Cordiano Dagnoni © FCI-Bettiniphoto
Cordiano Dagnoni © FCI-Bettiniphoto

Dagnoni, presidente di un ciclismo da gnomi

Da giorni la FCI è strapazzata da una vicenda a tratti grottesca che evidenzia la fallacia della filosofia della Federazione-Azienda e l’inadeguatezza del suo numero uno, tra evidenze negate e giustificazioni sempre più zoppicanti

Riassumere la vicenda che sta tenendo banco da oltre due settimane nel ciclismo italiano potrebbe essere difficile, dovendo riportare tutti i dettagli che via via si affastellano uno sull’altro, oppure anche molto facile se volessimo andare al cuore della cosa: la Federciclismo diretta da Cordiano Dagnoni ha fatto una cosa che non doveva fare e per coprirla s’è imbrodata in una situazione che via via si è allargata e continua a farlo ormai tutti i giorni fino a prendere dimensioni paradossali.

Quel che emerge, diciamolo subito così ci togliamo il pensiero, è la clamorosa inadeguatezza al ruolo che sta evidenziando Dagnoni. Non ho nulla di personale contro di lui, ma se devo analizzare con freddezza e distacco quanto è accaduto e sta accadendo, per onestà intellettuale non posso davvero dire niente di diverso.

Da Berlusconi in giù si è fatta largo in Italia l’idea che un Paese (in quel caso) o anche gli enti pubblici (nel nostro) possano essere amministrati come un’azienda. Il concetto che teoricamente si vuol veicolare è quello di una maggiore efficacia e concretezza nell’azione politica e nella cancellazione degli sprechi, ma guardacaso la declinazione all’italiana finisce con l’essere sempre una: l’azienda è mia e ci faccio quel che mi pare.

Già in campagna elettorale Cordiano, salito poi alla presidenza della FCI nel febbraio 2021, aveva fatto di quest’assunto (la Federazione come un’azienda) il proprio mantra, lui che viene dal settore produttivo; quel che vediamo oggi conferma clamorosamente i foschi presagi che ci suggeriva la filosofia dell’one-man-band. Chi vuol fare l’imprenditore con la cosa pubblica tende a dimenticare in primo luogo che la “cosa”, appunto, è pubblica, non privata e personale. E poi che bisogna rendere conto, non solo davanti allo specchio, di quel che si fa.

La questione riguarda alcune provvigioni che la FCI doveva riconoscere a diversi soggetti, ma chissà perché la cosa non poteva essere fatta in maniera lineare e alla luce del sole. Ragion per cui c’è stato il ridicolo tentativo di far approvare una delibera senza averla mai discussa in Consiglio Federale, aggiungendo ex post nel verbale d’assemblea un punto di ordine del giorno in cui si attribuiva alla Federazione la facoltà di pagare 106mila euro alla Reiwa Management Limited, società irlandese, come compenso per il procacciamento di alcune sponsorizzazioni (cosa in sé lecita fino a prova contraria, ma non se è posta in questo modo, di soppiatto!).

Se qualcuno, ai piani alti della Federazione-Azienda, sperava che la cosa passasse inosservata, sbagliava di grosso; e dire che si poteva immaginare tranquillamente già da prima che il tentativo sarebbe miseramente naufragato appena qualcuno avesse fatto un elementare riscontro, ma la convinzione (da parte di qualcuno) che nessuno andasse a verificare i verbali d’assemblea ci dice molto del livello che si può trovare oggi in FCI. Davvero, regnante Dagnoni, possono succedere cose del genere in Federazione? Ebbene sì.

Norma Gimondi, vicepresidente federale, ha invece notato – guarda un po’! – l’aggiunta surrettizia di questo punto di ordine del giorno e ha reso nota la cosa a inizio agosto. Da qui in avanti una farsa alla Alvaro Vitali ha preso il posto della normale vita di una federazione. Ciclismoweb ha diffuso la notizia e la prima risposta della FCI, il 18 agosto, è stata di minacciare il ricorso agli avvocati, guardandosi bene dall’entrare nel merito della vicenda per fornire le opportune spiegazioni. Un classico delle più rinomate code di paglia.

A posteriori, viste le precisazioni che sono giunte negli ultimi giorni, faceva bene, la FCI di Cordiano, a non entrare nel merito…

Già molti giorni fa, il 23 agosto, ho chiesto un’intervista a Dagnoni il quale si è detto disposto a farla ma con domande e risposte scritte: ovvero la formula più deludente ed eludente che si possa immaginare: se la risposta a una domanda non soddisfa l’intervistatore, dal vivo (o per telefono, va da sé) si può ribattere, replicare sul punto, approfondire, sviscerare, e molto spesso l’intervistato parla se pressato, o anche solo semplicemente perché, nel corso della conversazione, si tende a sciogliersi. Tutto ciò viene a cadere con l’impersonalità dell’intervista scritta, che – con tutto il rispetto – sembra spesso più un comunicato stampa che altro.

Sicché, non avendo bisogno di farmi scrivere dei comunicati stampa, ho rinunciato a fare l’intervista, convincendomi che Cordiano stesse attuando l’unica strategia ormai possibile, ovvero sfuggire, traccheggiare, temporeggiare, mandare la palla in tribuna, buttarla in caciara, insomma tutto l’armamentario a cui ci si rivolge quando non si può dire (compiutamente o interamente) la verità. Perché viceversa, se la verità compiuta avesse potuto dirla l’avrebbe fatto subito, non appena emersa la posizione di Gimondi.

E invece Dagnoni ha fatto passare giorni, intanto il caso montava e montava e montava e lui niente; nell’ultima puntata del Pietre Rotolanti Cycling Podcast gli consigliavo provocatoriamente di tenere duro, di insistere con questa tattica dilatoria, l’unica che avrebbe potuto in qualche modo salvarlo (visto che uscirne bene non era e non è possibile, ciò è chiaro). Ma non avevo fatto i conti con l’esuberanza del personaggio, che invece in questi ultimi giorni ha cominciato a esternare (non potendo fare altrimenti, va detto: avere il CONI sempre più impaziente all’uscio non è mai una bella cosa) facendo più danni della grandine.

La famosa intervista l’ha rilasciata, a Pier Augusto Stagi di Tuttobiciweb, ma prima di essa si erano susseguiti un comunicato FCI (il 24 agosto) in cui nulla veniva spiegato, una sequela di giustificazioni ufficiose e spiegazioni palesemente omissive, un Consiglio Federale interrotto (il 27 agosto) perché Andrea Fin di Ciclismoweb ne stava facendo una diretta testuale (Fin, mica esistono le dirette dei Consigli d’Amministrazione delle aziende: si contenga!), le dimissioni di Norma Gimondi, insolentita dal consigliere Gianantonio Crisafulli a margine del suddetto Consiglio, una crescente attenzione di tutta la stampa e non solo quella di settore, e non solo quella sportiva.

Insomma un figura barbina (avevo scritto un’altra cosa) di proporzioni planetarie.

A metà settimana (il 31 agosto) la FCI ha diffuso un nuovo comunicato in cui stavolta provava a spiegare come fossero andate le cose, scaricando la colpa sull’immancabile errore di trascrizione da parte di un funzionario della Federazione, il problema è che la cosa – già di per sé poco credibile – era accompagnata da altri dettagli che smentivano e contraddicevano quanto emerso in precedenza, insomma la replica ufficiale zoppicava da tutte le parti e faceva a pugni con la realtà.

E poi arriva l’intervista, dicevo, nella quale Cordiano è riuscito a contraddire in più punti lo stesso comunicato di poche ore prima, coinvolgendo ulteriori personaggi nella vicenda, evidenziando involontariamente altre pecche nel proprio agire e chiamando una nuova caterva di reazioni.

Al momento Dagnoni è sempre più isolato e sputtanato, il team manager azzurro Roberto Amadio è coinvolto in prima persona nella vicenda (doveva essere il destinatario di parte delle provvigioni), il movimento italiano sta giorno dopo giorno prendendo le distanze dal presidente federale, emergono malumori del passato (da parte di Davide Cassani o di Gianni Bugno tra gli altri) e forse pure del presente (Bicisport ha anticipato che il ct Daniele Bennati potrebbe dimettersi dopo i Mondiali) e la FCI mai come adesso si ritrova addosso tutti i riflettori della cattiva pubblicità.

Ho trascurato, in questa breve ricostruzione, molti dettagli (tra i vari: ma perché una società irlandese e non italiana? Perché prevedere dei pagamenti in assenza di contratti?) di una vicenda da cui si staglia, giganteggia, si rivela, una figura financo tragicomica, quella di un uomo che s’è ritrovato in una cosa più grande di lui, presidente a dispetto di tutti i pronostici, destinato a cadere (perché che possa rimanere in piedi, a questo punto, pare proprio improbabile) per una questione poi sostanzialmente marginale, nei fatti e nelle cifre, indipendentemente da chi ne siano (o avrebbero dovuto esserne) i beneficiari (su questi aspetti indagano e indagheranno le procure), ma che rivela un modus operandi inaccettabile a più livelli. Inaccettabile il voler fare ricorso a giri coreografici per passare/pagare dei soldi, inaccettabile la pastetta dell’ordine del giorno contraffatto, inaccettabile il pensare che la si sarebbe fatta franca, inaccettabile la convinzione di non dover dare spiegazioni credibili a nessuno, inaccettabile addirittura l’incapacità di dire bene le bugie.

Sembra una sceneggiatura da commedia all’italiana (un Alberto Sordi dei tempi d’oro sarebbe stato un fantastico Cordiano cinematografico!), è invece una realtà miserella che nemmeno mi indigna. Mi fa solo incazzare al pensiero che il ciclismo italiano, ogni volta che avrebbe la possibilità di concretizzare una svolta positiva (e la fine dell’era Di Rocco era una svolta positiva!), sceglie sempre la strada più stupida per buttare tutto a mare. Ecco, è la stupidità collettiva, la piccineria da gnomi del ciclismo italiano ciò che proprio mi fa perdere il lume della ragione.

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