Il Giro d'Italia, nel giorno successivo alla chiusura della Corsa Rosa, è quasi completamente assente dalle prime pagine dei maggiori quotidiani sportivi italiani (e non solo)
Editoriale

Il Giro d'Italia è una specie in via di estinzione

L'attenzione mediatica per il Giro d'Italia, tanto nella sua versione maschile che - figuriamoci - in quella femminile, è ai minimi storici. Si può invertire la tendenza?

Ci vediamo all'Inter”. “«Prendi esempio da Modric»”. “Kolo Muasì”. Non è una novità, né una notizia, ma il Giro d'Italia, all'indomani della suggestiva passerella di Roma che ha concluso l'edizione 2026, è assente o quasi dalle prime pagine dei principali quotidiani sportivi italiani (e, ovviamente, anche da quelli generalisti); come non c'è traccia - e, anche qui, non è affatto una sorpresa - delle prime due tappe della Corsa Rosa al femminile, nonostante l'affaire Wiebes e le vittorie in serie di Elisa Balsamo. Giusto la Gazzetta dello Sport, giornale del gruppo che organizza la corsa, dedica un taglio alto parecchio striminzito alla vittoria di Vingegaard. Sul resto dei media, dalla tv pubblica alle pay-tv, lo spazio dedicato alla corsa targata RCS è quasi inesistente, come lo è sulla stampa - di settore e non solo - straniera.

Il Giro d'Italia, a prescindere da qualsiasi valutazione, è invisibile o quasi. Nonostante ore e ore di diretta trasmesse sulla seconda rete della tv pubblica italiana (con dati di ascolto tutt'altro che entusiasmanti, purtroppo), dell'evento sportivo che attraversa il nostro Paese e che ne ha segnato alcuni fatti storici, non interessa praticamente più nulla a nessuno, fatta eccezione per una nicchia mediamente numerosa, ma che, almeno in Italia, va sempre più assotigliandosi.

Per chi ha a cuore il futuro del ciclismo, è un fatto a dir poco preoccupante, per quanto non sorprendente, per tutta una serie di ragioni che andremo ad analizzare a breve; assieme all'attività amatoriale, in crescita negli anni post-pandemici, a dispetto di un'attività giovanile sempre più striminzita, il Giro d'Italia è il marchio, l'entità e anche il business che mantiene in vita il ciclismo italiano e tutto ciò che ruota attorno a esso. Per quanto tempo ancora? Rispondere a questa domanda è impossibile, ma il timore che la Corsa Rosa, e di conseguenza tutto l'italico movimento delle due ruote, sia a rischio estinzione, è più che fondato.

Vingegaard e il Trofeo Senza Fine, con i Fori Imperiali (sfuocati) alle spalle (© RCS Sport)
Vingegaard e il Trofeo Senza Fine, con i Fori Imperiali (sfuocati) alle spalle (© RCS Sport)

Uno sport fuori dal tempo, che sta faticosamente mutando identità (con risultati non confortanti)

Il primo, più palese, fattore a sfavore del successo del Giro, e del ciclismo in generale, è la sua essenza: uno sport lento, noioso, in cui può non accadere nulla per ore e ore, è agli antipodi con la società del tutto e subito, dello scroll compulsivo su TikTok, dell'iperattività. A noi, tutto sommato, piace così, ma le nuove generazioni la pensano, nei grandi numeri, molto diversamente: non è un caso che l'età media degli spettatori del ciclismo sia, in Italia, tra le più alte in assoluto, rispetto agli sport. Fare breccia tra le nuove generazioni è complicato, tanto più in assenza di grandi campioni nostrani da emulare (le scuole tennis, invece, traboccano di ragazzi più o meno entusiasti, ma ne parleremo a breve) e con uno sport che è, al contempo, noioso e pericoloso (mortalmente pericoloso, purtroppo) come nessun altro; senza considerare la nomea dello “sport del doping”, non così in voga di questi tempi, forse proprio per il disinteresse generale per il nostro amato ciclismo, soprattutto in Italia.

Non solo. Il ciclismo di oggi ha perso buona parte del fascino di cui l'epica lo ha ammantato nei decenni scorsi. L'abnorme sproporzione nelle capacità di spesa delle squadre, il progresso tecnologico, la ragionevole ostinazione per ogni guadagno marginale e le velocità folli sostenute con continuità dal gruppo, unite al progressivo appiattimento (non in senso altimetrico) dei percorsi e alla doverosa tutela della salute dei corridori, che ha portato a cercare di evitare il più possibile condizioni meteo estreme (vedi passi sopra i 2000 metri a maggio in Italia), hanno finito col rendere tutto sempre più uguale a sé stesso, fin troppo prevedibile.

In questo quadro, il Giro d'Italia delle ultime stagioni ha via via intrapreso un… percorso, che lo ha portato ha diventare sempre più la copia sbiadita del Tour de France. Da un lato, è diventata sempre più preponderante, rispetto all'aspetto sportivo della competizione, quello economico. Della “Grande” Partenza dalla Bulgaria ha già detto abbastanza Marco Gaviglio in questo Artiglio; delle logiche che portano al confezionamento dei percorsi, dati ormai dall'unione di puntini, ovvero delle città disposte a pagare per ospitare la Corsa Rosa, più che da un disegno sportivo complessivo, ha già parlato, in più di un occasione sui nostri schermi, Francesco Dani. Il risultato, in ogni caso, è quella di una corsa che ha progressivamente perso la propria identità, perdendo sempre più, anche per strizzare l'occhio (senza troppo successo) ai corridori che puntano al Tour de France, le caratteristica durezza dei Giri d'Italia degli ultimi decenni.

Mauro Vegni
Il mitico momento in cui Mauro Vegni perse le staffe in diretta, forse anche quello in cui ha iniziato a pensare alla pensione

La risposta del pubblico, sulle strade oltre che in televisione, è stata a dir poco tiepida. Anche i format che, negli ultimi anni, hanno funzionato di più, sono stati inspiegabilmente abbandonati. Negli ultimi anni, i circuiti cittadini, come per esempio quello di Torino nel Giro vinto da Hindley nel 2022, avevano trovato il giusto compromesso tra interessi ecomici e sportivi. Soluzioni di questo tipo sono presto tornate a scomparire dai disegni di Vegni e Allocchio. Addirittura, nell'edizione del Giro appena conclusa, le quattro domeniche di corsa hanno proposto tre frazioni piatte (Sofia, Milano e Roma) e un arrivo in salita (Corno alle Scale) non troppo affascinante. Chi non segue il ciclismo, può innamorarsene seguendo tappe del genere? Mah…

Con un'ultima settimana più dura di quella disegnata per il Giro 2026, Vingegaard avrebbe potuto rinunciare al primo assalto alla maglia rosa, ma sarebbe stato davvero un problema, in termini di visibilità e prestigio della corsa? A prescindere da qualsiasi valutazione sportiva sul danese, che di sicuro è un grande campione, e su quanto la sua vittoria più scontata abbia tolto, al pari del trionfo di Pogačar nel 2024, un sacco di interesse alla corsa, il fresco triplocoranato - perdonatemi - è lontanissimo (schivo e riservato, devoto alla propria famiglia e mai sopra le righe com'è) dal prototipo dello sportivo di successo imposto, in questi tempi bizzarri, dai media. Jonas è in buona compagnia: lo stesso Pogačar attira l'attenzione del pubblico generalista più per il suo assalto a qualsiasi record - per quella sorta di iocerismo (perdonatemi di nuovo) che ci porta, a volte, a seguire eventi di cui non ci interessa assolutamente nulla - che per reale interesse che, come personaggio, è in grado di generare.

Anche la rivalità Van der Poel-Van Aert è andata via via sgonfiandosi, vuoi per l'invecchiamento dei due professionisti, vuoi per la superiorità che il primo ha dimostrato sul secondo, svuotando la narrazione del ciclismo dei nostri tempi di uno dei pochi dualismi emersi negli ultimi anni. L'altro, quello tra Tadej e Jonas, si è via via spento per l'incontenibile crescita del primo e le sfighe che hanno afflitto il secondo e, in ogni caso, non ha mai toccato, nemmeno di striscio, il Giro d'Italia; a cui un dualismo vero, preferibilmente a tinte azzurre, farebbe proprio un gran bene.

La concorrenza spietata di Sinner (e degli altri sport)

Inutile nasconderlo: al Giro d'Italia manca come l'aria un campione italiano di prima fascia, che possa catalizzare l'attenzione dei nazionalisti occasionali dello sport. Di quello ha potuto giovare, nell'ultimo lustro, il tennis; che ha trovato non solo Sinner, ma pure l'avversario perfetto (Alcaraz) e una pattuglia di seconde linee azzurre agguerritissime, tanto da permettere all'Italia di vincere due edizioni consecutive della Coppa Davis (o quel che ne resta). L'ascesa del sudtirolese e dei suoi sottoposti ha finito per trascinare una quota considerevole di appassionati "occasionali" dello sport a dedicare buona parte del proprio tempo libero a racchette e palline, finendo per togliere una quota di pubblico al Giro d'Italia. La terza settimana della corsa rosa coincide, peraltro, con la prima settimana del Roland Garros: una disgrazia.

La storia dello sport italiano (sport diverso dal calcio, ovviamente) racconta di numerose infatuazioni collettive per discipline di varia natura (dallo sci alpino alla vela, dalla MotoGP al nuoto), in concomitanza con l'ascesa di sportivi - o marchi, come Luna Rossa - eccezionali, in cui riconoscere motivi di orgoglio nazionalpopolare. In un momento storico in cui il calcio, da questo punto di vista, soffre (anche se, fino a che esisteranno i campanili, sopravviverà agevolmente), lo spazio per guadagnare consensi, anche per il vecchio, noioso ciclismo, ci sarebbero, come dimostra proprio il vecchio, noioso tennis. Manca, purtroppo, la materia prima.

Il tennis ci offre, tra l'altro, una possibilità di confronto con il ciclismo, per quanto concerne il ciclismo femminile e, nello specifico, il Giro d'Italia Donne. L'epoca d'oro delle Schiavone, delle Pennetta, delle Errani e delle Vinci non aveva, infatti, spostato granché l'interesse del pubblico generalista verso Slam e dintorni, cosa invece brillantemente riuscita a Sinner, Berrettini, Musetti, Cobolli e compagnia. Analogamente, le due vittorie di Elisa Longo Borghini nelle ultime edizioni del Giro d'Italia sono risultate del tutto trasparenti al grande pubblico e lo sarebbero state, con ogni probabilità, anche fossero arrivate al Tour de France Femmes. C'è poco da fare: piaccia o meno, lo sport femminile continua ad avere un richiamo assai inferiore rispetto a quello maschile. Insomma, la speranza che il Giro femminile possa, in qualche modo, fare da traino al movimento è destinata a rimanere vana.

Come rischia di rimanere vana la ricerca del campione epocale. Non perché i Piganzoli, i Pellizzari e i Finn non possano essere all'altezza: c'è da augurarselo, davvero, non solo per loro; ma perché, purtroppo, la base da cui attingere, nel nostro Paese, si fa sempre più stretta, con il serio rischio che, nei prossimi anni, diventi per davvero irrilevante. Il ciclismo giovanile italiano sta attraversando, infatti, la più grave crisi della sua storia, con un calo costante, inarrestabile, dei tesserati di tutto lo Stivale. Su questo aspetto, RCS può davvero poco, se non cercare una qualche forma di collaborazione con Federazione ed enti vari, per rendere più affascinante, per bambini e ragazzi, la bicicletta; anche - e, forse, soprattutto, - in forme diverse dalla strada. Questo è un altro discorso, già affrontato più e più volte qui e in altri lidi, ma per questo sproloquio può bastare così.

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Nonostante tutto, il ciclismo è la mia unica passione.