Martin Marcellusi ed Enrico Zanoncello
Professionisti

Bardiani CSF 7 Saber, dal ritiro di Altea parola a Marcellusi e Zanoncello

Marcellusi e Zanoncello dal ritiro di Altea: il ciclismo che cambia, gli obiettivi, lo stress, la sicurezza e il racconto del Colle delle Finestre

Sabato scorso, nel pieno del ritiro invernale ad Altea, Martin Marcellusi (classe 2000) ed Enrico Zanoncello (classe 1997) hanno concesso a Cicloweb una lunga intervista per raccontare il momento della Bardiani CSF 7 Saber, alle prese con la preparazione verso la stagione 2026. All'inizio del primo anno con con questo nuovo nome dovuto all'ingresso di 7 Saber, sponsor uzbeko, entrambi ci hanno parlato delle prospettive per la stagione imminente e di come vivono l'essere professionisti da diversi punti di vista.

Ritiro, test e prime sensazioni

Il ritiro di Altea procede secondo programma. Il meteo, a parte una giornata di pioggia, ha accompagnato bene il lavoro del gruppo, permettendo alla squadra di svolgere quanto previsto.
“Siamo qui ormai da una settimana – raccontano – e il tempo è stato ottimo. Solo oggi abbiamo trovato pioggia, ma avevamo già programmato lo scarico”.

Non è il primo momento di lavoro condiviso: a dicembre la squadra si era già ritrovata a Viareggio per un breve collegiale. Lo zoccolo duro è rimasto quello della passata stagione e le sensazioni, almeno dai test, sono incoraggianti.
“Abbiamo fatto tutti i test che facciamo ogni anno e stanno dando buone sensazioni. Ora mancano le gare per confermarle”, spiegano.
“Fra una settimana inizieremo già a correre – aggiunge Marcellusi – e lì capiremo davvero dove siamo”.

Martin Marcellusi ©bardianicsf7saber
Martin Marcellusi ©Bardiani CSF 7 Saber

L'assillo dei punti: “Stanno rovinando il modo di correre”

Alla Bardiani CSF 7 Saber è richiesto ogni anno di essere tra le prime trenta squadre professional in termini di punti UCI per poter essere invitata ai Grandi Giri, ma su questo tema Zanoncello è diretto: “Questa cosa dei punti sta un po’ rovinando il modo di correre. Per me è più importante una vittoria che un sesto posto con 40 punti. Bisogna cercare di combinare le due esigenze”.

Enrico Zanoncello ©bardianicsf7saber
Enrico Zanoncello ©Bardiani CSF 7 Saber

Entrambi sanno che dalla squadra ci si aspetta molto da loro, anche in virtù dell’esperienza accumulata. Una responsabilità che non cambia però il loro approccio: l’obiettivo resta provare a vincere, anche in un ciclismo sempre più competitivo.

Il Giro d’Italia come obiettivo

Il calendario è già stato definito nelle sue linee principali: prima parte di stagione in Spagna, poi alcune corse in Italia e, come grande focus della stagione, il Giro d’Italia.
“L’obiettivo del team è anche il mio personale – spiega Marcellusi – e penso che, se la squadra riceverà l’invito, sarò presente anche quest’anno”.

Sulla questione delle wild card, (RCS deve decidere se e come riassegnare la terza wild card di diritto delle migliori professional, che la Cofidis ha rifiutato) la posizione di Zanoncello è chiara:
“È giusto che venga assegnata anche la terza, ci sono tante squadre. Fare un grande giro fa gola a tutti. E ormai - chiosa Marcellusi- non ci sono più alleanze: è tutti contro tutti, una squadra in più o in meno non cambia”.

Marcellusi, reduce da un ottimo avvio di stagione in Spagna nel 2025, sa quanto sia difficile centrare la prima vittoria da professionista:
“Il livello è altissimo. Anche i secondi posti sono stati una grande soddisfazione. Quest’anno lavorerò per colmare quel piccolo gap che mi ha impedito di vincere”.

Per Zanoncello, velocista in un contesto sempre più selettivo, la sfida è simile: “Cercherò di far bene e, se andrò al Giro, di giocarmi le mie carte. Vincere non è facile nemmeno nelle corse minori”.

Avversari, sicurezza e un ciclismo sempre più giovane

Parlando dei possibili rivali nelle volate al Giro d'Italia, Zanoncello individua in Jonathan Milan il riferimento principale per le volate al Giro d'Italia: “Ha una squadra fortissima che lo supporta. Sono contento che venga al Giro: con lui e Simone Consonni si formano bei gruppetti di velocisti anche nelle tappe dure”.
Attenzione anche ai giovani in ascesa: “Magnier sta venendo su fortissimo, è giovanissimo. E anche Lund Andersen è molto promettente”.

Il tema del ricambio generazionale è centrale.
“Siamo stati un po’ sfortunati – riflette Zanoncello – perché siamo capitati nel periodo di mezzo. Dopo il Covid è cambiato tutto: juniores che si allenano come professionisti di una volta, potenziometri, nutrizionisti. Io quando sono passato professionista ero già ‘vecchio’ È tutto accelerato”.

La sicurezza e l'airbag

Il tema della sicurezza porta inevitabilmente al dibattito sui nuovi dispositivi di protezione. In particolare, si è parlato dei prototipi di airbag che alcune squadre WorldTour starebbero iniziando a testare in gara, una sorta di giubbotto dotato di sensori in grado di attivarsi in caso di caduta. L’ipotesi di renderli obbligatori divide, ma su un punto Marcellusi è netto: “Se diventasse una cosa obbligatoria, ovviamente sarei più che contento di usarlo. Il problema è se resta facoltativo: se so che altri non lo usano, preferisco non usarlo nemmeno io. Se è obbligatorio per tutti siamo allo stesso livello, anche per una questione di peso e di prestazione”.

Zanoncello, che per caratteristiche si trova spesso a correre in situazioni più rischiose, ammette di non conoscere ancora nel dettaglio il funzionamento del dispositivo: “Non so neanche bene come funzioni, credo protegga soprattutto la schiena. Sicuramente è una protezione in più”. Ma c’è anche un timore condiviso nel gruppo: “Potrebbe essere ancora peggio – aggiunge – perché magari qualcuno si sente più sicuro e si lancia ancora di più, pensando di avere l’airbag. Però, se lo rendono obbligatorio, lo userei anch’io senza problemi. Se non lo è, non penso che lo userebbe quasi nessuno”.

Il ragionamento si allarga poi a un paragone emblematico, quello con il casco. Alla domanda se riuscirebbero oggi a correre senza, entrambi rispondono senza esitazioni: “No, senza casco no”. Un’abitudine che però non è sempre stata scontata. “Io non ho vissuto in prima persona il passaggio al casco obbligatorio – riflette Marcellusi – ma da quello che raccontano i corridori, all’inizio erano tutti contrari. Poi è diventato obbligatorio e adesso è la prima cosa che metti prima di salire in bici”. Per questo, secondo lui, anche sugli airbag potrebbe accadere lo stesso: “Serve una decisione forte dall’alto. Da noi non parte, forse è anche un errore, ma il nostro lavoro è andare più forte possibile. Per cambiare davvero serve che qualcuno si prenda la responsabilità di farlo diventare la normalità”.

La squadra e la quotidianità in ritiro

Le giornate ad Altea scorrono serrate: colazione alle 7.30, partenza in due gruppi, allenamento, pranzo, massaggi e cena.
“Il tempo libero è poco”, raccontano sorridendo.

Il clima di squadra resta però uno degli aspetti più positivi.
“I “cretini” della squadra siamo io, Martin, Conforti e Magli – scherza Zanoncello – teniamo alto il morale”.
Marcellusi sottolinea anche il divario generazionale: “Abbiamo tanti ragazzi di 20 anni e sembra passata un’era tra noi e loro. I loro 20 anni non sono stati i nostri”.

“Squadre che spendono milioni e milioni e magari non vincono niente è difficile che vadano avanti”

Il ciclismo moderno è sempre più polarizzato, con pochi corridori in grado di dominare. Marcellusi dice:“Se mi se mi chiedi se mi diverto a guardare Pogačar che vince, no, perché non è un mio avversario, anche se due pianeti differenti, però al posto suo vorrei esserci io, quindi non mi diverto. Almeno, in gara no – conclude Marcellusi – sei concentrato dall’inizio alla fine.  Quello che posso dire è che quando siamo in ritiro, con il gruppo giusto, che si è formato negli ultimi anni mi diverto”.

Per Zanoncello "È spettacolare per chi guarda, meno per chi corre contro di lui [Pogačar]. Speriamo che si livelli un po' il ciclismo, però è difficile perché i migliori magari vanno a fare i gregario per per lui, quindi è un dominio tra due squadre, se vogliono tornare a avere qualche scontro tra più corridori, dovranno fare qualcosa sui regolamenti, perché sennò le squadre andranno sempre di più a chiudere, perché squadre che spendono milioni e milioni e magari non vincono niente è difficile che vadano avanti. Eh sì, insomma il ciclismo è parecchio polarizzato. C'è una squadra che ha vinto quasi 100 corse l'anno scorso, due o tre che riescono più o meno a stare in scia e altre che spendono milioni e milioni, decine di milioni. Ne parlavamo ieri a cena con il nostro super capo Bruno e ci ha detto che delle 18 World Tour, 14 non hanno vinto una tappa in tutti e tre i grandi giri, è una cosa folle.

Il prossimo Giro e il Colle delle Finestre di quello scorso

Guardando al prossimo Giro d’Italia, Marcellusi non ha ancora cerchiato in rosso una tappa in particolare: “È ancora presto, non ne ho evidenziata nessuna”. Inevitabile però tornare con la memoria alla penultima tappa del Giro 2025  sul Colle delle Finestre, uno dei momenti chiave dell’ultima edizione, in cui il romano fu protagonista di una lunga fuga in una giornata destinata a cambiare il volto della corsa.

“Eravamo talmente tanti davanti che non avevo capito quasi nulla di quello che stava succedendo alle nostre spalle”, racconta. In quel gruppo c’era anche Wout van Aert, presenza che solo col passare dei chilometri avrebbe assunto un significato diverso: il belga fu la testa di ponte che diede scacco matto a Del Toro e Carapaz che inseguivano Simon Yates. Marcellusi chiuderà sesto al traguardo, ma in corsa la percezione della situazione era tutt’altro che chiara.

A fare ordine ci pensa l’ammiraglia. “Roberto [Reverberi, il direttore sportivo n.d.r] mi ha avvertito che dal gruppo era uscito Yates e che probabilmente Van Aert era lì per lui. Da lì ho iniziato a capire il suo ruolo”, spiega. Quello che ancora mancava, però, era il quadro generale: “Non conoscevo i distacchi di Yates da Del Toro e Carapaz, quindi non ero consapevole che di lì a poco avrebbe vinto il Giro d’Italia.

A rendere la giornata ancora più surreale, anche un problema logistico in piena salita: “La cosa più assurda è stata che avevano fermato la mia ammiraglia perché dal gruppo era uscito Yates. Lui aveva comunque 7-8 minuti all’inizio della salita e io sono rimasto senza acqua, cercando di capire perché non avessi più la macchina dietro". Solo in quel momento arriva la spiegazione: "Mi hanno detto che Yates probabilmente sarebbe arrivato su di me prima della fine della salita. Dopo lo scollinamento c’erano ancora diversi chilometri da fare", ricorda Marcellusi, “È stata una tappa in cui sono arrivato alla soglia della sopportazione del dolore. Ero finito”.

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