Biniam Girmay e la volata della prima tappa del Giro © RCS Sport
Biniam Girmay e la volata della prima tappa del Giro © RCS Sport

Budapest bella ma, per il momento, impossibile

Notturno Giro #2 – La partenza ungherese della corsa rosa ha riempito gli occhi di tutti e scaldato molti cuori. Quanto ai cervelli, quelli si possono nutrire di concetti anche un po’ più stratificati…

Avevo già il titolo giusto in mente, uno di quelli che poi Giuseppe Lo Bianco su Facebook ci commenta “ma chi ve li scrive questi titoli?”. “L’8 maggio: Orbán, di tanto, spirò”. La condizione affinché questa genialata campeggiasse sulla home di Cicloweb era che Biniam Girmay vincesse a Balatonfüred, dopo aver mancato di poco il successo a Visegrád. A pensarci bene sarebbe stato ancor più simbolico che l’eritreo s’imponesse venerdì proprio nella località che sinistramente evoca l’Europa che chiude le frontiere, ovvero quell’idea di Europa di cui proprio Viktor Orbán, il premier ungherese, è tra i capofila e ispiratori.

E sarebbe quindi stato bellissimo che il primo nero d’Africa a vincere al Giro lo facesse sulle sponde del Lago Balaton, si parva licet un po’ la storia di Jesse Owens che sbaraglia le Olimpiadi di Berlino 1936 facendo venire la gastrite al disgustoso baffetto (il paragone è esagerato, lo riconosco); nel mio film mentale al Viktor veniva un coccolone al pensiero di dover premiare “uno di quelli”, da cui il manzoniano titolo. Ma tutto ciò era destinato a restare per l’appunto un film, anche perché poi Orbán al Giro s’è mica visto in questi giorni? Di sicuro ne ha guadagnato l’estetica della manifestazione.

Anche perché questa grande partenza da Budapest è stata proprio bella, sia dal punto di vista sportivo che della cornice: tre tappe l’una diversa dall’altra che hanno chiamato all’azione grandi protagonisti, e intorno un pubblico emotivamente coinvolto e quindi partecipe, nel contesto delle bellezze architettoniche e paesaggistiche che abbiamo potuto ammirare in tv. Le partenze all’estero dei grandi giri, checché ne dicano i puristi dell’autarchia, sono una gran trovata, servono a veicolare valori ciclistici in uscita (verso paesi magari minori nello scacchiere internazionale di questo sport) e valori monetari in entrata (queste partenze vengono pagate milioni sonanti agli organizzatori), un’indiscutibile quadratura del cerchio per una delle pochissime situazioni win-win del ciclismo.

Le polemiche nate in relazione alla scelta di portare il Giro in paesi in qualche modo discutibili (già ce ne furono tante per la partenza 2018 da Gerusalemme Ovest) sono più che mai legittime, ma sterili: come si potrebbe mai vietare a un’azienda italiana (questo è RCS) di fare affari in stati con cui l’Italia ha normali rapporti diplomatici e pure di alleanza? Il discorso, in tal caso, è invece declinabile tutto sul piano personale.

Infatti. Budapest è da tempo nel mio elenco di posti da visitare (e in posizione anche molto alta), ma rinvierò ancora per un po’, diciamo fino a quando non ci sarà lì una situazione politica più Marco-friendly. Perché col passare del tempo sempre più mi trovo a disagio al pensiero di recarmi in posti in cui il rispetto dei diritti umani traballa o addirittura manca. Per dire, i quotidiani fatti di violenza che le cronache ci riportano da sempre dagli Stati Uniti (compresi quelli che hanno originato il movimento Black Lives Matter) mi hanno fatto passare ogni voglia di andarci prima o poi, e dire che da giovane sognavo come tutti la Route 66, guidare da New York a Los Angeles, vedere le tumbleweeds rotolare accanto alla strada vuota nel deserto del Nevada… Non ho voglia di imparare più nulla da una società così violenta come quella americana; pensate a quanti film di Hollywood contengono almeno una pistola, saranno due su tre come minimo; e invece quante armi vediamo nella nostra quotidianità (a parte quelle delle forze dell’ordine)? Intendo dire: perché dovremmo sentirci rappresentati da quel tipo di raffigurazione del reale a base di piombo rovente?

Epperò – strano a dirsi – all’Ermitage di San Pietroburgo sì, ci volevo andare, o sulla Prospettiva Nevskij a cercare di incontrarvi Igor Stravinskij [nota a margine: nel 1998 girai per una decina di giorni la Tunisia col mio amico Dario, e a Tozeur – dove arrivai in autobus – cercai la stazione dei treni senza trovarla. Successivamente ho quindi infamato per anni il povero Battiato, veicolando la fake news secondo cui a Tozeur i treni in realtà non ci sarebbero, e solo oggi, per scrivere questa parentesi, ho avuto finalmente il buon gusto di verificare (che invece ci sono), e devo dire che la stazione, vista su StreetView, è pure bellina. A volte si propaga una fake news non per altro se non il gusto di dire una cosa arguta. Shame on me].

Nel viaggio di cui sopra in Tunisia per poco non ci schiaffano in galera per il solo fatto che una ragazza del posto, la meravigliosa Mariem, si accompagnò a noi – due europei, disdoro! – in quel di Matmata. Invece in Malesia al Tour de Langkawi con Mario venivamo ospitati in clamorosi hotel 5 stelle, una sera eravamo a bordo piscina e mancava solo un bel cocktail per completare il quadro. Andai al bar dell’hotel ma alcolici non ne avevano (paese islamico) per cui presi due coche in ghiaccio e tornai dal Casaldi tutto trionfante: “Mi hanno fatto due mezzi rum&cola!… nel senso che c’è solo la cola”. Anche la Malesia è bellissima, ma c’è la pena di morte (addirittura obbligatoria per alcuni reati), ci tornerei? Non credo. Insomma il mondo a mia misura si è progressivamente e di molto ristretto.

Ma allora perché la Russia non mi fa(ceva) questo effetto? La risposta che mi do la ritrovo nell’evoluzione della stampa italiana in questi ultimi tre mesi. Ed è che la narrazione sul regime di Mosca non era per niente equilibrata fino a poco fa, dei delitti di Putin non si parlava, delle atrocità in Cecenia o altrove non si parlava, il che non vuol dire che chi voleva sapere non potesse riuscirvi attraverso molteplici canali (per cui non giustifico la mia distrazione), ma semplicemente che a livello mainstream, e quindi di conseguente percezione popolare, quel governo godeva – come si dice – di buona stampa. Se proprio non se ne poteva parlare bene, perlomeno si evitava di parlarne male. Vladimir grande amico di tutti noi.

La giravolta dei media e della politica post 24 febbraio, se ci pensate, è spettacolare. Siamo passati in un giorno o due dal rispetto (quasi venerazione in molti casi) all’essere disposti a una guerra mondiale pur di vedere sconfitto e deposto il sanguinario despota. Mi gira la testa. La narrazione, se non tutto, è tantissimo in ogni ambito delle nostre vite. In base a come ce la raccontano (o ce la raccontiamo) cambia completamente la prospettiva con cui interpretiamo la realtà, e quindi cambiano le nostre decisioni, e se ne possono prendere anche di molto avventate, o anche solo stupide, tipo che ci sono degli sport individuali che non permettono ai russi di partecipare (il tennis sta brillando in tal senso), o sport di squadra che hanno bannato i team con quella bandiera (la quale – la bandiera, dico – non può nemmeno campeggiare per i russi che militano in squadre di altri paesi).

Il ciclismo ha fatto il suo, appiedando la Gazprom-Rusvelo (più che il nome di una formazione, un programma geopolitico) e dimenticando che al suo interno c’erano molti lavoratori che da fine febbraio sono disoccupati, non tutti russi peraltro (molti gli italiani nel sodalizio, come ben saprete). Per accettare il dropout delle squadre russe mi devo sforzare un po’ ma ce la faccio. Comprendere invece l’ostracismo contro singoli individui, siano essi tennisti, calciatori o ciclisti, è cosa che va al di là delle mie attuali facoltà mentali. Ma lasciatemi un altro paio di mesi alla mercè di giornali, tg e talk nostrani, che magari cambio idea.

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