha fatto il giro del mondo, non solo nel nostro ambito ciclistico, e ha contribuito in maniera determinante a far entrare definitivamente questa Boucle nell'immaginario collettivo.

Dei primi abbiamo scritto tanto, e gli altri? La INEOS Grenadiers porta a casa un ennesimo podio col bravo Geraint Thomas, a 36 anni ancora sul pezzo, certo correndo sempre di rimessa e senza aver tentato particolari iniziative, ma al gallese sono forse mancate delle spalle all'altezza: troppo mogio Adam Yates, a lungo fuori fase Daniel Martínez, fortissimo a sprazzi Thomas Pidcock (che comunque ha siglato con la funambolica discesa del Galibier nella tappa vinta all'Alpe d'Huez uno dei momenti più esaltanti delle tre settimane). La Bora-Hansgrohe ha pagato l'avvio sfortunato di Aleksandr Vlasov, il quale però ha chiuso in crescendo con un prezioso quinto posto finale; l'Arkéa Samsic si è fatta valere non solo col sesto posto di Nairo Quintana, e fa piacere il ritorno in top ten di Louis Meintjes e Alexey Lutsenko.

I padroni di casa puntavano molto su David Gaudu e lui ha ricambiato i tifosi con una prestazione tignosa e promettente, gli è valsa il quarto posto e tante aspettative per il futuro; Romain Bardet si è espresso più o meno sui suoi standard (discontinuo, alla fine settimo), Valentin Madouas (undicesimo aiutando tanto Gaudu) ha offerto una prova di grande sostanza, Thibaut Pinot ha mancato (non di tantissimo) l'obiettivo di un successo di tappa ma è sempre il più acclamato dei suoi; l'unica vittoria è giunta per merito di Christophe Laporte, coinvolto nel mastodontico Tour della Jumbo.

Se i francesi escono dal Tour con diversi motivi di soddisfazione, gli italiani stavolta piangono miseria: protagonisti solo occasionalmente, i nostri hanno chiuso senza vittorie, mettendo a referto qualche piazzamento (su tutti il secondo posto di Alberto Bettiol a Mende e il terzo di Alberto Dainese a Cahors), 16 top ten in totale, in gran parte (9) conquistate con posizioni di rincalzo negli sprint (Luca Mozzato, Andrea Pasqualon, il citato Dainese), qua e là con qualche fuga (un paio di Bettiol, una di Giulio Ciccone, una di Damiano Caruso) e infine nelle crono (Filippo Ganna quarto e quinto, Mattia Cattaneo settimo ieri). Un bilancio miserello, non reso migliore dal terzo posto di Ciccone nella classifica dei Gpm o dal 31esimo posto finale di Simone Velasco, migliore degli italiani in classifica.

La cosa che consola, al pensiero di un periodo che si annuncia magro ancora per diversi anni, è che se i protagonisti che vediamo da un po' di tempo nel ciclismo continueranno a esprimersi come stanno facendo, lo spettacolo che ne deriverà farà sì che il pubblico italiano non si disperda pur non avendo un campione di riferimento.

Riguardo al percorso, possiamo promuoverlo con riserva. Moscia la partenza in Danimarca (seppur in un bellissimo bagno di folla), alcune tappe intermedie sono state rese bellissime dall'interpretazione data dai corridori (su tutte: Longwy), il pavé ha fatto il suo, le Alpi hanno offerto la possibilità di grandi azioni e i Pirenei - al solito più moscetti - hanno comunque proposto un gran finale all'altezza dell'intera recita. La riserva riguarda qualche chilometro mancante proprio nelle tappe di montagna, va bene avere qualche frazione anche molto breve, ma almeno un paio (una per catena montuosa) over 200 non avrebbero guastato, se non altro per variare un po' lo spartito. Anche perché con simili corridori a suonarsele, non ci sarebbe stato il rischio di greggismo anche in tappe più lunghe. Ma chissà se a Christian Prudhomme (direttore di ASO e del Tour) questo discorso interessa poi più di tanto. In ogni caso gli ascriviamo diversi meriti: aver capito che le tappe piatte, da volata, vanno limitate nell'economia di un GT (speriamo sia una tendenza), e al contempo aver intuito che aggiungere pepe (altimetricamente, planimetricamente) nei finali di corsa chiama all'azione i big, con tutto vantaggio dello spettacolo. Tutto si può dire di Prudhomme, meno che non abbia svecchiato un prodotto che ha ereditato un po' imbolsito ma che è riuscito a far risplendere (con l'aiuto fondamentale dei campioni di cui tutti ci riempiamo gli occhi) in questo primo scorcio di anni '20.

Dopo stagioni in cui maledicevamo il Tour per la sua bruttezza, ci ritroviamo stasera, ebbri di gare e corridori, a contare già i giorni che ci separano dalla prossima Grande Boucle: anche questa è una vittoria per il ciclismo.
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Marco Grassi
Giornalista in prova, ciclista mai sbocciato, musicista mancato, comunista disperato. Per il resto, tutto ok!