
Perché gli UAE hanno inondato il ciclismo con i loro soldi pieni di sangue, dall’inizio
Dalla Lampre italiana alle vittorie di Pogačar: come e perché gli Emirati hanno trasformato il ciclismo in una vetrina pulita per un regime che non lo è
L'UAE Tour si è concluso domenica 22 febbraio con la vittoria finale di Isaac Del Toro, e per qualche giorno il ciclismo mondiale ha pedalato dentro una cartolina. Chilometri e chilometri nel deserto, con i telecronisti che alternavano commenti sulle fughe e sugli abbuoni a descrizioni ammirate delle skyline futuristiche, delle infrastrutture faraoniche, della modernità ostentata degli Emirati Arabi Uniti. Grattacieli come iceberg di vetro che emergono dalla sabbia, autostrade a otto corsie senza un'anima, resort che sembrano usciti da un rendering. Una regia attenta, che usa la corsa ciclistica come fondale scenografico per un racconto preciso: quello di un Paese aperto, dinamico, ospitale, capace di offrire al mondo eventi sportivi di altissimo livello.

L'UAE Tour è l’apoteosi del progetto di investimento sportivo degli Emirati Arabi, che nel ciclismo si concretizza nel team UAE Emirates-XRG (vincitrice di quattro edizioni su otto, e a podio nelle ultime sette): non solo una squadra di ciclismo (peraltro la più vincente del WorldTour) ma un dispositivo geopolitico sofisticato, in cui sport, finanza statale e proiezione internazionale si tengono insieme con una coerenza che non è casuale.
Le origini: da Lampre a vetrina del Golfo
La UAE Team Emirates è entrata ufficialmente nel WorldTour UCI nel 2017, ma la sua storia ha radici italiane. È la prosecuzione diretta del team Lampre-Merida, sodalizio lombardo attivo condiverse denominazioni dal 1991, che negli anni precedenti aveva attraversato una crisi finanziaria acuta. Un gruppo cinese, TJ Sport Consultation, aveva tentato di rilevare la struttura senza riuscire a garantirne la sostenibilità. L'intervento emiratino fu provvidenziale: salvò l'organico, mantenne parte dello staff e trasformò il progetto in qualcosa di radicalmente diverso, dotandolo di un budget plurimilionario e di una missione che andava ben oltre i risultati sportivi.
Il team fu presentato il 4 gennaio 2017 ad Abu Dhabi, con Matar Suhail Al Yabhouni Al Dhaheri alla presidenza (figura organica alle istituzioni del Paese) e Mauro Gianetti, ex professionista ed ex manager della Saunier Duval, nei ruoli di CEO e Team Principal. Gianetti portava esperienza e contatti internazionali, ma anche un passato non privo di ombre: era alla guida della Saunier Duval nel 2008, quando il ritiro dal Tour de France per la positività alla CERA di Riccardo Riccò segnò uno degli scandali doping più clamorosi del decennio. Con lui, già allora presente come direttore sportivo, c'era Joxean Fernández Matxin, oggi nello stesso ruolo alla UAE.
Pochi giorni dopo il lancio, Emirates Airlines diventò co-sponsor principale, e il 21 febbraio 2017 il team assunse il nome definitivo: UAE Team Emirates. I partner si moltiplicarono rapidamente (First Abu Dhabi Bank, Emaar, e successivamente XRG e altri soggetti riconducibili allo Stato) portando il budget annuo a cifre superiori ai 50 milioni di euro. Secondo il CEO Gianetti, il ritorno stimato per gli sponsor in termini di visibilità globale supera i 400 milioni di dollari.
L'ascesa sportiva e la macchina del consenso
La crescita agonistica è stata rapida e inarrestabile. Già nel 2017 arrivarono le prime vittorie con Alberto Rui Costa; nel 2019 esplose Tadej Pogačar, ventenne neoprofessionista vincitore dell'Avenir che nella sua prima stagione collezionò successi in Algarve, al Tour of California e il terzo posto alla Vuelta. L'anno seguente fu il trionfo: Tour de France 2020, in un'edizione segnata dalla pandemia ma non per questo meno spettacolare. E poi il bis nel 2021, la Liegi-Bastogne-Liegi, il Lombardia, la doppietta Giro-Tour nel 2024, il titolo mondiale. Nel 2023 il team ha conquistato il primo posto nel ranking UCI WorldTour con 57 vittorie stagionali (17 corridori diversi andati a segno, un primato assoluto) e nel 2025 il record assoluto con 97 vittorie (nel 2026 siamo già in doppia cifra).
Ma al di là dei numeri, la macchina funziona perché è costruita su più livelli. La presenza in corsa garantisce visibilità mediatica quotidiana. L'UAE Tour, creato appositamente e inserito nel calendario WorldTour, offre una piattaforma globale che valorizza territorio e infrastrutture del Paese. Le attivazioni marketing riservate agli sponsor permettono a clienti e stakeholder di vivere esperienze VIP a bordo gara, moltiplicando i contatti diplomatici e commerciali sotto forma di ospitalità sportiva.
Nel 2021 l'espansione si è estesa al ciclismo femminile con la creazione della UAE Team ADQ (nata dall'acquisizione della squadra slovena Alé BTC Ljubljana) sostenuta da ADQ, uno dei principali fondi sovrani di Abu Dhabi. Il progetto è stato presentato come un contributo allo sviluppo dello sport femminile, ma ha suscitato reazioni critiche immediate.
Sportwashing: l’elefante nella stanza
L'International Service for Human Rights (ISHR) ha definito l'operazione "profondamente discutibile", ricordando che gli Emirati Arabi Uniti sono un Paese che discrimina sistematicamente le donne tanto nelle norme giuridiche quanto nella prassi quotidiana, limitando diritti fondamentali e libertà civili. Finanziare una squadra di ciclismo femminile, in questo contesto, non è un gesto di apertura: è un atto di maquillage reputazionale.

Le accuse di sportwashing (la strategia con cui uno Stato utilizza lo sport per migliorare la propria immagine internazionale, distogliendo l'attenzione da violazioni documentate) accompagnano il team almeno dal Tour de France 2020, quando il dominio sportivo e la presenza sui media globali amplificarono contemporaneamente la visibilità degli sponsor statali. Amnesty International, Human Rights Watch e le Nazioni Unite hanno documentato operazioni militari contro civili in Yemen e Sudan riconducibili agli Emirati; sul fronte interno, il caso più emblematico è quello di Ahmed Mansoor, attivista e blogger incarcerato per le sue denunce al governo, oggi simbolo internazionale della repressione del dissenso.
Il nodo non riguarda la qualità dei corridori né la gestione tecnica del team. Riguarda il sistema di potere in cui la squadra è immersa, e di cui è parte integrante.
TBZ, XRG, ADNOC e e la rete del potere
Al centro del sistema si staglia lo sceicco Tahnoun bin Zayed Al Nahyan: membro della famiglia reale, capo dei servizi segreti, presidente di ADQ. È legato alla società tecnologica G42 (partner della UAE nello sviluppo del casco) ed è proprietario di Colnago. Quando sponsor, fornitori tecnici, fondi sovrani e apparati di sicurezza fanno capo alla stessa costellazione familiare, la distinzione tra investimento sportivo e strumento di Stato diventa, nella migliore delle ipotesi, sfumata. Da dicembre 2024 il team si chiama UAE Team Emirates-XRG: XRG è controllata da ADNOC, la compagnia petrolifera di Stato, e il suo accordo si inserisce nella narrazione emiratina verso gli obiettivi Net-Zero 2030, formula che, nell'accostare combustibili fossili e sostenibilità, raggiunge vette di ambiguità non comuni.
Completa il quadro MyWhoosh, piattaforma di ciclismo virtuale con sede ad Abu Dhabi i cui piani di allenamento disponibili sull'app sono firmati da Kevin Poulton, coach della UAE, sponsor ufficiale e presenza sulla maglia di Pogačar. Finanziata da IHC Group e Chimera Investments, entrambi riconducibili al Royal Group della famiglia reale — raccoglie dati biometrici e comportamentali su utenti in oltre cento Paesi. Per uno Stato che investe strutturalmente in intelligenza artificiale, controllare tale flusso di dati significa molto più che offrire un'alternativa gratuita a Zwift.
Nel 2023 l'UCI ha assegnato a MyWhoosh i diritti per i Campionati del Mondo di Ciclismo Esports per tre anni, e la piattaforma ha stretto una partnership con l'organismo mondiale anche per i Mondiali su strada 2024-2026. I piani di allenamento disponibili sull'app sono firmati da Kevin Poulton, coach della UAE. La piattaforma raccoglie dati biometrici e comportamentali (relativi ai pattern di allenamento) su scala globale, con utenti in oltre cento Paesi. Per uno Stato che investe strutturalmente in intelligenza artificiale e sicurezza digitale, controllare un tale flusso di dati significa molto più che offrire un'alternativa gratuita a Zwift o Rouvy: significa costruire competenze su big data sportivi, testare algoritmi predittivi, sviluppare infrastrutture digitali proprietarie.
Anneghiamo nello sportwashing?
Il ciclismo è solo una delle tessere di un mosaico molto più vasto. Gli Emirati sponsorizzano Arsenal, AC Milan e Real Madrid nel calcio; coprono tornei ATP e WTA, inclusi i quattro Slam nel tennis; sono partner globale della Rugby World Cup; hanno accordi con la NBA; investono in golf, cricket, vela (con SailGP e l'America's Cup) e persino nell'hockey su ghiaccio, discipline che sembrano paradossali sotto il sole del Golfo ma rispondono a una logica precisa: massimizzare i punti di contatto con pubblici internazionali su ogni grande piattaforma mediatica globale.
Sudan, Libia, i migranti: quello che non si vede in corsa
Mentre le telecamere seguono Elisa Longo Borghini e Isaac Del Toro su strade che tagliano il deserto emiratino, fuori dall'inquadratura si accumula un dossier ben più pesante. Negli ultimi anni gli Emirati Arabi Uniti sono finiti al centro di indagini internazionali per il presunto sostegno alle Rapid Support Forces (RSF), milizia paramilitare coinvolta nella guerra civile sudanese e ritenuta responsabile di crimini contro l'umanità e di genocidio nel Darfur. Secondo report riservati delle Nazioni Unite, visionati dal Guardian e dal Sudan Tribune, dall'inizio del 2024 è stato registrato un intenso traffico aereo tra Emirati e Ciad, con voli cargo che coincidevano con le escalation belliche nella capitale del Darfur, El-Fasher, e con l'uso di droni avanzati nelle operazioni militari. Gli stessi documenti evidenziano la creazione di un "ponte aereo regionale" destinato al rifornimento logistico delle RSF, in violazione dell'embargo sulle armi. Il massacro di El-Fasher, consumatosi nell'ottobre 2025, ha reso ancora più difficile ignorare il ruolo di questi rifornimenti. Il governo sudanese, guidato da Abdel Fattah Al-Burhan, ha portato la questione davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, accusando gli Emirati di aver fornito supporto militare in cambio di minerali e oro provenienti dal Darfur. Il conflitto ha prodotto, secondo fonti ONU, decine di migliaia di morti, circa 12 milioni di sfollati e 15 milioni di bambini bisognosi di assistenza umanitaria.
Anche sul fronte libico il quadro è documentato. Secondo indagini di Amnesty International e del Panel of Experts delle Nazioni Unite, gli Emirati hanno fornito armi, mezzi e droni alle forze del generale Khalifa Haftar (Libyan National Army), in violazione dell'embargo ONU sulle armi vigente dal 2011. Amnesty International ha denunciato che gli Emirati hanno fornito armi alle forze di Haftar e condotto raid aerei a suo favore tramite droni, violando l'embargo delle Nazioni Unite.Il caso più emblematico è il bombardamento del centro di detenzione migranti di Tajoura, nella periferia di Tripoli, nella notte tra il 2 e il 3 luglio 2019: lo strike è coerente con il pattern di attacchi notturni condotti da droni dell'LNA operati dagli Emirati, che utilizzavano velivoli Wing Loong di fabbricazione cinese e missili Blue Arrow 7, di evidente provenienza emiratina. Nel centro erano rinchiusi oltre 600 migranti e rifugiati: almeno 53 persone morirono. Le milizie alleate di Haftar gestivano del resto direttamente centri come quello di Qasr Bin Ghashir, dove Amnesty International ha documentato che uomini armati aprirono il fuoco sui migranti detenuti, con prove che indicano la responsabilità di combattenti affiliati all'LNA.Il nesso con la tratta è indiretto ma sistematico: le stesse milizie che ricevevano supporto emiratino controllavano le rotte migratorie e i centri di detenzione in cui i migranti diretti in Europa venivano sequestrati, estorsi e in molti casi torturati.
Dentro i confini emiratini, intanto, la prosperità che finanzia sponsor, squadre e piattaforme digitali si fonda su un sistema di lavoro migrante che numerose organizzazioni internazionali definiscono strutturalmente oppressivo. Il sistema della Kafala lega il permesso di soggiorno e di lavoro del migrante al datore di lavoro: senza la sua autorizzazione, un lavoratore non può cambiare impiego né lasciare il Paese. Human Rights Watch denuncia salari non pagati, ritenzione dei passaporti, condizioni abitative precarie, orari massacranti, assenza di protezioni sanitarie. Tra le grandi opere realizzate da questa manodopera invisibile ci sono le stesse strutture e infrastrutture che l’UAE Tour percorre e celebra ogni anno, e che nascondono “il vero prezzo del progresso”: manodopera migrante a basso costo, che lavora al caldo estremo, spesso senza diritti effettivi, in un contesto dove associazioni sindacali e diritti collettivi sono praticamente proibiti.
Il risultato è un'architettura di influenza in cui lo sport non è il fine ma il mezzo. La bicicletta, con la sua capacità di attraversare paesaggi, di entrare nelle case attraverso telecronache interminabili, di generare eroi e narrazioni, si presta magnificamente a questo scopo. L'UAE Tour che si è concluso domenica ne è l'esempio più nitido: un evento costruito appositamente per mostrare al mondo un Paese che non vuole essere guardato per quello che è, ma per quello che vuole sembrare.
