Roberto Visentini e Stephen Roche, rivali di squadra al Giro d'Italia 1987
L'Artiglio di Gaviglio

Dieci, cento, mille Visentini!

In un ciclismo e, più in generale, un’epoca improntati al politically correct, quanto ci mancano personaggi genuinamente malmostosi come il bresciano (giustamente) infinocchiato da Roche a Sappada ’87?

24.05.2024 15:01

No, non sarò certo io a raccontarvi per la trecentoventiquattresima volta del Tradimento di Sappada: ma approfittando del ritorno del Giro d’Italia sulla scena del delitto, le stesse strade friulane in cui il 6 giugno 1987 Stephen Roche sferrò un clamoroso attacco al compagno di squadra Roberto Visentini sfilandogli la maglia rosa, vale la pena tornare, piuttosto, sullo scambio di battute avvenuto la sera prima tra i diretti interessati.

Le impareggiabili doti diplomatiche di Visentini

In quel tempo, raccontano i Vangeli, con tutta la Carrera – compreso lo sponsor, patron Tacchella – riunita a cena al ristorante dell’albergo in cui alloggiava la squadra padrona della corsa, il direttore sportivo Davide Boifava, constatando la prima posizione in classifica di Visentini con 2’42” proprio su Roche e 3’12” sul primo (o almeno, così si pensava) degli avversari, lo svizzero Tony Rominger, se ne uscì con una frase del tipo: «Vinciamo questo Giro con Roberto e poi andiamo al Tour per provare a vincerlo con Stephen e Roberto a dargli una mano». Se non che il buon Visentini, ignorando ogni forma di cautela o di formalità a cui chiunque altro, nella sua posizione e senza bisogno di essere Von Clausewitz, sarebbe ricorso, pensò bene di rispondere «Col piffero! Io a luglio me ne sto con le palle a mollo al mare!».

Ecco, gli ermeneuti dibattono ancora sulle esatte parole pronunciate dall’allora maglia rosa, ma c’è una sostanziale unanimità di giudizio su quella che fu la sostanza, di quel discorso. Di modo che l’azione consumata all’indomani da Roche, così contestualizzata, risulta decisamente meno spregevole, e certamente più comprensibile, di quanto non venga solitamente raccontata. Ma qui non interessa entrare nel merito di una vicenda ormai prescritta dal tribunale della storia nei cui archivi, all’anno 1987, si staglia l’allucinante triplete Giro-Tour-Mondiale conquistato da Roche. Ciò che ci appassiona non è la parabola dell’irlandese, bensì quella di Visentini. Visentini, e la sua disarmante genuinità, trapelata in quella frase e poi sfociata in tutta la sua evidenza nella crisi di nervi che sarebbe seguita ai fatti di Sappada, con conseguente ritiro dal Giro e, sostanzialmente, fine della carriera ad alti livelli e successivo addio al mondo del ciclismo.

Gli emuli di ieri…

Immagini che parlano: "Vuoi che diciamo anche la cifra?"

Nell’epoca del politicamente corretto dilagante – che si ripercuote anche in un ciclismo fatto di baci e abbracci post gara, di occhialini e maglie rosa regalate e di un fair play magari pure sincero, ma sicuramente ostentato a favore di social network – in quest’epoca, dicevamo, personaggi come Visentini mancano terribilmente. Magari anche antipatici, ma trasparenti; e incapaci di nascondere le proprie emozioni, tanto nei rapporti con compagni e avversari, come davanti ai microfoni. Quanto sarebbe stato bello, ad esempio, goderci per qualche anno ancora le sparate di Riccò? (E a proposito, chissà se davvero Sella e Pozzovivo pensavano di poter vincere il Giro con quella tirata!) Quanto ci mancano le rosicate di Gilberto Simoni di fronte ad un Basso che prima gli chiede di non staccarlo scendendo dal Mortirolo, ma poi lo semina salendo all’Aprica? Ivan, vuoi che diciamo la cifra?

…e quelli - troppo pochi - di oggi

Pensando ai protagonisti di oggi, ma quanto ci divertiremmo se un giorno, di punto in bianco, Van Aert mandasse a quel paese Vingegaard, stufo di sbattersi così tanto per lui al Tour, o Van der Poel ammettesse che a Sanremo gli sono girate le scatole a sacrificarsi per Philipsen? Oppure, ancora, che faccia faremmo se Pogačar – il santo, l’apostolo Tadej! – prendesse a male parole Rizzato nelle interviste dopo l’arrivo?

Coccoliamoci, allora, quel vecchio brontolone di Lefevère e le sue intemperanze, a maggior ragione se davvero sono servite a scuotere Alaphilippe dal torpore in cui era caduto negli ultimi tempi. E che Julian pensi bene di non regalare nient’altro a Maestri, se dovessero tornare ad incrociarsi sulla strada: basta la maglia donatagli l’altro giorno. Viva Fabio Aru quando getta via la «c. di bici!», viva Chris Froome quando… chiede alla moto di allontanarsi e viva Nairo Quintana quando attacca i compagni di fuga dopo essere stato a ruota tutto il giorno, o prova il colpo di reni per strappare la Cima Coppi a Pellizzari!

E tutto sommato viva anche Remco Evenepoel e le sue arrabbiature, i suoi gesti plateali e le sue pose: che tutto me lo fanno stare fuorché simpatico, ma che arricchiscono il racconto delle gare a cui partecipa di qualcosa di più che non siano le vam e i wattaggi. Ma soprattutto viva Giulio Ciccone, Porca Madonza!

 

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