Vogliamo dire due parole sul Giro 2022?

Analisi ragionata del percorso della prossima corsa rosa: la durezza non manca, la “vueltizzazione”, purtroppo, nemmeno. Crono al limite della scomparsa, chilometraggi limati, over 2000 quasi assenti. Ma ci si divertirà lo stesso

Com’è il disegno del Giro d’Italia 2022? Insolito, rispetto agli standard degli ultimi anni. Vale la pena di fare delle considerazioni a priori prima di analizzarlo tappa per tappa ed infine trarne un giudizio finale. Quello che è evidente è che per il prossimo anno Vegni sta puntando molto (forse invano, ma questo per ora non lo sappiamo) sull’eventuale presenza di Pogacar, che per il momento ha escluso la sua partecipazione, ma forse non ha ancora ricevuto proposte definitive di ingaggio da RCS. Un obiettivo necessario per scongiurare l’assenza totale di big, che nel 2021 non ha rappresentato un problema per la sicura presenza di Bernal, nonché di quasi tutti i capitani (basti pensare alla Bahrain che schierava quasi la miglior formazione possibile) ad eccezione dei soliti 5 atleti di riferimento. Per il 2022 si prospetta invece una situazione leggermente diversa visto che nessun grande nome ha ancora annunciato la sua presenza, eccetto Pidcock, che sicuramente sarà un grande fattore di interesse per la Corsa Rosa.

Al netto di tutto ciò vanno analizzati una serie di elementi che hanno determinato la scelta di questo percorso che probabilmente presenta tre gradi di analisi progressiva: il primo è quello mediatico, in cui si spaccia questo Giro come uno dei più duri di sempre enfatizzando dislivelli (gonfiati) da capogiro; il secondo è quello degli addetti ai lavori, che sicuramente si saranno accorti delle varie anomalie (in primis la tappa più lunga di “soli” 201 km e la miseria dei 26 km a cronometro complessivi) e molto probabilmente hanno anche assecondato o suggerito determinate scelte (come ammesso dallo stesso Vegni); il terzo è quello che possiamo suppore di Vegni e dei più stretti collaboratori che sono comunque riusciti a mantenere un’elevata durezza complessiva, nella speranza di vedere spettacolo negli ultimi giorni al netto di alcuni grandi difetti (tra cui quelli già citati).

Probabilmente l’approccio più sensato che si possa avere nella lettura di questo percorso è quello di ponderare sincronicamente questi tre livelli di analisi, che in fondo non sono che la sequenza di pensieri che in questi giorni hanno percorso la mente di chi sta scrivendo l’articolo. Passiamo dunque al percorso.

Il Giro partirà dall’Ungheria, però con un percorso diverso rispetto a quello previsto per il 2020 e poi annullato. Sicuramente apprezzabile il tentativo di variare il modello classico, collocando la cronometro (identica stavolta a quella del 2020) al secondo giorno e concludendo la prima tappa a Visegrad, dopo una salita di circa 5 km al 5%. Una disposizione che probabilmente favorirà plurimi cambi di maglia rosa già in queste prime tappe, elemento più che positivo per lo spettacolo. La trasferta ungherese si conclude con una lunga tappa per velocisti appena ondulata che non dovrebbe riservare sorprese.

Le cose cambiano al ritorno in Italia, che avviene in Sicilia e con l’ormai consueta scalata dell’Etna, al termine di una tappa piuttosto esigente fin dalla partenza. Interessante la scelta di compiere una sorta di zig-zag per aumentare il dislivello e spezzare in due la salita, che si sviluppa sul versante del 2018 fino a quota 1160, per 9.2 km al 7.4% (in verità la strada sale per oltre 20 km con una media superiore al 5%) con tratti in doppia cifra prima di Ragalna e nei pressi dello scollinamento; sul versante tradizionale di Nicolosi (quello di Contador) per gli ultimi 13.5 km, con una media del 6.2% (leggermente falsata dagli ultimi 800 metri in leggera discesa). Una ripartenza molto esigente che avviene dopo un lungo trasferimento e il giorno di riposo, contesto che può riservare qualche sorpresa.

Nei due giorni seguenti dovrebbero tornare di scena i velocisti, prima con una tappa abbastanza esigente tra Catania e Messina – con l’ascesa di Portella Mandrazzi che potrebbe invitare qualche squadra a cercare di staccare i velocisti più puri – poi tra Palmi e Scalea, stavolta con una tappa priva di insidie sostanziali. La 7a tappa è sicuramente una delle più affascinanti, nonché una di quelle che mantengono vivi i valori tradizionali del Giro: una cavalcata appenninica di 198 km e zeppa di salite (oltre 4000 metri di dislivello); praticamente un tappone da un punto di vista meramente numerico, con il difetto di avere la salita più dura (ovvero il Monte Scuro, 6 km quasi tutti in doppia cifra) a 60 km dal traguardo, un po’ troppi per essere solo al settimo giorno. Il rischio di vedere attendismo e fughe di attaccanti fuori classifica è molto alto, ma in ogni caso il finale ondulato per le vie di Potenza dovrebbe garantirci un po’ di movimenti.

Comunque vada questa tappa lascerà molte tossine che potrebbero essere accusate nello scoppiettante circuito di Napoli. Sarà una tappa insolita, sostanzialmente priva di respiro, in cui tutto dipenderà dall’approccio del gruppo. Il circuito vero e proprio consta soprattutto di due asperità oltre ad una serie di strappetti: quella di Monte di Procida (quasi 2 km con una media del 7%) e il muro un po’ fiammingo di Via Petronio (700 metri al 9%). Il ritorno verso Napoli non è assolutamente scontato grazie alla salita verso la Solfatara e quella verso Posillipo, con scollinamento posto a 10 km dal traguardo, di cui i primi 4 sono di discesa piuttosto tecnica. Nella peggiore delle ipotesi dovrebbe trattarsi di volata ristretta.

Non meno interessante, soprattutto alla luce delle due tappe precedenti, è lo spauracchio domenicale del Blockhaus, o più in generale di una tappa esigente fin dalla partenza che finisce per essere una delle più dure di tutto il Giro. Da un lato non si tratta sicuramente di unipuerto (sono previsti circa 4000 metri di dislivello e soprattutto una prima ascesa a Passo Lanciano da Pretoro), dall’altro il fatto che il traguardo sia posto sul temuto versante di Roccamorice preclude la possibilità di vedere movimenti da lontano. Nella fattispecie abbiamo la prima salita da Pretoro di 10.7 km al 7.3% (in verità preceduta da altri 9 km al 4%) e poi quella da Roccamorice di complessivi (da Scafa) 26 km al 6% e ufficialmente di 13.6 km all’8.4% (con un tratto di 7.5 km al 9.7%).

È il momento del secondo giorno di riposo seguito da una tappa marchigiana vallonata ma annacquata tra Pescara e Jesi: i primi 100 km sono completamente pianeggianti, la novantina restante è invece un costante su e giù; tuttavia le rampe più impegnative (soprattutto il lungo muro verso Recanati) son distanti dal traguardo e non possiamo sicuramente parlare di tappa dei muri. Va detto però che l’arrivo è praticamente al termine di una discesa, quindi la volata può assolutamente essere scongiurata, al contrario dell’11a tappa verso Reggio Emilia, un “piattone” in piena regola.

Molto più stuzzicante è l’ultima tappa appenninica di questo Giro, da Parma a Genova con gli ultimi 95 km costellati di salite e discese tecniche (prima fra tutte la tristemente famosa discesa dal Passo del Bocco); dopo un ricco antipasto formato dal già citato Bocco, la Madonna delle Grazie (non segnata come GPM) e la salita della Ruta (già questa molto esigente con i primi 2 km al 9%), si imbocca la salita di Monte Becco, che a dispetto dell’altitudine (non si superano gli 800 metri nemmeno nel successivo falsopiano) è un’asperità con gli attributi: 9.3 km al 7.5%, di cui gli ultimi 5 km presentano una media dell’8.3%. Una salita vera, posta a ridosso del traguardo, che si raggiunge al termine di una discesa piuttosto esigente.

Ormai in vista del gran finale, la Sanremo-Cuneo sarà la penultima tappa di trasferimento, sostanzialmente sul percorso inverso della Milano-Sanremo 2020; chissà che proprio il Col di Nava non stuzzichi i velocisti più completi, che sarebbero avvantaggiati pure dai successivi km, in più momenti ondulati. Completamente diversa la storia per la Santena-Torino, un circuito molto esigente sulla collina torinese, con tre passaggi sul Colle della Maddalena (nonché i due ripidi strappi verso Roccia Santa Brigida e il Quadrivio Raby) e due sul celeberrimo Superga, stavolta allungato verso lo scollinamento di Bric del Duca. Praticamente si parte in salita e si arriva in discesa, totalizzando oltre 3000 metri di dislivello in appena 150 km e senza grandi montagne. C’è un unico punto interrogativo: il fatto che il giorno dopo venga percorsa la prima tappa alpina: questo abbinamento susciterà attendismo? Oppure, viceversa, la tappa di Torino essendo ben disegnata viene sfruttata, indurendo così la seguente tappa valdostana? Lo scopriremo solo vivendo. In programma sono 177 km da Rivarolo Canavese a Cogne, esigenti fin dall’ingresso in Vallée. Dopo circa 90 km inizia la prima asperità, quella verso Pila (scollinamento in località Les Fleurs) di oltre 12 km con una media del 7% e alcuni tratti in doppia cifra; segue la salita di Verrogne, la più impegnativa, sempre di 12 km abbondanti con una media poco inferiore all’8% e un tratto iniziale di 5 km al 9%. Lo scollinamento avviene a 40 km dal traguardo ed è seguito da una discesa piuttosto tecnica di quasi 15 km. Forse la 15esima tappa giunge ancora troppo presto per poter vedere attacchi a lunga gittata, ma è l’unica tappa di alta montagna di questo Giro che non finisce sulla salita più impegnativa, di conseguenza la speranza è che qualcuno sia interessato a fare corsa dura da lontano – certo è che l’assenza di cronometro non aiuta – per creare distacchi più ampi sull’ultima ascesa di 22.4 km al 4.3%. I numeri sono però falsati dal lunghissimo falsopiano finale (gli ultimi 12 km presentano una media intorno al 3%) preceduto da un paio di tratti di salita vera, elemento che aiuta senza dubbio gli eventuali attaccanti.

Si chiude così la settimana meno impegnativa del Giro e, come di consueto, all’ultimo giorno di riposo fa seguito una tappa di alta montagna. Ed in effetti la 16esima tappa è la più dura del 2022, con salite distribuite su tutto il percorso e un dislivello complessivo intorno ai 5000 metri. Tuttavia, come già accennato, anche questa volta la salita più impegnativa sarà l’ultima, elemento che non favorisce gli attacchi a lunga gittata, considerando sempre che non ci saranno cronometro serie che possano spaventare gli scalatori. È anche l’unica tappa di montagna a raggiungere i 200 km (grave difetto del percorso 2022) e senza superarli: la distanza si ferma a cifra tonda, anche se non vanno sottovalutati gli oltre 10 km di trasferimento in leggera salita che vengono a tutti gli effetti pedalati. Si inizia a salire concretamente dopo 30 km scarsi, verso il Goletto di Cadino (fratello siamese del più noto Passo Crocedomini). Chi avesse voglia di far esplodere la corsa già qui avrebbe due buoni motivi per farlo: innanzitutto la salita – con i suoi 30 km al 5% – è lunga, irregolare (dietro la pendenza media si nascondono molteplici tratti in leggera discesa, controbilanciati da rampe in doppia cifra) ed asfissiante; in seconda istanza i circa 22 km di discesa sono assolutamente tecnici e si prestano a creare ulteriore scompiglio in un gruppo già selezionato. Sicuramente sarà importante in questo caso avere dei punti di appoggio per superare il fondovalle di quasi 30 km che porta ai piedi del Mortirolo, scalato però dal più facile versante di Monno: rimane in ogni caso una salita da temere, ufficialmente di 12.6 km al 7.6% (la strada sale in verità da almeno altri 5 km) e con molti tratti in doppia cifra, soprattutto negli ultimi 2 km. Da un punto di vista tattico valgono le stesse osservazioni fatte per il Goletto di Cadino: la salita è impegnativa e la discesa è ipertecnica; inoltre siamo molto più vicini al traguardo. Stavolta il fondovalle è più corto (circa 23 km) nonché costantemente in discesa, quindi sicuramente meno temibile. In caso di gruppo compatto ci sarà ancora spazio per fare selezione sulle ultime due ascese verso il traguardo volante di Teglio (5.3 km all’8.6%; max 15%) e verso il valico di Santa Cristina: quest’ultimo consta ufficialmente di 13.5 km all’8% (in verità i primi 1300 metri sono pressoché pianeggianti) e soprattutto dell’ultimo tratto (in comune con la celeberrima tappa di Pantani) di 6.6 km al 10.1%. Lo scollinamento avverrà a soli 6 km dal traguardo, quasi tutti su discesa ancora una volta tecnica, eccetto gli ultimi 1300 metri in lieve ascesa.

Il giorno seguente si riparte da Ponte di Legno con una tappa più morbida, ma che tutto sommato sfrutta bene il territorio: la partenza in salita verso il Tonale è l’occasione di fuoriuscita per fughe di qualità, a cui fanno seguito un ritmo alto e, talvolta, vittime che accusano le fatiche del giorno prima. Nonostante ci sia molto spazio prima delle salite decisive, di fatto non c’è pianura, eccetto qualche tratto in Anaunia; in particolare dal km 80 comincia un tratto di montagne russe, inaugurato dall’evocativa salita verso Giovo (con immancabile transito a Palù), che può essere scenario di imboscate imprevedibili ed impreviste. Una quarantina di km “ignoranti” ci portano ai piedi del Passo del Vetriolo (12 km al 7.6%), salita regolare ma cattiva, di quelle perfette per la tipica “cotta” della terza settimana. Un preambolo al vetriolo (pessima battuta a cui non ci potevamo sottrarre) in vista della tremenda ascesa del Menador: 8 km al 10% che in vista dello scollinamento impennano fino al 15%. A creare più interesse e favorire l’ampliamento dei distacchi ci pensano gli 8 km verso il traguardo di Lavarone, fatti di falsopiani e brevi discese. Il dislivello complessivo è alla fine di poco superiore ai 3000 metri.

È il momento dell’ultima occasione per i velocisti, anche in questo caso con una tappa ricca di insidie che possono ostacolare gli sprinter più puri ed eventualmente favorire la fuga del mattino. In particolare si dovrà fare attenzione al transito dal Muro di Ca’ del Poggio, posto a 48 km dal traguardo di Treviso, di cui gli ultimi 40 sono totalmente pianeggianti. Ben diversa la musica per la 19esima tappa tra Marano Lagunare e Castelmonte, con sconfinamento in Slovenia: negli ultimi 110 km si sommano circa 2500 metri di dislivello. Si sale prima per circa 4 km al 7% verso Villanova Grotte, quindi per 9 km al 5.5% verso il Passo di Tanamea, che ci porta in Slovenia. Dopo un esigente fondovalle fatto di strappi e discese inizia la salita chiave di questa tappa, occasione d’oro per attaccare da lontano e ribaltare la classifica: il Kolovrat è lungo 10.3 km, presenta una media del 9.2%, con quest’ultima falsata da un breve tratto di respiro. I primi 4 km sfiorano una media dell’11%. Si scollina a 43 km dal traguardo, mentre la discesa (ancora una volta tecnica) termina poco prima dei -20. Una quindicina scarsa di km pianeggianti porteranno ai piedi della salita finale: sono circa 7 km al 6.7%, ma spezzati da una breve discesa che anticipa gli ultimi 4 km all’8% con punte del 14%.

Tutto ciò sarà da antipasto alla “tappina dolomitica”, ovvero il triste format che chiude questo Giro, vera nota dolente di tutto il percorso. Il Giro si deciderà in una tappa di 167 km che termina in vetta al Passo Fedaia. Già di per sé questo è un dato che sconsiglia gli attacchi da lontano visto che si arriva su una delle salite più dure di tutto l’arco alpino e senz’altro la più dura di questa tappa. Dobbiamo confidare quindi nella stanchezza accumulata durante le tre settimane (che comunque sarà tanta come da tradizione) e nell’ardore di qualche attaccante che vuole ribaltare la classifica. Il momento per provarci è il Passo San Pellegrino, 18.4 km al 6.2%, con 5 km al 10% a ridosso dello scollinamento, posto a 85 km dal traguardo. Se la situazione dovesse portare i big a scollinare già sparpagliati allora ci sarebbe spazio per vedere colpi di scena sulla successiva scalata al Pordoi (11.8 km al 6.6%), Cima Coppi della prossima edizione, e, ovviamente, sulla salita finale di 14 km al 7.6%, celeberrima per il “drittone” di Malga Ciapela: gli ultimi 6 km presentano una media dell’11%. Purtroppo dobbiamo sperare che siano già saltati tutti per aria, perché il traguardo posto in cima non concede spazio per rilanciare ed ampliare i distacchi. A questo punto resterà soltanto la breve cronometro veronese, pressoché identica a quella del 2019, con salita alle Torricelle e arrivo all’Arena, forse solo una formalità, a meno che tra i primi non ci siano ancora distacchi tali da dover restare concentrati fino all’ultimo istante di questo Giro.

Una volta analizzato il percorso vero e proprio vale la pena di ricavare alcune osservazioni che esulano dall’aspetto prettamente tecnico. La sensazione che si ha è innanzitutto che si tratti di un percorso per evitare più beghe possibili e concentrare gli sforzi su altri fronti. Sicuramente è un percorso che massimizza il profitto, recuperando la ben retribuita partenza ungherese e inserendo due circuiti cittadini realizzati dietro ricchi compensi delle rispettive Città Metropolitane. E quale miglior motivazione per incassare se non spendere per avere una buona startlist? È anche un percorso tanto impegnativo quanto gestibile, che dovrebbe scongiurare le sterili scenate delle ultime due edizioni e, più concretamente, le strade chiuse per neve (eccetto la 20a tappa, palesemente pensata per risarcire il taglio di quest’anno). Insomma, una situazione assolutamente analoga a quella del 2018 con la partenza da Israele, poche cime sopra i 2000 metri e assenza di tapponi veri e propri (eccetto forse la mitica giornata dello Jafferau), pochi km a cronometro. E se il risultato fosse lo stesso (ovvero avere al via i due principali protagonisti dei GT del momento) allora ben vengano i difetti riscontrabili qua e là.

Bisogna però sempre tener conto di un grande rischio che si corre a livello culturale: siamo in un’epoca storica di vueltizzazione, in cui i chilometraggi si riducono e i corridori protestano più del solito. Realizzare un percorso di questo tipo, tanto fedele alla tradizione del Giro quanto simpatizzante nei confronti del finto progresso imperante, significa tutto sommato anche arrendersi alle nuove tendenze. Vegni è stato chiaro sul fatto che ogni anno RCS cerca di realizzare qualcosa di diverso, mentre Allocchio, che dovrebbe prendere il posto dello stesso Vegni, ha già difeso il concetto sacrosanto di “tappone” e invitato a mantenere varietà nei percorsi. Se così stanno le cose allora siamo sicuramente ben felici di dire che il Giro non dovrebbe fare la fine del Tour. Ma questa è un’altra storia, di cui sicuramente scriveremo presto.

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