Editoriale

E se vi dicessimo che le tappe brevi sono un incentivo al doping?

La tendenza in atto da diversi anni nei grandi giri è chiara: diminuire i chilometraggi, per svariati motivi. Ma tutto ciò non ha molto senso per il bene del ciclismo

02.11.2022 16:07

La presentazione del Tour di France 2023 ha acceso un interessante dibattito tra gli appassionati. Da una parte ci sono coloro che vedono un pericolo ed una snaturalizzazione del ciclismo con tappe sotto i 200 km (nel prossimo Tour la lunghezza media è di soli 169.1 km, solo 35.7 km in più della media del Tour de Femmes e 18.6 km in meno rispetto al Giro 2023). Dall’altra parte c’è chi difende questa scelta e vede il ciclismo moderno come uno sport più esplosivo, più corto nella durata per essere più televisivo e meno noioso.

Questo articolo, lo dico subito, è di parte. Appartengo a coloro che vedono come tratto caratteristico di un grand tour i tapponi di montagna di oltre 200 km con una corsa che porta i corridori a correre per 6-7 ore. Perché difendere questa scelta? Perché intestardirsi su un concetto di ciclismo che per molti è antiquato? La risposta è semplice per difendere il ciclismo, per dare al ciclismo “il Ciclismo”.

Si critica chi sostiene questa tesi di essere legato ad un passato che nemmeno ha conosciuto, di un ciclismo eroico che vedeva i “forzati della strada” partire nella notte per correre tappe di 300-400 km con strade sterrate, bici pesanti come un cancello, in qualsiasi condizione climatica.

Premesso che non c’è nulla di male a vedere nel passato un mito di riferimento, ma da quel passato anche il ciclismo moderno eredita la sua essenza: il ciclismo è prima di tutto uno sport di fondo, di endurance per dirla alla moderna; uno sport in cui si osserva la capacità di un atleta di resistere a sforzi impensabili per chi assiste ammirato. Uno sport in cui è riconosciuto il valore dell’ultimo arrivato, consci che tra tutti è colui che ha faticato di più. Una empatia che nasce dal riconoscimento della fatica, del comprendere che anche l’ultimo è un campione.

Nella stessa clip del Tour 2022, trasmessa durante la presentazione del percorso 2023, è stato sottolineato lo sforzo di Jakobsen per arrivare dentro il tempo massimo a pochi secondi dal suo scadere. Forse il climax emozionale di tutta la clip. In quello sforzo c’è il Ciclismo, in quella determinazione al limite con la follia, in quello strappare al corpo l’ultimo sforzo per passare “solo” una linea bianca, non più solo traguardo di una corsa, ma catena di Prometeo spezzata al suo passaggio.

In questa avventura, epica, limite estremo, c’è la fortuna del ciclismo, che racchiude in sé un significato che va oltre quello semplicemente sportivo. L’epica dello sforzo estremo sommato alla perfida arguzia della scia, che permette di risparmiare energia, disegna una sport fatto di atletismo, certo, ma di un senso di umano, di vita. Purtroppo troppo spesso si cade nella retorica, pensiamo alla mitizzazione della figura del gregario, ma perché è talmente debordante l'umanità di questo sport, che inevitabilmente è facile cadere nella trappola della magniloquenza.

Il ciclismo con tappe esplosive e con corse di 3-4 ore conserva questa sua natura epica? Oppure rischia di trasformarsi in qualcos’altro? Magari con la farsa di una partenza in griglia da F1? Sembra incredibile, ma abbiamo visto anche questo!

Uno sforzo di 3-4 ore e uno di 6-7 appartengono chiaramente a due categorie diverse, non possiamo più riconoscere l’epica del ciclismo che fu e, soprattutto, da un punto di vista atletico parliamo di due sport differenti.

Proprio perché il ciclismo è uno sport di endurance è giusto che sia questa la caratteristica che più venga premiata, specie in una gara a tappe. Sentiamo spesso i telecronisti delle corse affermare che dopo i 200 km inizia un’altra corsa, che ci sono ottimi corridori a cui si spegne la luce oltre una certa distanza. È giusto, dunque, che queste caratteristiche possano emergere; fare tappe più corte non significa rendere la corsa più equilibrata, aperta a più corridori, ma semplicemente far emergere il più esplosivo, impedendo attacchi da lontano perché la velocità media è troppo alta, e come si dice in gergo “torni indietro da solo”.

In una tappa di 260-280 km di montagna, con più di 5000 mt di dislivello, è inevitabile che il passo gara non possa essere sempre infernale, quindi è possibile che chi abbia coraggio possa provarci. Certo c’è anche la possibilità che la lunga distanza intimorisca, che “blocchi” la corsa, ma questo avviene anche con tappe corte, vedi alla voce Giro 2022.

Il paradosso è che la tappa più esplosiva permette meno attacchi esplosivi, essendo tutti al limite dei propri watt pro kilo. In ogni caso, male che vada, avremmo lo stesso svolgimento tattico solo con un paio di ore in più di gara nelle gambe, e non è poco.

Poi c’è il grande spauracchio: il doping!

Troppe volte abbiamo sentito dire che tappe troppo lunghe incoraggiano all'utilizzo di sostanze dopanti. Mi pare sia giusto sfatare questo falso mito. Premesso che non esiste nessuna disciplina sportiva esente da possibile doping, ma tra una disciplina di endurance e una di sprint e forza non c’è dubbio che sono le seconde il miglior bersaglio del doping.

Infatti, se dovessimo applicare gli stessi criteri con cui viene approvato come efficace un farmaco, allora ci accorgeremmo che di tutta la lista delle sostanze proibite dalla WADA solo cinque classi di sostanze hanno sufficienti prove scientifiche per essere considerati dei veri performance enhnacing: gli anabolizzanti, i β2-agonisti, gli stimolanti, i glucocorticoidi e i β-bloccanti. Si può aggiungere a questa lista l’ormone della crescita, ma la sua “efficacia” è stata dimostrata solo in persone non allenate.

Per tutte le altre categorie di sostanze dopanti presenti nella lista non ci sono prove sufficienti per dire che vi sia un reale effetto di incremento della prestazione sportiva.

E non solo, le cinque (più una) classe di sostanze suddette si sono dimostrate performance enhancing solo per sport di forza e sprint, nessuna, e dico nessuna, sostanza ha una forte prova scientifica di essere un performance enhancing negli sport di endurance.

Giustamente la WADA si limita a giustificare l’introduzione nella lista di una sostanza anche solo se questa abbia un potenziale effetto dopante, compreso negli sport di endurance. Si fa di necessità virtù, è assai complesso dimostrare la “efficacia” nell’endurance, spesso è possibile solo misurare dei surrogati statistici, come VO2 max o la potenza massima, che non sono sufficienti a dimostrare un incremento della prestazione nel fondo. Ovviamente da un punto di vista scientifico è ragionevole pensare che si possa “aiutare” anche una prestazione che richiede un lungo sforzo.

Questo però dovrebbe metterci in luce che più è lungo lo sforzo, meno questa prestazione può essere dopata. Proprio perché negli sforzi estremi entrano in gioco altri parametri, mentali ed energetici, le possibilità di incidere esternamente sulla prestazione si riducono. Ad esempio si può osservare quello che accade nelle corse di ultra-running. La differenza prestazionale che si osserva tra i due sessi si riduce fino ad annullarsi. Nella storia dell’ultra-running sono state scritte pagine e pagine di donne che hanno gareggiato alla pari con gli uomini.

Questo dovrebbe convincerci che al massimo più allunghiamo la durata dello sforzo, meno questo è dopabile, e, se anche lo fosse, lo sarebbe decisamente meno di uno sforzo basato sullo sprint e sulla forza.

In conclusione, la scelta di disegnare percorsi con tappe sempre più brevi potrà essere congrua per avvicinarsi ai gusti dei giovani, che amano spettacoli che richiedono l’attenzione per tempi corti (comunque il ciclismo su strada non potrà mai arrivare a fare corse di 15-20 minuti), ma a costo di perdere l’essenza di questo sport: la fatica.

Auguriamoci che la moda finisca presto, che il ciclismo trovi la sua dimensione, che sappia attrarre nuovi appassionati per la sua epica, il suo essere metafora della vita (ahia, sono caduto anch’io nella retorica), e non per il suo voler concentrare uno spettacolo che di sua natura non può essere compresso, ma può essere distrutto.

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