Davide Martinelli (MBH Bank CSFB Telecom Fort)
Professionisti

Martinelli e la MBH: "L'obiettivo è il Giro. E il Tour de Hongrie è il nostro Tour de France”

Intervista a Davide Martinelli, ds della nuova professional italo-ungherese MBH Bank CSB Telecom Fort, squadra Professional che dal 2024 ha ricevuto l’impulso decisivo da uno sponsor ungherese per il salto di categoria

Ripubblichiamo su Cicloweb, nelle modalità tradizionali, l'intervista a Elia Viviani, che apriva l'undicesimo numero di Muri || la Newsletter breve ma intensa di Cicloweb. Iscriviti qui per leggere in anteprima i nostri contenuti, ricevendo la nostra newsletter sulla tua casella email ogni martedì!


Davide Martinelli, 31 anni, è uno dei volti nuovi della panchina del ciclismo italiano. Vicecampione europeo under 23 a cronometro, ha corso tra gli altri con la Quick-Step prima di appendere le scarpe al chiodo relativamente presto e intraprendere la carriera da direttore sportivo. Oggi guida la MBH Bank CSFB Telecom Fort, squadra Professional nata sulle solide fondamenta della storica Colpack di Bergamo (da più di trent’anni in attività) che dal 2024 ha ricevuto l’impulso decisivo da uno sponsor ungherese per il salto di categoria. Quest’anno la squadra si presenta con un roster rinnovato: accanto ai giovani cresciuti in casa sono arrivati nomi di peso come Fancellu, Masnada e Verre. Lo abbiamo raggiunto a pochi giorni dalla NXT Classic nei Paesi Bassi.

Ci ha concesso un’ora del suo tempo per una lunga chiacchierata, che qui sintetizziamo, ma che trovate per intero sul canale YouTube di Cicloweb (dove ci perdonerete qualche intoppo di connessione)

Marco Francia: «Come si prepara una gara come quella che avete in programma nei Paesi Bassi? Qual è il tuo ruolo concreto nei giorni che precedono la partenza?»

Davide Martinelli: «Ci sto lavorando proprio in queste ore, ero al telefono cinque minuti fa con alcuni corridori. Quando manca circa una settimana e la squadra è definitiva, si crea un gruppo WhatsApp con tutte le informazioni sul percorso. C’è una responsabile logistica e cerchiamo di far arrivare tutti gli atleti più o meno contemporaneamente sul posto. Ma la parte che occupa più tempo, negli ultimi anni, è lo studio della gara: devi avere il percorso chiaro chilometro per chilometro, segnalare i punti critici, i restringimenti, i sottopassi, le curve particolari negli ultimi chilometri prima di una salita. I corridori oggi arrivano già preparati, usano Strava, VeloViewer, conoscono il percorso. Quindi in riunione vai veloce e cerchi il pelo nell’uovo. Ho capito che la riunione deve essere breve e concisa: se passi i cinque minuti i corridori sono già stufi prima di iniziare, non devi tediarli».

MF: «L’intelligenza artificiale ti è utile nel tuo lavoro?»

DM: «Sì, mi aiuta molto nell’organizzazione logistica. Per esempio: devo far arrivare cinque corridori da Budapest, dalla Polonia, dall’Italia, e voglio che atterrino nell’arco di un’ora e mezza — chiedo all’AI di suggerirmi i voli compatibili. Sul percorso, invece, ancora poco: bisogna mettersi su Google Maps o WeloViewer e scorrere tutto a mano. Però ho già detto a qualcuno: il giorno che riuscissero a sviluppare un’app in cui inserisci il file GPX e ti restituisce i punti chiave con una presentazione già pronta, quella la vendono. Il pacchetto premium lo fai il giorno dopo».

Paolo Armentini: «La vostra squadra nasce da una storia trentennale. Qual è la ‘mission’ di questa nuova MBH Bank?»

DM: «La mission principale è partecipare al Giro d’Italia. L’obiettivo concreto è chiudere tra le prime trenta squadre del ranking entro fine anno, per poter ricevere l’invito da RCS nel 2026. Non è facile: siamo in lotta serrata con tre o quattro squadre per un paio di posti. Una settimana siamo ventottesimi, quella dopo trentesimi. Però ho imparato a vivere la classifica in modo sereno: nel ciclismo basta una corsa, quattro corridori nei primi dodici, e recuperi quello che hai fatto nel mese precedente. Poi, oltre al Giro d'Italia, il Tour de Hongrie. Per noi è quello che il Tour de France è per i francesi. Lo sponsor è ungherese, la corsa è di casa loro, e ben figurare lì è fondamentale. Negli ultimi due anni ci siamo sempre riusciti: l’anno scorso una top 10 in classifica generale per una Continental non era male, due anni fa un secondo posto di tappa con Quaranta che rischiò di diventare vittoria. Sono quei risultati che ti tengono in vita agli occhi di chi investe.»

la MBH Bank CSFB Telecom Fort 2026
la MBH Bank CSFB Telecom Fort 2026

 

PA: «C’è un fenomeno che abbiamo visto spesso negli ultimi anni: corridori che corrono quasi gratis in Continental o addirittura èlite, poi esplodono. Come è possibile che le Professional se li lascino sfuggire?»

DM: «Succede più spesso di quanto si pensi, e le ragioni sono diverse. La prima è che lo stesso atleta magari galleggia finché ha l’acqua alla gola, poi gli scatta qualcosa nella testa e cambia tutto. Il talento c’era, mancava la maturità. La seconda è più strutturale: il ciclismo è pieno di gare, qualcuno le deve vincere, e non possono essere sempre i corridori World Tour o Professional. D’Aiuto, che ha appena vinto alla Coppie Bartali, l’abbiamo valutato, ma selezionare un corridore a 24 anni non si sposa con la filosofia attuale, che è estremista nell’altro senso. Ormai si cercano i diciottenni, a volte i sedicenni — tutti a caccia del nuovo Pogačar, del nuovo Evenepoel. E questo significa che un corridore di ventitré, ventiquattro anni che sta esplodendo, per molte squadre è già fuori radar. Io questa filosofia non la condivido, ma è quello che vedo.

Per quanto riguarda la gara a selezionare i corridori (o a essere selezionati perché sono loro che ti scelgono) tra le Professional, le Development e le Continental, è vero che le devo hanno più attrattiva, ma bisogna vedere quanti poi dalla devo passano pro. Io se ho scelta tra un contratto da professionista e uno con una devo firmo quello da professionista. Spesso poi nelle devo ci sono pochi corridori che possono fare la loro corsa, e sei già in una logica dove non puoi metterti in mostra: nella mia squadra in pochi mesi tutti hanno più o meno avuto la loro occasione di correre per sé stessi. Perché sei già professionista, hai la gara per te, cresci. Chi rimbalza da una Devo sa già che difficilmente verrà ripescato, perché qualcosa non ha funzionato»

Oltretutto le Continental sono molto più vicine alle Professional di quanto le Professional lo siano alle World Tour. Senza alcun dubbio. I corridori Continental hanno preparatori di primo livello, misuratori di potenza, nutrizione, a volte bici migliori di alcune squadre Professional. Il vero abisso — di budget, di struttura, di media — è tra Professional e World Tour. Parliamo di rapporti da uno a venti, non da uno a tre. E questo rende tutto più complicato: la selezione dei corridori, la visibilità, la capacità di attrarre investitori.»

MF: «Avete preso corridori dal World Tour — Fancellu, Masnada, Verre. Se si fossero stati ad esempio francesi avrebbero lo stesso percorso, o andrebbero direttamente in una squadra World Tour?»

DM: «La logica della domanda non fa una piega. In Italia non c’è neanche una squadra World Tour. Se sei francese, hai tre, quattro o cinque squadre del tuo paese in quella categoria, quindi le possibilità di restare ad alto livello si moltiplicano. Noi cerchiamo di rilanciare atleti che hanno già dimostrato di poter stare lì, e saremmo contenti se ci riuscissimo. Ma il dato di fatto è che la World Tour italiana non esiste, e questo pesa

Alessandro Fancellu durante la Settimana Coppi e Bartali 2026
Alessandro Fancellu durante la Settimana Coppi e Bartali 2026

PA: «Passiamo alla multidisciplinarietà. Anche tu sei cresciuto correndo su più fronti: utilizzi questo approccio con i tuoi atleti?»

DM: «Credo che nella crescita di un atleta la multidisciplinarietà possa dare qualcosa in più, soprattutto nella guida della bicicletta. Abbiamo un corridore ungherese, Zsombor Tamás Takács, campione nazionale di ciclocross e mountain bike, e mi piace il suo approccio. Però vado un po’ contro tendenza: a certi livelli, il calendario è così serrato e le richieste di performance così alte che sparare cartucce in più discipline finisce per toglierti qualcosa dove conti di più. Pidcock ha lasciato il ciclocross e si è visto subito. Van der Poel dice che lo lascerà. Le richieste della strada oggi sono molto alte, e anche a livello di visibilità il ritorno è diverso. Tranne Van der Poel, tutti gli altri hanno un posto dove si esprimono meglio. Bisogna saperlo scegliere, e farlo prima che sia troppo tardi. Detto questo, dobbiamo tenere in considerazione che tra due anni i punti di fuoristrada e pista conteranno nel ranking UCI. Non chiedermi cosa ne penso, diciamo che la mia faccia ha già espresso la mia opinione…»

MF: «Come si costruisce concretamente una classifica del genere? Ci sono gare più strategiche di altre?»

DM: «Assolutamente sì. Le gare World Tour le facciamo, ma alle Strade Bianche un nostro DS aveva già chiarito in che condizioni si prendono punti: ‘Solo se cadi!’ e quella citazione è rimasta. Il vero territorio di caccia sono le 1.Pro e 2.Pro: danno molti punti e il livello medio è più gestibile. Il Giro di Turchia, per esempio, è un ottimo compromesso: competitivo ma non blindato dalle dieci World Tour come succede altrove. Stessa cosa la Ruta del Sol. Poi ci sono le corse asiatiche, che negli ultimi anni sono venute alla ribalta proprio perché le squadre le evitavano — lontane, poco seguite — e invece danno punti significativi. Il problema è che questo sistema ha distorto un po’ la logica sportiva: ti può capitare di avere tre corridori davanti e dover dire agli altri due di fare comunque la volata, per non perdere punti. Non è il ciclismo che mi piace, però è la realtà con cui lavoriamo.»

MF: «Voi quest’anno avete fatto il salto a Professional con tredici corridori provenienti dal vostro vivaio. Era anche nel progetto fare gare under 23 in parallelo, ma le regole lo hanno impedito. Che effetto ha avuto?»

DM: «È stato un peccato soprattutto per la crescita degli atleti. Li abbiamo messi direttamente a competere con professionisti di alto livello, senza quel cuscinetto di sette-otto gare under 23 dove puoi ancora distinguerti e toglierti soddisfazioni a un livello leggermente più accessibile. Dico leggermente, perché le Development di oggi hanno gli stessi materiali, gli stessi preparatori delle World Tour. La differenza non è il 30% — è il 3%. Però psicologicamente, avere ancora uno spazio dove puoi fare la tua gara, costruire la tua identità da corridore, avrebbe aiutato. In una grande squadra rischi di sentirti un numero. Da noi, in questi mesi, quasi tutti hanno già avuto la loro occasione. Questo, alla fine, vale qualcosa.

L’unica chance che vedo è qualcosa di statale, come accade per Kazakhstan, UAE, Bahrain. In Italia potrebbe passare per un ente come ENI, o per istituti di credito importanti. Non è semplice — e le grandi aziende spesso preferiscono sponsorizzare eventi, dove la visibilità è immediata e misurabile. Ma l’assenza di una World Tour italiana pesa, e non solo a livello atletico: il know-how c’è eccome. Vai in qualsiasi paddock e la metà dello staff è italiana. Ineos, UAE — ovunque ci sono italiani ai vertici tecnici. Il nostro sponsor ha scelto noi italiani proprio perché a loro dire lavorano bene»

la MBH Bank CSB Telecom Fort al via della Strade Bianche 2026
la MBH Bank CSB Telecom Fort al via della Strade Bianche 2026

PA: «Sul mercato dei corridori, hai detto una cosa interessante: oggi sono loro che scelgono te, non viceversa. Come funziona davvero?»

DM: «Lo dicevo riferendomi ai corridori di vertice assoluto — quelli con podi e maglie mondiali. Lì, sì, scelgono loro. Sicuramente un campione del mondo under va in una Development: se va firmando il contratto da professionista è ok, ma non è detto che poi faccia carriera: bisogna tirare le somme e vedere cosa raccogli. Inoltre non tutte le World Tour sono uguali: alcune hanno un clima più familiare, altre fanno più fatica supportare chi non è fatto, finito e pronto, e si vede che tanti non riescono a reggere un certo tipo di organizzazione.»

MF: «Concludo con una domanda personale: come è stato il passaggio da corridore a direttore sportivo, come lo vivi ora? Ci sono stati punti di riferimento, oltre a tuo padre?»

DM: «C’è sempre da imparare, anche oggi, da mio padre [Giuseppe], poco alla volta guardando e commentando le gare con lui acquisisci l’esperienza. Poi mi piace l’adrenalina che mi dà la corsa, mi danno i corridori. Quando torno da una corsa ho bisogno di una gironata slow down. L’aspetto organizzativo richiede tanto, i corridori sono molto esigenti, devi essere preparato su tutto. Qualche pedalata me la faccio, anche mia moglie pedala. Con gli atleti non riesco, vanno troppo forte…Mi piacerebbe farlo di più, ti senti più sul loro piano. Credo che siano loro che devono riconoscere un rifermento in te. Se devi importi vuol dire che qualcosa è andato storto.

Per il resto, io anche da corridore sono stato un grande osservatore, cercavo di capire le visioni dei vari ds. Quando ero in Quick Step sopratttutto, c’erano corridori molto preparati, ed è stato essenziale perché ero appena passato. Già da lì avevo capito che avrei voluto fare il direttore sportivo».

Fiandre, molto più di una corsa: in bici tra pietre, memoria e cultura
È sempre più il GP Miguel-Ion Indurain: terzo successo personale per Izagirre