Ashleigh Moolman, in quel momento leader del Tour des Pyrénées, a confronto con Elisabeth Chevanne-Brachet (a sinistra) e Marion Clignet (a destra), ex cicliste, organizzatrici della corsa e al contempo sindacaliste del movimento femminile francese
Editoriale

Le macchine sul percorso? Comunque colpevolizziamo i ciclisti!

La vicenda del Tour des Pyrénées è una fantastica cartina di tornasole di come vengano giudicati - a livello di narrazione corrente - i diritti dei corridori, e di come sia giunta l'ora di fare un fagotto e disfarsi di certi vetusti concetti

12.06.2023 07:30

È necessario un ritorno sui fatti del Tour des Pyrénées 2023 consumatisi nel fine settimana appena concluso. Non mi dilungo a rifare la cronistoria di quanto è accaduto, potrete comodamente leggerla a questo link. Mi interessa invece analizzare la reazione rabbiosa degli organizzatori, entrando nel dettaglio delle parole che sono state usate per descrivere la situazione e per attaccare - come sempre succede! - quelli (in questo caso quelle) che vanno in bicicletta. A proferire le frasi che riporteremo - e che sono state raccolte ieri da La Nouvelle République des Pyrénées - è stato Pascal Baudron, direttore di corsa, ma tali concetti potrebbero essere stati espressi da chiunque, come vedremo.

Primo punto: “Le ragazze hanno pretese che non sono in linea col loro livello. Esse s'immaginano di essere al Tour de France, dove tutte le strade vengono chiuse, tutto viene bloccato. Ma in Francia questo non si può fare”. Avete voglia voi di parlare di professionismo anche al femminile, c'è chi ritiene che sperare di pedalare su una strada senza autoveicoli che ti vengono incontro sia una pretesa che va al di là del livello di chi tali pretese le manifesta. In parole povere: siete troppo poco importanti nel ciclismo per pensare di non dover rischiare per contratto la vita mentre fate una corsa. La colpevolizzazione della vittima: non “siamo mortificati per quanto accaduto”, ma “la responsabilità è vostra che non sapete cosa volete”.

Un capolavoro reazionario che non immaginavamo di poter trovare, sinceramente. Ma il retropensiero inizia a prendere forma, nell'analisi, e si chiarirà nelle frasi successive: cioè il ciclista, o la ciclista, deve solo tacere e non avanzare pretese, quali che esse siano. Se non è chiaro, il concetto base di tale vetta dell'illuminismo è che nemmeno il rischio della stessa vita può essere oggetto di contestazione, se il tuo livello non è quello del Tour de France.

Secondo punto: “Anche Marion Clignet ed Elisabeth Chevanne-Brachet (tra le organizzatrici del Tour des Pyrénées) dicono che le ragazze stanno segando il ramo su cui sono sedute. Il giorno in cui non ci saranno più corse, potranno piangere, ed è quello che accadrà”.

Qui siamo su vette praticamente inesplorate, anche se l'assunto l'abbiamo sentito tante volte: gli organizzatori vedono sempre le cose dal proprio punto di vista, e più di ogni altra cosa valgono i diritti delle corse. Con il consueto ricatto andato in scena in ogni puntuale occasione in cui c'è stato da discutere per esempio al Giro d'Italia maschile. Da ogni parte del coro greco si è levata un'unica voce, “voi ciclisti dovete tenere a cuore la salvaguardia delle corse in cui gareggiate”. Beh, forse non è più il caso di considerare seria questa argomentazione, che semmai va ribaltata così: “voi corse dovete garantire degli standard a salvaguardia delle persone che gareggiano sulle vostre strade”.

Ma perché mai i corridori e le corritrici, che già hanno i loro problemi, dovrebbero accollarsi pure quelli degli organizzatori? Non c'è la possibilità di organizzare a un certo livello? Non si organizza, punto. Cominciamo a pensarla un po' così. Che in tal modo le corse chiuderanno è una petizione di principio tanto simile a quella (sì, lo so che sono ripetitivo e che avevo già accennato qui a questo paragone) degli industriali che respingevano le legittime richieste degli operai già 100 o 150 anni fa: “Se vi accontentiamo la fabbrica chiuderà!”, e quelli chiedevano solo di lavorare 13 ore al giorno anziché 14… L'ho già scritto un mese fa e lo ripeto con forza oggi: non bisogna più accettare tali concetti antisindacali, in quanto del tutto fuorvianti oltre che ridicoli e retrivi.

Ma le vette inesplorate a cui accennavo riguardano proprio le dichiaratrici di tale concetto, Clignet e Chevanne-Brachet: si tratta nientemeno che delle due creatrici nonché co-presidentesse dell'AFCC, ovvero il sindacato femminile francese! Proprio così, due ex cicliste che si sono dedicate a fondare l'associazione ma che non colgono oggi l'assurdo di propagandare tesi totalmente contrarie agli interessi delle loro stesse associate. Ritroviamo qui l'atteggiamento alla Cristian Salvato, o insomma lo stile di quei corridori degli anni ‘80 o ’90 che sono fatalmente imbevuti di un altro senso del ciclismo e che onestamente hanno davvero fatto il loro tempo. Grazie di tutto l'impegno che innegabilmente c'è stato, grazie per la passione che ci avete messo, ma addì 12 giugno 2023 voi non potete proprio fare i sindacalisti o le sindacaliste, è una questione di physique du rôle. Possiamo chiedere di non vedere più un rappresentante sindacale propugnare tesi antisindacali? Ebbene, lo chiediamo.

Terzo punto: “Sinceramente mi dico che non vale la pena organizzare una gara per vedere tutti quei mesi di fatica rovinati per i capricci di bambini viziati. E penso a tutti i volontari che vengono mobilitati, per essere chiaro: è una catastrofe per il loro morale”. Oddio santo, qui vorrei davvero mettermi a piangere per la commozione, ma non ci sto riuscendo perché è talmente palese il giochino che semmai ho un rigurgito. Ormai ho imparato che il livello successivo del ricatto morale ai danni dei corridori, dopo quello del bene della corsa, è proprio quello dei volontari impegnati nell'organizzazione. Ce ne sarebbe anche un terzo, quello dei tifosi delusi dal mancato passaggio della corsa, ma il buon Baudron non si è spinto fin lassù.

Ancora: non è responsabilità dei corridori se voi avete organizzato una corsa mancante delle più elementari norme di sicurezza. Dico di più, ripensando al maltempo del Giro maschile: non è responsabilità dei corridori se a volte si verificano eventi che mettono in discussione la sicurezza in gara, e sui quali bisogna decidere magari in anticipo (come avvenuto per i fatti di Borgofranco d'Ivrea). Perché questo parallelo Pyrénées-Giro? Ma è semplice: perché, sia che si parli di pioggia e freddo, sia che si parli di auto sul percorso, gli argomenti di chi attacca i ciclisti sono i medesimi: non vi pare strano? Questa bizzarra coincidenza non vi stimola qualche basilare riflessione?

E poi, il colpo di classe finale, quel “bambini viziati” che dice tutto di come i corridori e le corritrici vengano considerati e considerate se solo osano non mettere la testa sull'immaginario patibolo dell'eroismo a tutti i costi (che poi: che eroismo sarebbe correre su un percorso pieno di autoveicoli estranei alla corsa?). Il fatto è che i forzati della strada evocati ancora nei giorni scorsi in un articolo del nostro Gaviglio continuano a essere la pietra di paragone con cui confrontare le presupposte mammolette d'oggi.

Anche basta, penso che pure questo sia un residuo di pensiero (per di più debole) del secolo scorso. Si dà il caso che detto secolo sia finito da 23 anni buoni: ce ne vogliamo accorgere o fingiamo di essere ancora nel ‘900? Datevi una regolata con le vostre metriche, perché se vedo bene non c'è più tanta disponibilità da parte del gruppo (maschile e femminile) di assecondare certe masturbazioni mentali. Semmai cresce la necessità di urlare che “no, non siamo bambini viziati, vogliamo solo fare il nostro lavoro nelle migliori condizioni”. E questa, dal mio punto di vista, è una boccata d'aria fresca in un ambiente stantio e a volte addirittura malsano come quello del ciclismo.

La crisi infinita del ciclismo tedesco
Girmay riaccende la festa eritrea
Marco Grassi
Giornalista in prova, ciclista mai sbocciato, musicista mancato, comunista disperato. Per il resto, tutto ok!