Editoriale

Muri #13: In debito d'ossigeno

Nel tredicesimo numero di Muri si parla del rapporto tra ciclismo e clima, dalle emissioni del Giro al caso Santos/Tour Down Under,e si scala una rampa di cemento sulle Maddalene che nessuna corsa vorrà mai toccare

21.04.2026 12:38

Il tredicesimo numero della newsletter Muri è online da questa mattina con due muri tenuti insieme da un filo sottile: la fatica, e il conto che prima o poi va pagato.

Dal Giro al Tour Down Under: chi paga il conto

Il primo è un'analisi sul rapporto tra ciclismo professionistico e cambiamento climatico. Il punto di partenza sono i Legacy Reports del Giro d'Italia 2023 e 2024, i primi documenti seri che un grande organizzatore italiano ha prodotto per misurare le proprie emissioni. I numeri sono precisi e scomodi: 1.184.325 kg di CO2 equivalente nel 2023, saliti a 1.329.870 nel 2024, con oltre mille mezzi coinvolti ogni giorno tra organizzazione, squadre, fornitori e media. Non è poco, anche se è molto meno di quanto producano sport con stadi, franchigie intercontinentali e flotte di Boeing. Il Giro ha il merito raro di averlo misurato e pubblicato.

Se il Giro deve controllarsi, c'è già chi vede il proprio futuro a rischio per il clima: il Tour Down Under ha dovuto modificare il proprio finale per temperature superiori ai 42°C, mentre il naming sponsor si chiama Santos, uno dei più grandi produttori di gas naturale liquefatto del paese. "È imbarazzante", ha detto l'ex campione nazionale Cyrus Monk. La campagna dell'associazione FrontRunners, le parole di Maeve Plouffe e Grace Brown, la ricerca pubblicata su Scientific Reports su cinquant'anni di stress termico al Tour de France, le parole di Guillaume Martin sulla Vuelta 2024. Tutto converge sulla stessa domanda, che lo sport non può più rimandare: chi paga davvero il conto?

Jay Vine al Tour Down Under 2026 ©Getty Images
Jay Vine al Tour Down Under 2026 ©Getty Images

Un murissimo in cemento sopra la Val di Non

Il secondo pezzo inaugura una nuova serie a cadenza irregolare: i murissimi. Salite che non vedranno mai una corsa su strada, e probabilmente per buoni motivi. Il primo è il Rifugio Maddalene, sopra Rumo in Val di Non, territorio che i lettori di questa settimana potrebbero avere ancora negli occhi, essendo transitato dal Tour of the Alps. Da Marcena sono 6,5 km con una media del 14,7%: i primi due alternano tratti pedalabili a impennate in sampietrini, poi l'asfalto lascia il posto al cemento e la salita smette di fingere. Gli ultimi tre chilometri viaggiano al 20,9% di media con punte vicine al 30%. Francesco Dani lo ha percorso ed è sopravvissuto per raccontarvelo, con la consolazione, almeno, di un panorama sull'arco dolomitico che nelle giornate limpide vale quasi la pena del supplizio.

il profilo della salita al rifugio Maddalene
il profilo della salita al rifugio Maddalene

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