Elisa Balsamo scende dalla passerella e di fronte ha la folla © A.S.O.-Fabien Boukla
Elisa Balsamo scende dalla passerella e di fronte ha la folla © A.S.O.-Fabien Boukla

Tour-Giro, la partita è chiusa: definitivamente

Notturno Giro Summer Edition – Niente da fare per la corsa rosa, maschile o femminile che sia: il competitor è irraggiungibile ma la responsabilità è di un sistema Paese che fa acqua da tutte le parti. Speranze per il futuro? Nessuna.

Nell’assistere al fantasmagorico duello che ha infiammato il Tour de France maschile, nelle scorse settimane, ci si arrovellava su cosa potrebbe opporre il Giro d’Italia per provare a pareggiare cotanta bellezza o, se vogliamo metterla su un piano di sana rivalità, su che risposta potrebbe dare RCS Sport alla rendita di grandeur di ASO. Vista la superiorità di Jonas Vingegaard e Tadej Pogacar nei confronti di tutti gli altri uomini di classifica, l’unica soluzione – ci dicevamo – sarebbe che Urbano Cairo trovasse uno sponsor disposto a pagare 20 milioni di premio per chi farà la doppietta Giro-Tour, e al contempo RCS dovrebbe ungere le ruote giuste per convincere l’uno e l’altro a provarci. Insomma l’idea era che non essendoci alcunché che possa parificare lo spettacolo della sfida tra il danese e lo sloveno, l’unica sarebbe riprodurlo anche sulle strade del Giro, costi quel che costi, rilanciando tra l’altro il concetto di unicità della doppietta Giro-Tour, l’impresa più difficile del ciclismo sin qui conosciuto, riuscita sole 12 volte nella storia, ma a soli 7 atleti (Fausto Coppi 1949 e 1952, Jacques Anquetil 1964, Eddy Merckx 1970, 1972 e 1974, Bernard Hinault 1982 e 1985, Stephen Roche 1987, Miguel Indurain 1992 e 1993, Marco Pantani 1998).

In mancanza di quanto sopra, qualsiasi offerta provenga dalla prossima corsa rosa sarebbe perdente in partenza rispetto a ciò che può proporre la Grande Boucle, un concetto che negli ultimi anni non era precisamente così scontato, se non altro perché per tanto tempo abbiamo potuto dire “ok, il Tour sarà più importante, ma il Giro è più spettacolare”, e oltre a ciò dacché esiste il World Tour abbiamo avuto la sensazione di un riavvicinamento tra i due GT grazie a una partecipazione che nel tempo s’è fatta generalmente più qualificata nella corsa italiana (nessuna squadra snobba più il Giro come avveniva sistematicamente prima del WT).

Tutto questo pensavamo, almeno fino a lunedì 25 luglio. Poi abbiamo visto il Tour femminile. Non domenica, che lì sui Campi Elisi si poteva ancora dire: “Eh vabbe’, è il pubblico dei maschi”. Ma lunedì come la spieghi la massiccia presenza di spettatori e spettatrici a bordo strada? È stata un’epifania. Poi la corsa è andata avanti, evidenziando pure qualche inevitabile pecca, ma i nostri occhi erano sempre sui marciapiedi, sui fossetti accanto alle provinciali, sull’erbetta dei cigli, sul limitare dei boschi di collina, sulle pietraie di montagna. Là dove centinaia, migliaia di persone assistevano festanti al passaggio del ciclismo femminile.

E tutto questo come l’abbiamo visto, noi che non eravamo sul percorso? Attraverso una produzione tv sublime, “grande spiegamento di uomini e mezzi” come si suol dire, copertura mai vista in termini di quantità e qualità. Sullo spettacolo offerto dalle ragazze non avevamo dubbi, ma non eravamo in tanti a saperlo fino a pochi giorni fa; dopo il Tour, il pubblico di questa nicchia si è invece almeno decuplicato, e quindi tante persone in più oggi conoscono la bellezza di questo sport anche nella sua versione femminile. Un successo su tutta la linea, una pietra angolare per il ciclodonne ma oseremmo dire per la disciplina nella sua interezza: c’è la metà di mondo a cromosomi XX da conquistare e oggi sappiamo che è possibile farlo. Lo sappiamo grazie ai francesi.

La rabbia ci è salita pensando che il Tour era mancato per anni, lasciando campo libero al Giro che in effetti è stato a lungo l’appuntamento centrale del ciclismo femminile (per importanza un gradino sotto forse solo ai Mondiali). “E nonostante questo regalo non abbiamo saputo approfittarne, non abbiamo saputo dare al Giro un’importanza tale da tenerlo al riparo dall’eventuale ritorno della Boucle, un giorno”; ora che quel giorno era arrivato, ci rendevamo conto che in un attimo il Tour ci aveva subissati. Gli è bastato un attimo, davvero.

Una volta che l’incazzatura passa, ti puoi però fermare a riflettere meglio. E allora vedi le cose in una prospettiva più giusta. Davvero pensiamo che il problema sia Giuseppe Rivolta, l’organizzatore della corsa rosa femminile, incapace di elevarla a un rango tale da restare la più importante al mondo anche dopo la rinascita del corrispettivo francese? Ma Rivolta in questi anni ha fatto i miracoli tenendo su una baracca non facile da salvare ogni volta! Di cosa lo possiamo accusare? Di essere arrivato ai propri limiti e non essere potuto andare oltre? Ma ognuno arriva per l’appunto ai propri limiti, e lì si ferma. Se ha per le mani un progetto vincente che non riesce a sviluppare al massimo delle potenzialità, teoricamente in un mondo ideale dovrebbe intervenire qualcun altro con più mezzi e quindi in grado di far crescere la creatura come si conviene.

Dov’erano, in Italia, questi soggetti? Dov’era chi avrebbe dovuto vedere nel ciclismo femminile una risorsa, un business, un progetto vincente? Dov’era chi si sarebbe potuto muovere per tempo per far spiccare il volo al Giro Rosa? Domande retoriche. Molti di questi soggetti erano esattamente dove sono quelli che non vedono altro investimento che la finanza e non hanno altra prospettiva che il proprio ombelico, pasciuti in quel melmoso familismo amorale che da decenni (o secoli?) tiene in ostaggio un Paese le cui eccellenze faticano maledettamente a spiccare il volo, dovendo confrontarsi sempre con un figlio di, con un nipote di, con un amico di. Un Paese in cui chi ha le idee non ha i soldi per realizzarle (o al limite se li deve procurare a carissimo prezzo), e chi ha i soldi invece non ha idee.

Ma diciamo pure che se molti di questi soggetti facevano parte della categoria testè descritta, ce n’erano alcuni che invece avrebbero potuto e voluto far qualcosa. Ora, il ciclismo, un Giro, non è un’azienda privata col suo bravo capannone e i camion e gli uffici e tutto. È una tranche de vie in movimento che si compenetra con i territori, e per territori s’intendono ovviamente le località e chi le abita. È possibile tale compenetrazione nel nostro Paese? È possibile a un livello pari a quel che è in Francia? Chi deve intervenire per arrivare a quel tipo di risultato, davvero basta il miglior organizzatore possibile, diciamo un’ASO italiana, che prende il GiroDonne e giacché pure quello degli uomini e li eleva come non s’è mai visto? O anche per un’ASO servirebbe la sponda delle istituzioni, e ancora non basterebbe, perché ci vorrebbe anche un contesto socioculturale adeguato? Ce l’abbiamo? Ce le abbiamo le istituzioni disposte a fare da sponda, costantemente e regolarmente, per una cosa buona e giusta come (perdiana!) è il ciclismo?

E ce l’abbiamo un’opinione pubblica all’altezza? I media, che dovrebbero preparare il terreno in un certo modo, lo fanno? Fanno il proprio dovere? Quante ne abbiamo sempre dette a RCS che, per mezzo della Gazzetta dello Sport, non dà al ciclismo uno spazio decente, pur essendo la società che di fatto organizza il Giro? Ma dire questo non ci porta dritti dritti a riflettere sullo stato della stampa in Italia, a chiederci perché abbiamo certi editori e non altri, a mettere in discussione un sistema che invece accettiamo come inevitabile?

E tutto questo a un livello ben superiore a quello che ci fa indignare (alcuni) perché la Gazza – sempre lei in cima ai nostri pensieri – parla dell’Europeo di calcio femminile e la notizia principale è l’attaccante inglese che s’è tolta la maglia per festeggiare ed è rimasta in reggiseno, o parla della strategia vincente di un team di Formula 1 e descrive un’ingegnera come “la mamma che ha azzeccato tutte le mosse”: del resto non abbiamo letto tante volte titoli dedicati ai papà? Il papà che ha vinto questo trofeo, il papà che ha stabilito un nuovo record, il papà dei cretini sempre incinto… no, forse no in effetti.

Questo è il contesto in cui una società come RCS Sport avrebbe dovuto da tanto tempo prendere in mano l’organizzazione del Giro femminile per valorizzare un prodotto rimasto invece fermo nel tempo. Poi non ci accorgiamo dell’immobilità almeno finché qualcuno accanto a noi non comincia a correre: ora il Tour Femmes corre e noi con quale mestizia torneremo a guardare le strade d’Italia deserte al passaggio della prossima corsa rosa femminile?

Non ce la prendiamo con Rivolta, ci mancherebbe, ma ce la possiamo prendere poi più di tanto con RCS Sport? È vero, ha dimenticato quasi del tutto il femminile finora (felice parentesi, la Strade Bianche), ha del tutto ignorato i giovani (eppure ASO non organizza anche il Tour de l’Avenir?), non fa sinergia col giornale della stessa casata, ma per esempio: possiamo in coscienza affermare che il Giro maschile sia una corsa organizzata male?

Assolutamente no. È un’eccellenza del nostro sport. Ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, ha raggiunto standard elevatissimi e per alcuni aspetti ha solo da insegnare a tutti gli altri. Il Giro d’Italia è un sistema complesso che agisce sotto i riflettori per tre settimane e sostanzialmente tende sempre a cavarsela bene. A volte benissimo. A volte meno bene. Ricordate la tappa di Cortina dell’anno scorso? Quella che si doveva disputare attraverso le Dolomiti, poi venne tagliata per la pioggia, ne venne proposta una versione scorciata e imbruttita, ma pure di quest’ultima non vedemmo un metro perché non c’erano immagini disponibili a causa del maltempo.

Lo scrivemmo già quel giorno: il buio su Cortina non è il fallimento di un organizzatore ciclistico, ma di un sistema Paese. Di un’infrastruttura che non c’è, o se a volte c’è non è manutenuta, in quel caso proprio non c’era, favoleggiavamo della possibilità di trasmettere via internet se non lo si poteva fare via radio, ma quella possibilità è magari reale nella Pianura Padana, non tra le Alpi. “E non vorrai mica cablare il Giau per un giorno per permettere una diretta ciclistica? Buttare via tanti soldi per una cosa così poco importante come il Giro d’Italia?”: non vi suona particolarmente credibile una frase del genere? (Anche se a prima vista può non sembrare, fa parte del filone “con la cultura non si mangia”).

Quel giorno di Cortina scrivemmo più o meno che “il Giro è arrivato alla massima espansione possibile dato il contesto in cui opera, per crescere di più dovrebbe farlo con altri presupposti socio-ambientali, o magari in un altro Paese”. Confermiamo e rilanciamo, il Tour Femmes ci ha permesso di fare definitivamente luce su tutto, per cui promettiamo che da qui in avanti non scriveremo più un rigo sul Giro che riavvicina la Boucle e amenità del genere.

E ci rimangiamo ogni proposta migliorativa, è inutile cercare lo sponsor che metta i 20 milioni per la doppietta, lasciamo perdere, rassegniamoci ad arrivare secondi (se va bene) e stiamo sereni. Il Giro d’Italia è l’Italia, e il Giro d’Italia Femminile è l’Italia femminile, né più né meno: un eterno vorrei ma non posso. Un Paese che è tutto in certe sue città termali o rivierasche, in cui tutto ti dice di una grandezza da tempo sfiorita e lo vedi dalle insegne commerciali, ovvero uno degli indicatori più lampanti del passare delle stagioni: furono maestose decenni orsono, lo capisci guardandole, e oggi sono – ancora lì, ancora loro – ingiallite o ingrigite che poi è lo stesso, ammuffite, rimaste a fungere da monito sulla caducità dei destini umani e da simulacro di un passatismo che è la vera religione nazionale. Come siamo old style noi.

Si stava meglio quando si stava peggio è il nostro Padrenostro, abbiamo una fottuta paura del futuro e la tentazione di rifugiarci sempre nel deus ex machina, e una sottile fascinazione per l’autoritarismo, insultiamo i giovani perché non possiamo ammettere a noi stessi che stiamo lasciando loro una patria schiava di piccoli e grandi privilegi, antropologicamente portata al vassallaggio (dice: “dipende come ci stai nell’alleanza atlantica”, e come ci devi stare? Come i signorotti locali del ‘300 stavano nei confronti degli imperatori scesi dal nord Europa: proni. Siamo fatti così), in cui ciò che è bello e buono desta sospetto e invidia e in cui il concetto di bene comune è assente dal dibattito pubblico e privato. Siamo fermi, in questo agosto strano, sospeso, presago di fosche prospettive autunnali. Siamo fermi anche in tutti gli altri mesi dell’anno. E no, il Giro femminile non eguaglierà il Tour femminile; e il Giro maschile non eguaglierà il Tour maschile: facciamocene una ragione.

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