Damiano Caruso © Bahrain-Victorious - SprintCycling
Lo Stendino di Gambino

Magari fosse l'anno zero per il ciclismo italiano!

Aggrappati ancora a Caruso nei grandi giri, con poche chance di vincere una monumento, continuiamo a vivere col pedale azzurro una lunga transizione. L'unica certezza, Ganna. Ma se non altro, ci sono ampi margini di miglioramento...

17.01.2023 21:35

Le feste, si sa, inducono sempre buoni propositi. Ne consegue che il mese di gennaio, nel mondo delle due ruote, equivale alle campagne elettorali dei nostri amati politici, infarcite di utopiche promesse di ogni tipo. Solo i diarchi dichiarano che vinceranno il Tour de France. È lapalissiano che almeno uno dei due si sbaglia ma difficilmente vedremo l'inserimento d'un terzo incomodo. Di certo è che Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard fanno talmente paura da provocare una migrazione in massa verso il Giro d'Italia degli altri potenziali aspiranti alla vittoria in una corsa di tre settimane: meglio così, soprattutto considerando che, escluso Juan Ayuso, la Vuelta, forse anche per la sua collocazione nel calendario, assume sempre più i connotati d'un esame di riparazione settembrino cui nessuno vorrebbe partecipare. Poi, come avviene a scuola, qualcuno è costretto a prender parte.

Grandi giri o classiche monumento, poco importa: per il ciclismo maschile azzurro un podio in uno dei primi o la conquista di una delle seconde nel 2023 equivarrebbe alla manna scesa dal cielo. Sono passati solo 15 mesi dal trionfo di Sonny Colbrelli, mascherato di fango, al velodromo di Roubaix. Quanto dovremo aspettare per vivere nuovamente una gioia simile? Per fortuna l'altra metà del cielo ci ha regalato un 2022 scintillante nel segno di Marta Cavalli e delle due Elisa, Balsamo e Longo Borghini, capaci di ritagliarsi spazi prestigiosi in mezzo ai trionfi di Annemiek van Vleuten.

A cosa può puntare quest'anno l'Italia a livello élite maschile? Di certezza, ce n'è una sola: Filippo Ganna. Il granatiere verbanese ha vissuto lo scorso anno una stagione travagliata in cui gli obiettivi prefissati, la prima maglia gialla al Tour e la conferma dell'iride contro il tempo, gli sono sfuggiti. Poi, in zona Cesarini, è arrivato il riscatto con il fantastico 56.792 km/h ottenuto l'8 ottobre sulla pista elvetica di Grenchen con il quale non solo ha conquistato il record dell'ora, strappandolo al compagno di squadra dell'Ineos Grenadiers, il britannico  Dan Bigham, ma ha anche posto fine a quasi 40 anni di controversie, riunificando in un sol colpo record e miglior prestazione sui 60 minuti.

Quest'anno Filippo sarà al via di Milano-Sanremo, Parigi-Roubaix e Giro d'Italia. La prima maglia rosa nella crono lungo la Costa dei Trabocchi in Abruzzo pare l'obiettivo più accessibile. Sulle due classiche molto dipenderà dalle strategie di squadra. Non sarà al via del Tour per preparare al meglio il mondiale scozzese di metà agosto. Superato questo appuntamento, si spera con la maglia iridata nuovamente sulle spalle, mi piace pensare che il campione del VCO concluda la sua stagione attraversando l'Oceano Atlantico per estendere il suo record dell'ora sulla pista messicana di Aguascalientes. In altura, non mi prendete per pazzo, credo possa andare vicino ai 58 km/h. Resta, infine, da capire, il nome della sfortunata vittima che disputerà con lui il rinato Trofeo Baracchi.

Saprà risorgere Damiano Caruso dopo una stagione di autoflagellazione? In attesa che venga aperta una commissione d'inchiesta governativa sulla sua mancata partecipazione all'ultimo Giro d'Italia, prendiamo atto con piacere che il ragusano tornerà quest'anno alla corsa rosa. Il problema è che il lotto dei partenti sarà molto più competitivo di quello, oggettivamente scarso, del 2022. Battere uno tra Remco Evenepoel, Primoz Roglic e Geraint Thomas forse sarebbe stato possibile; due, difficile; tre, realisticamente quasi impossibile anche perché nel frattempo sono passati due anni dalla straordinaria, forse irripetibile, prova del 2021. Riuscisse nell'impresa, Caruso, a 35 anni e quasi 7 mesi, diventerebbe il vincitore più anziano del Giro, spodestando Fiorenzo Magni che, a 34 anni e mezzo, nel 1955 trionfò per soli 13” su Fausto Coppi.

Con Giulio Ciccone allergico a fare classifica e Fausto Masnada votato alla causa di Evenepoel, c'è il serio rischio che a portare a casa un piazzamento dignitoso, oltre all'aquila degli Iblei, ci sia solo l'eterno Domenico Pozzovivo, sempre che nel frattempo riesca a trovare ingaggio in una una squadra World Tour. Con Alberto Dainese, vincitore della frazione di Reggio Emilia l'anno scorso, e Matteo Trentin, l'unico italiano - con Alberto Bettiol - che può aspirare a far bene in una monumento, indirizzati verso il Tour, toccherà al veterano Elia Viviani e al giovane Luca Mozzato tenere alto il nome dell'Italia nelle poche volate offerte dal prossimo Giro. Guardiamo con fiducia al futuro. Ci sono ampi margini di miglioramento.

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