Il direttore del Tour de France Christian Prudhomme tra il sindaco di Torino Stefano Lo Russo e il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio © CittaMetropolitanaTorino.it
La Tribuna del Sarto

Qual è il senso del Tour 2024 a Torino?

Un'analisi delle motivazioni che hanno spinto le amministrazioni locali a investire in un momento di crisi per ospitare la Grande Boucle, nell'ottica di una politica del grande evento che non può restare episodica se vuol essere fattore economico

28.12.2022 16:43

Oramai è ufficiale, il Tour de France 2024 partirà dall’Italia. Il grand départ sarà da Firenze per arrivare a Rimini, poi Cesenatico-Bologna, Piacenza-Torino ed infine Pinerolo-verso una località ancora non nota oltre confine in Francia. Tre regioni italiane hanno deciso di investire importanti risorse economiche per ospitare un evento “mondiale” come il Tour de France ed ancor prima dell'ufficializzazione di questa “grande partenza” le polemiche non sono mancate.

Chi per difendere “l’onore” del Giro d’Italia, chi perché ritiene la spesa esosa con un ritorno non sufficiente a coprirla, chi perché tanto è sempre tutto sbagliato, alla fine il grand départ italiano ha fatto storcere il naso a parecchi. Ma cosa veramente significa ospitare il Tour de France? Come spiegare a conoscenti ed amici, che non seguono oppure non hanno interesse per il ciclismo, che cosa sia il Tour e che cosa porti con sé?

Ed ammesso che si riesca a rispondere a queste domande, in fin dei conti vale la pena ospitare il Tour? Può il carrozzone del Tour proseguire come fece la carrozza del Gran Cancelliere di Milano Antonio Ferrer nei Promessi Sposi del Manzoni, circondata dal popolo in fermento per la carestia dopo la peste?

“Adelante, Pedro, con juicio, si puedes”

In questo articolo proverò a rispondere a quest’ultima domanda, per poi tornare al Tour, ma da un punto di vista locale, da Torino, la città da cui scrivo.

Torino ha oramai da anni seguito la politica dei grandi eventi. Per citarne solo alcuni, nel 2022 ha ospitato Eurovision, le ATP finals di tennis, una tappa memorabile del Giro d’Italia, la finale di Champions League femminile di calcio, oltre all’annuale Salone del Libro e il TFF (Torino Film Festival). La politica cittadina dei grandi eventi ha forti radici in quella magica atmosfera che visse Torino nel 2006 durante le Olimpiadi. Chi ha vissuto quei giorni ricorda bene la trasformazione in meglio che ebbe la città. Torino si scoprì e si fece scoprire e da allora iniziò ad essere una meta turistica. Non certo per un turismo di massa né nei numeri né nella forma, ma di fatto il turismo è diventato da allora una voce significativa dell’economia locale.

Anche i torinesi stessi hanno iniziato a vivere la propria città in maniera differente e non mancano di presenziare ad eventi, manifestazioni sportive e non che si svolgono nel loro comune.

Torino per l’ennesima volta nella sua storia tenta una radicale trasformazione, in passato da capitale del Regno a capitale dell’auto, ed ora da capitale dell’auto a capitale degli eventi.

L’auto ha fatto di Torino una metropoli, ha allargato le periferie che hanno ospitato migliaia e migliaia di immigrati, prevalentemente del sud Italia. L’industria dell’auto ha radicalmente cambiato la lingua, la forma della città, ma soprattutto ha dato tanto lavoro, ha permesso a migliaia di famiglie di avere un reddito, una casa, una possibilità di vita. Certo non è tutto così semplice, nelle mille pieghe della storia della città si nascondono sofferenze, lotte, violenze personali e collettive. Torino simbolicamente ha rappresentato nel bene e nel male l’intero paese, anticipandone spesso fenomeni politici e sociali che poi sarebbero stati matrice per il resto d’Italia.

Quella del 2024 sarà la quarta volta di un arrivo del Tour a Torino, 1956, 1961 e 1966 i precedenti. Ma quella Torino del 1956, 1961 e del 1966 era un’altra Torino ed il Tour era un altro Tour. L’evento era un grande evento sportivo, un momento di storia dello sport. Non era caricato di una narrazione per vendere l’immagine di un territorio, di una città. Non era un evento che doveva fare da traino all’economia del comune. Soprattutto c'era una Torino che aveva in quel momento un’industria in forte espansione. E qui sta la differenza.

Un evento sportivo ha una logica se ospitato in un momento economico favorevole e diversa se ospitato per rimediare, tamponare, esorcizzare un momento negativo per l’economia della città. Queste due differenti logiche sono alla base della discussione politica locale: da una parte c’è chi spinge per la politica dei grandi eventi, per favorire il turismo e tutto l’indotto lavorativo ad esso connesso; dall’altra parte c’è chi critica l’investimento di denaro pubblico a dispetto delle difficoltà che la città vive.

Giusto ricordare che nel 2008 Torino, per essere più precisi Rivoli, comune alle porte della città, è stato teatro di una tragedia: la morte di Vito Scafidi, 17 anni, per il crollo del soffitto della sua classe mentre era a lezione. La Torino olimpica del 2006 vedeva morire un suo figlio per il crollo di un soffitto in una scuola; la contraddizione è così evidente che provoca dolore e sdegno a distanza di anni. Oggi a Vito Scafidi è dedicato un piccolo parco giochi in città, nel quartiere Vanchiglietta, sperando che possa fare da monito per il futuro. Eppure il problema delle condizioni degli edifici pubblici cittadini è lontano dall’essere risolto.

In città la questione casa è drammatica, gli sfratti sono quotidiani e le tensioni sociali che li accompagnano pure. In questo l’analogia con la Torino degli anni sessanta rimane, anche allora la questione abitativa era all’ordine del giorno, una priorità per centinaia di famiglie. La città vive, come molte altre metropoli, una forte dicotomia tra centro e periferie.

Periferie che sono per lo più escluse dalla politica dei grandi eventi, la quale riempie alberghi e ristoranti del centro storico, ma che giunge come una lontana eco nei sobborghi. Nobili tentativi vengono anche fatti, come il Salone Off durante il Salone del Libro, ma è evidentemente poco. Le periferie della città però sono decisive politicamente. Emblematico fu il ballottaggio per il Comune di Torino tra Appendino e Fassino nel 2016. Per la vittoria della candidata 5 Stelle fu determinante l’enorme consenso che ebbe nelle periferie.

Nei mesi successivi la giunta comunale volle simbolicamente installare nella periferia popolare delle Vallette le decorazioni artistiche (luci d’artista), che da anni caratterizzano il centro città per le feste natalizie. La risposta fu che quelle decorazioni furono distrutte! Non mancarono dal “centro borghese” commenti ricchi di sdegno, nei quali si definiva ignorante e non meritevole di “cultura” la popolare periferia; ma credo che quello non fu un semplice atto vandalico, bensì una vera risposta politica, una critica alla “città del grande evento”. Il bozzetto manzoniano ci aiuta ancora: il Gran Cancelliere Ferrer ossequioso e rispettoso della folla quando vicina e minacciosa, sprezzante quando al sicuro protetto dai soldati.

Oltre ai simbolici conflitti, oltre alle tragedie, rimane la difficile situazione del lavoro. L’obiettivo della politica dei grandi eventi non ha compensato il lavoro perso per la crisi economica ed industriale della città. La Torino turistica, “terziaria”, che potesse sostituire quella industriale novecentesca e dare da mangiare a tutti, si è rivelata di fondo un’illusione. Bisogna però riconoscere che in questi anni si è comunque sviluppata un’economia legata al grande evento che, anche se non sufficiente a coprire i bisogni di tutti, ha dato lavoro.

E il lavoro creato impone alla città di proseguire su questa strada (per quanto illusoria nel risolvere gran parte dei problemi economici), ovvero la continua ricerca e creazione di un evento, al fine di mantenere vivo un settore economico oramai radicato. Torino, per quanto sia effettivamente una bellissima città, ha bisogno di mantenere acceso il faro su se stessa. Ha bisogno di richiamare continuamente l’attenzione, di farsi notare attraverso un evento sportivo, di spettacolo o culturale. Non può vivere di rendita turistica, come Firenze o Venezia.

È dunque una strada che non può essere abbandonata a breve, ma deve trovare il giusto equilibrio tra risorse investite e reale benessere economico creato e soprattutto deve allargare i benefici anche a coloro che fino ad oggi sono stati esclusi.

Cosa può fare dunque un evento dalla risonanza globale come il Tour per la città? Cosa può dare di più dopo un’Olimpiade? Può innanzitutto rinforzare l’immagine turistica e sportiva della città. Alle Olimpiadi sono seguiti molti eventi sportivi e seguiranno ad essercene; infatti, dopo l’arrivo di una tappa del Tour nel 2024, Torino ospiterà le Universiadi invernali del 2025.

Da questo punto di vista pochi sport però hanno le potenzialità del ciclismo. Dopo la tappa del Giro d’Italia, che con una corsa spettacolare ha fatto scoprire le potenzialità ciclistiche della collina a lato della città, si è incominciato a vedere qualche turista, specie francese, arrampicarsi in bicicletta su per le sue strade. Il turista su due ruote estende l’area turistica anche ai piccoli paesi vicini, allargando spazialmente gli effetti benefici, creando una microeconomia del cicloturismo senza violentare il territorio.

Progetti in corso, come la ciclovia Vento tra Torino e Venezia oppure la ciclabile lungo il canale Cavour, sono strategici in questa prospettiva. Quale miglior evento del Tour può esser da spinta verso questo mondo? Questo ci dimostra come un grande evento, e gli importanti investimenti che questo richiede, ha senso solo se organico ed inserito in una strategia, in un progetto, non deve essere fine a se stesso.

Come fare che il Tour diventi questo per Torino e per le altre città italiane coinvolte? Serve fare sistema! Raccogliere le energie sociali, politiche, culturali ed imprenditoriali al fine di creare un modello che vada dalla microeconomia alla macroeconomia, dalla ciclo-officina all’agroalimentare, dalla promozione della salute ad una nuova mobilità, dal turismo all’industria.

Un singolo evento non è ovviamente sufficiente, ma se ogni evento riesce ad essere integrato al tessuto sociale ed economico della città, il risultato finale potrebbe essere sorprendente. Un giorno aiuti l’economia del libro e della cultura, un giorno l’industria del cinema, un altro la mobilità, un altro ancora l’agroalimentare, e così via. La scelta dell’evento non deve dunque essere casuale, deve essere organica ad un progetto a lungo termine, sistemico e non solo economico ma culturale e sociale. Un evento deve creare risorse, non sottrarle ai bisogni quotidiani.

Il Tour è sicuramente un evento dalle potenzialità enormi, per la sua grande cassa di risonanza, inoltre possiede la caratteristica di estendersi nel territorio, di scendere letteralmente per strada tra la gente. Il Tour porta con sé un mondo. Fisicamente, un circo più grande di quello del Giro d’Italia, una carovana mastodontica, fatta non solo delle squadre dei corridori e dei media, ma di una vera massa di turisti al suo seguito. Idealmente, una vetrina unica, capace di rendere protagonista il territorio più che l’evento sportivo in sé. Della grande partenza del Tour di quest’anno in Danimarca, più che i risultati delle tappe, ricordiamo la folla, l’entusiasmo, la bellezza. La Danimarca ha dato un’immagine unica di sé al mondo, incredibile, gioiosa. Non so se si possano quantificare i benefici sociali ed economici, ma di certo abbiamo tutti avuto un’impressione che quello danese fosse un modello a cui avremmo voluto assomigliare.

Perciò agli amici e conoscenti estranei al ciclismo dico di venire in strada, di godersi la festa, i colori, di essere loro stessi protagonisti della stessa. Dico loro di approfittare di un’occasione unica per riconoscersi nel loro territorio, per valorizzarlo, per raccontarlo e, perché no, per cambiarlo se serve. Purtroppo il giorno dopo rimarranno ancora i problemi, chi è escluso continuerà ad esserlo; ma se trasformiamo l’evento in un non-evento, nel senso di qualcosa che lasci un’eredità, allora non avremo speso male i nostri soldi pubblici: avremo generato un piccolo grande beneficio permanente. In caso contrario, sarà uno spreco di risorse pubbliche, un ennesimo carrozzone, un manzoniano “Adelante, Pedro, con juicio, si puedes” in mezzo a un popolo affamato.

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