Tadej Pogačar ©Milano-Sanremo
L'Artiglio di Gaviglio

Tadej Pogacar è la Terza guerra mondiale

Tale è l’effetto del suo passaggio su un’intera generazione di corridori, privati della possibilità di vincere le grandi corse. L’altra vittima è lo spettacolo. E allora perché non spianare le classiche, per renderle più incerte?

06.04.2026 13:15

Cos’hanno in comune Tadej Pogacar e le due guerre mondiali? Naturalmente, avere privato intere generazioni di corridori della possibilità di vincere le corse più importanti. Perché con ogni probabilità – e, va detto, spesso con la complicità di quel nazista di Van der Poel – i palmarés dei vari Van Aert, Pedersen, Pidcock, Roglič e dello stesso Evenepoel a fine carriera risulteranno ben più scarni di quanto non sarebbero stati se solo avessero corso cinque o dieci anni prima.

Di corse senza più tattica e una prevedibilità che uccide

Già, perché è indiscutibile che il ciclismo, oggi e rispetto a soli pochi anni fa, sia radicalmente cambiato, e sia cambiato per mano, soprattutto, di Pogačar: un cambiamento che a prima vista potrebbe sembrare soltanto positivo, perché Tadej ha sdoganato la polivalenza e gli attacchi a lunga gittata, resettando, di fatto, la china che questo sport aveva preso dall’avvento di Lance Armstrong e Alejandro Valverde, e cioè l’iperspecializzazione da un lato, e l’esasperato attendismo dall’altro.

E tuttavia, come ho già avuto modo di scrivere, al vero appassionato di ciclismo quelle corse bloccatissime piacevano un sacco: magari all’epoca non ce ne rendevamo nemmeno conto, ma, oggi che certe gare non ci sono più, ci mancano come l’aria. Perché oggi le tattiche stanno a zero, non appena il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare e, dopo un paio di pedalate, ci accorgiamo che il duro, alla fine, era soltanto uno.

L’esempio plastico è stata proprio questa Ronde, sbandierata come quella in cui, grazie al debutto di Evenepoel sulle pietre, finalmente si schieravano per la prima volta al via i Quattro Tenori (ma facciamo pure cinque, buttando dentro anche Pedersen), ma che presto si è rivelata essere l’ennesima giornata “noaresca”, nella quale, cioè, la polemica sarebbe stata solamente “tra Pogačar e il sottoscritto”. E questo a dispetto di una delle migliori versioni di Van der Poel mai viste a queste latitudini, e dell’eccezionale esordio fiammingo dello stesso Remco, stratosferico terzo. Poi per carità, anche Wout e Mads sono stati dignitosissimi sparring partner, chiudendo nell’ordine ai piedi del podio e a loro volta con un vantaggio siderale sul resto dei partenti – che sarebbe troppo generoso definire “concorrenza”. Ma, seriamente, c’è mai stato un momento della corsa in cui abbiamo dubitato su chi sarebbe stato il vincitore?

Evenepoel si stacca da Pogačar e Van der Poel sul primo Paterberg al Giro delle Fiandre 2026
Evenepoel si stacca da Pogačar e Van der Poel sul primo Paterberg al Giro delle Fiandre 2026

Domenica prossima la settimana santa di rito catto-ciclistico si completerà con la Roubaix, unica monumento che ancora manca al demone di Komenda dopo l’exploit sanremese e, parliamoci chiaramente, il rischio concreto che pure questo tabù possa presto essere sfatato, c’è. Anche perché, allo stato attuale, tra tutte le gare World Tour e Pro Series che Pogačar abbia corso più di una volta, ce n’è solo una che non sia riuscito a vincere, ed è il del tutto trascurabile GP di Québec, in cui su tre partecipazioni non è andato al di là dal settimo posto. 

Viviamo dunque un periodo storico fatto di corse al tempo stesso memorabili, perché i traguardi inanellati dallo sloveno gli valgono ormai senza discussione il titolo di corridore più forte di ogni tempo, ma al tempo stesso prevedibilissime nello svolgimento, pressoché ogni volta uguale a sé stesso. La speranza è che, una volta sceso di bicicletta Tadej, il suo lascito sia sì quello di un ciclismo definitivamente de-armstrongizzato e de-valverdizzato – un ciclismo, cioè, nel quale torni ad essere una consuetudine, per i big, uscire dalla confort zone, cercando di vincere su tutti i terreni e di farlo senza aspettare necessariamente gli ultimi chilometri, se non le ultime centinaia di metri; ma magari in un contesto di maggiore equilibrio rispetto all’attuale, in cui le corse siano effettivamente contendibili, e il bersaglio grosso non sia precluso nemmeno agli outsider. Allora, forse, avremo veramente trovato l’alchimia per il ciclismo perfetto: fatto di campioni e di grandi attacchi come oggi, ma anche di grande incertezza e dunque in cui la tattica torni a giocare un ruolo determinante, come accadeva nel passato recente.

Cosa fare ora?

Nell’attesa di quel giorno, però, qualche accorgimento lo si potrebbe trovare già adesso: perché se le corse più belle al mondo, le uniche che oggi valga davvero la pena seguire fin sulla linea d’arrivo, sono Milano-Sanremo e Parigi-Roubaix, cioè le uniche con un dislivello irrisorio, qualche domanda dobbiamo pur farcela. E la risposta può essere solo una: spianare anche le classiche altimetricamente più impegnative, e rimpinzare i grandi giri di tappe intermedie. Togliere, cioè, qualche mollica di pane dai denti di Tadej (o, in sua assenza, da quelli del dominatore di turno: perché quando il gatto sloveno non c’è, in sua vece abbiamo visto spesso ballare “topi” extralusso come appunto Van der Poel o Evenepoel nelle corse di un giorno, o Vingegaard in quelle a tappe).

Mathieu van der Poel via IG
Mathieu van der Poel via IG

Torniamo, ancora, al Giro delle Fiandre: premesso che chi scrive è addirittura un nostalgico del vecchio – e ben più aperto – percorso, non fosse altro perché un totem come il Muur confinato alla sola Omloop mette malinconia; ma preso atto che dal Kwaremont bisogna passare e ripassare, perché quella collina si presta a metterci le tribune, a pagamento, e perché l’omonima birra paga bene; e perché il vicino comune di Oudenaarde paga altrettanto, per avere l’arrivo; ecco, preso atto di tutto ciò, non si potrebbe eliminare il secondo “giro della morte” tra Oude Kwaremont e Paterberg, o quantomeno distanziarlo, di molto, dal traguardo, disegnando un finale più semplice? Pensiamo a quanto è bella la Gent-Wevelgem (o come diavolo si chiama oggi) che di fatto, dal punto di vista dei muri, si risolve a tre passaggi sul Kemmelberg, lasciando poi aperta la corsa a mille rivolgimenti tattici grazie agli ultimi 35 piatti chilometri. Spianiamole, davvero, queste classiche, e anche se alla fine dovesse comunque vincerle Pogačar – contro cui non abbiamo nulla – facciamogliele sudare!

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