Da sinistra a destra: Marco Cavorso, Alberto Bettiol, Alessio Falorni (sindaco di Castelfiorentino) e Kristian Sbaragli
Editoriale

Sicurezza sulle strade: lo stato dell'arte

A Castelfiorentino una conferenza stampa con Marco Cavorso e i professionisti Alberto Bettiol e Kristian Sbaragli ha rilanciato il tema della sicurezza; arriveremo ad un risultato concreto?

04.01.2023 10:30

Si è chiuso da poco il 2022, con ancora vivissimo il ricordo della morte di Davide Rebellin, avvenuta poco più di un mese fa. Si è chiuso dunque un anno che ci ha ricordato come per il momento siamo ancora in alto mare per quanto concerne la sensibilizzazione sull'argomento della sicurezza stradale, che riguarda i ciclisti e, più in generale, tutti gli utenti deboli per la strada. Adesso che è iniziato il 2023 è giusto guardare avanti e provare una volta di più a centrare obiettivi concreti: in parole povere, come sempre si fa in vista del nuovo anno, bisogna fare l'elenco dei buoni propositi. Cosa ci aspetta? Vedremo finalmente interventi legislativi? Oppure ci incastreremo nei mulini a vento come Don Chisciotte?

Alcune risposte sono arrivate martedì scorso da Castelfiorentino, dove l'installazione di nuova segnaletica recante la regola del sorpasso a 1.5 metri di distanza dai ciclisti è stata l'occasione per ospitare una conferenza stampa con Marco Cavorso - fondatore dell'associazione Io rispetto il ciclista insieme a Paola Gianotti e Maurizio Fondriest, tutti e tre inseriti pochi giorni fa da Il Foglio tra gli Sport Thinkers 2022 - e i due ciclisti castellani Alberto Bettiol e Kristian Sbaragli; un'occasione innanzitutto per dibattere e discutere, puntare i riflettori sull'argomento e rilanciare mediaticamente una battaglia che va avanti ormai da troppi anni.

Un istante della conferenza stampa moderata dal consigliere comunale ed ex-ciclista Federico Fioravanti

 

Si parte dai dati, drammatici ed inconfutabili, che dimostrano l'evidenza del problema: ogni anno muoiono per incidente stradale circa 250 ciclisti. Questi numeri sono legati a doppio filo - d'altronde già lo sappiamo - a una cultura della bicicletta che è quasi del tutto assente: l'Italia ha il record - tra i paesi occidentali - di morti per km pedalato e giustamente Marco Cavorso ha sottolineato come questo significa sia che muoiono tanti ciclisti, sia che la bici è utilizzata pochissimo. D'altronde basta guardarsi intorno per scoprire che in Italia la stragrande maggioranza delle persone che pedalano, lo fanno per sport: come si faceva notare nella conferenza, è praticamente impossibile trovare qualcuno in giacca e cravatta che usa la bici per spostarsi di 1 km verso il proprio posto di lavoro. Anche per questo il ciclista è visto come disturbatore, anziché come utente della strada: quando si trova una persona in bici si pensa automaticamente che questa si trovi lì solo perché non ha niente di meglio da fare. Tutto questo si installa in un meccanismo più generale secondo cui ognuno pensa di potersi arrogare maggiori diritti rispetto al prossimo facendo leva sul fatto che tutti gli utenti sono più deboli di qualcun altro; non si tratta soltanto di una faida tra automobilisti e ciclisti, ma spesso anche tra automobilisti che guidano auto diverse: chi siede su un SUV da 200 cavalli si sente sempre più forte di chi sta su un'utilitaria da 70 cavalli.

Certi substrati culturali sono difficili da smontare in breve tempo, anche se obiettivamente basta una semplice osservazione per far crollare l'intero castello: i pedoni e i ciclisti che si incontrano lungo le strade sicuramente in altri momenti della giornata sono essi stessi automobilisti e viceversa. Siamo tutti utenti della strada e siamo sempre gli stessi indipendentemente dal mezzo che usiamo. L'installazione di cartelli che invitano a condividere la strada serve innanzitutto a questo, a diffondere l'idea che è normale che i ciclisti utilizzino le strade e per questo non sono un disturbo, ma normali utenti della strada. L'iniziativa è portata avanti, come è noto, proprio dall'associazione Io rispetto il ciclista che in barba all'assenza di una legge in merito invita le amministrazioni locali ad apporre cartelli che ricordano di rispettare i ciclisti in strada; è un modo elegante per fare pressione sulla politica e per far sentire la “presenza” - ovvero l'assenza - di una legge necessaria che è già rimbalzata tra i banchi di Camera e Senato negli ultimi 4 governi, finendo ogni volta per decadere entro i termini utili a causa della negligenza (nella migliore delle ipotesi), indifferenza e ipocrisia di chi ci dovrebbe rappresentare nei palazzi del potere.

Marco Cavorso ha fatto il punto della situazione anche in merito a questo, parlando della nuova proposta di legge che è stata messa sul tavolo. Nello specifico è stato l'onorevole Mauro Berruto, ex commissario tecnico della nazionale di pallavolo, a telefonare a Marco poco dopo l'elezione chiedendo quali fossero le esigenze più stringenti; nell'arco di pochi giorni era già pronto il testo che ha come cardini il rispetto della distanza di 1.5 metri durante il sorpasso, controlli più severi sull'uso del cellulare alla guida e l'abbassamento dei limiti di velocità in strade urbane ed extraurbane secondarie. Il caso ha voluto che in breve tempo la morte di Davide Rebellin riportasse l'argomento alla ribalta, finendo per stimolare promesse di maggiore sicurezza da parte di tutte le parti politiche, a partire dal Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini. Pare che invece sia ancora negativo il parere del Ministro dell'interno Matteo Piantedosi: speriamo che si ricreda velocemente e si arrivi una volta per tutte ad un risultato concreto.

Farlo prima possibile è assolutamente fondamentale, proprio perché il problema è innanzitutto culturale e un obbligo/divieto nuovo prima di attecchire impiega molto tempo. È quello che ad esempio è successo con le cinture di sicurezza, ormai viste come una prassi quantomeno dalle generazioni più giovani, che sono cresciute percependo questo obbligo come un fatto ordinario. Allo stesso tempo prima si riesce ad approvare una legge in merito e maggiore sarà il numero di generazioni che crescono con l'idea di condividere la strada come preconcetta. A tutto questo si deve abbinare l'importanza di stimolare l'utilizzo della bici come ordinario mezzo di trasporto per un più ampio concetto di mobilità sostenibile, ma questa è tutta un'altra storia.

Per il momento dobbiamo ringraziare le iniziative spontanee e chi, come il comune di Castelfiorentino, già da alcuni anni cerca di installare cartelli nel proprio territorio e potenziare la rete di piste ciclabili.

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Francesco Dani
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