Vittorio Adorni al Giro del 1967 © Giro d'Italia
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Vittorio Adorni corridore, precursore, uomo del secolo nuovo

Uno dei campioni più amati del ciclismo italiano è scomparso oggi a Parma all'età di 85 anni. Grande atleta capace di vincere Giro e Mondiale, poi politico sportivo, ma soprattutto inventore del ruolo di commentatore televisivo. Un suo ritratto

24.12.2022 17:38

“Vittorio!… e per ‘Vittorio’ intendo Vittorio Adorni…”, e via con la domanda di turno, a cui non era dato seguisse una risposta meno che interessante. E l'educazione ciclistica del telespettatore, tra gli anni ‘70 e l’inizio dei ‘90, si componeva, gara dopo gara, diretta televisiva dopo diretta, sulle note dissonanti del musicale Adriano De Zan, gran maestro concertatore degli affollatissimi palchi al traguardo, e del sincopato ex campione parmigiano. In questo modo chi non aveva fatto in tempo a vedere l'Adorni corridore lo conobbe ugualmente nell'archetipo del racconto commentato, quella modalità telecronistica che proprio lui inventò per la tv italiana, e di cui tracciò tempi e stilemi per incarnare il ruolo di analista senza peli sulla lingua.

Nessun altro più di lui, del resto, avrebbe potuto farlo: già mentre correva, negli anni '60, era la voce ufficiale del gruppo, in tempi in cui la stragran parte dei suoi colleghi avevano col mezzo televisivo un rapporto di sudditanza, o sicuramente di deferenza: consideravano il medium in sé troppo più importante di loro, "semplici pedalatori". Non lui: da subito seppe cosa fare di un microfono in mano, o addirittura a tracolla, nel cuore del gruppo, a intervistare gli altri corridori per conto del Processo alla Tappa.

Se Sergio Zavoli vestì di fatto Adorni dei panni dell'opinionista-quasi-giornalista, la riuscita dell'alchimia fu tutta farina del sacco di Vittorio, che incurante magari di qualche inciampo lessicale sapeva andare al punto e raggiungeva dritto dritto il pubblico a casa. In quegli anni il Processo era frequentato da fior di ospiti illustri, e con tutti Adorni reggeva il confronto dialettico, a modo suo certo, con una spigliatezza che a volte sconfinava nell'irriverenza (a Pasolini: “È venuto al Processo per farsi pubblicità o pensa che si possano tirar fuori dai ciclisti delle belle storie per un libro o un film?”, e non lo diceva con tono polemico o ironico, ma semplicemente schietto).

Tanto ci sapeva fare davanti alle telecamere che la Rai lo prese proprio sul serio e gli affidò nel 1968 la conduzione di un gioco a quiz sul secondo canale (l'antenato di RaiDue). Si intitolava “Ciao mamma”, a riecheggiare una frase attribuita - per luogo comune o per verità, che importa - ai ciclisti.

Non era un anno qualsiasi, quello, per l'allora trentenne Vittorio: era anzi la stagione destinata a lasciarlo definitivamente nell'immaginario collettivo, grazie alla cavalcata solitaria e vincente del Mondiale di Imola, da lui conquistato con quasi dieci minuti di vantaggio sul secondo (Herman van Springel).

Di tutto questo parliamo perché oggi, a 85 anni, Vittorio Adorni si è spento nella sua Parma (in realtà era nato a San Lazzaro Parmense, il 14 novembre del 1937). Noi che direttamente lo scoprimmo come protagonista del ciclismo raccontato e poi lo ritrovammo come dirigente UCI (guidò dal 2001 al 2012 il Consiglio del Ciclismo Professionistico a Aigle) non possiamo comunque fare a meno di conoscere a menadito la sua traiettoria nel ciclismo pedalato.

Professionista per l'intero decennio 1961-1970, fece parte del più bel ciclismo del mondo, quello italiano della generazione sua e di Gimondi, e di Motta e Dancelli, e di Bitossi e Balmamion (e diversi ne tralasciamo). La morte di Coppi, proprio all'alba dei ‘60, aveva piombato in un vuoto incolmabile il ciclismo italiano (e non solo), ma l’esplosione congiunta di una nidiata di fuoriclasse caratterizzò una nuova epoca e rinfocolò la passione ciclistica di un intero Paese, ancora pronto a dividersi sui propri campioni preferiti.

Poi arrivò dal Belgio un ciclone di nome Eddy che li investì tutti, ma non li spazzò via. Perché, sebbene il Cannibale facesse il Cannibale, non erano briciole quelle di cui questi ragazzi sfamavano i propri palmarès. Quello di Adorni fu quello di un passista eccellente che sapeva andare forte in montagna, eccellente regolarista a cui mancava forse giusto quella punta di velocità che gli avrebbe permesso di conquistare più della sessantina di corse vinte in carriera.

Era un animale da grandi giri, concluse nei 10 l'unico Tour portato a termine (in altri due si ritirò), e nei cinque l'unica Vuelta disputata; ma era decisamente il Giro il suo giardino di casa: non se ne perse uno, nei suoi dieci anni da professionista, e non mancò mai di essere protagonista. Lo vinse solo nel 1965 (anche qui, come per il suo Mondiale, con distacchi abissali), ma se lo giocò da vicinissimo già nel 1963 e poi ancora nel magico '68. Due secondi posti che - con la citata vittoria - spiccavano nel novero degli altri comunque ottimi piazzamenti nella corsa rosa (in 8 edizioni su 10 concluse in top ten).

Fu un gran vincitore di tappe un po' ovunque (ben 11 al Giro), meno portato per le classiche nelle quali comunque non mancò di piazzarsi spesso: vantò top ten in tutte e cinque le monumento, in particolare con tre podi alla Liegi e un secondo posto alla Sanremo. Quanto ai Mondiali, ne fece sei e oltre alla vittoria di Imola fu secondo a Sallanches 1964. In Nazionale il suo inoscurabile carisma ne faceva un capitano d'elezione, sempre; nei club seppe anche far partita parallela coi grandi dell'epoca: corse sia con Gimondi in maglia Salvarani, che con Merckx alla Faema, e in entrambi i casi ottenne ottimi risultati personali. Ma sapeva anche quando era il caso di cambiare aria: a fine ‘66 lasciò la squadra di cui Felice era diventato il punto di riferimento, e con Eddy il matrimonio durò un solo anno (ma fantastico per Vittorio: parliamo ancora del ’68).

Quanto al ciclismo pedalato, lo abbandonò al momento giusto, era ancora un atleta integro ma a quei tempi 33 anni (tanti ne aveva) erano percepiti come un'età già avanzata, e poi una mente sempre in fibrillazione come quella di Adorni era già orientata ad altre avventure. Quelle televisive, dopo una parentesi da direttore sportivo a inizio anni '70, ma pure quelle della politica sportiva (e più tardi sarebbe arrivata la politica tout court: fu assessore allo Sport a Parma dal 2006 al 2009).

Un personaggio a tutto tondo, a tratti iperbolico, di sicuro un uomo di rara lucidità e determinazione. Non sempre si finiva col condividere le sue visioni, in particolare gli anni che passò nella brutta UCI di Verbruggen e McQuaid ce lo resero piuttosto lontano, ma di una cosa si può esser certi: Vittorio Adorni sapeva sempre quello che faceva.

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