Tadej Pogacar, Mathieu van der Poel e - seminascosto - Wout van Aert al Giro delle Fiandre 2023 © UAE Team Emirates-SprintCycling
L'Artiglio di Gaviglio

Pogačar semplifica il ciclismo, e lo riporta al bar

La vera impresa dello sloveno è di avere restituito familiarità ad uno sport spesso deriso (talvolta a ragione), e spinto noi ciclonerd a fare coming out senza più vergogna

06.04.2023 22:15

Lunedì mattina mi è successa una cosa strana, stranissima, al limite del paranormale. Ero seduto a un tavolino del bar dove faccio di solito colazione quando, all’improvviso, ho sentito un altro avventore, in piedi al bancone, raccontare ai presenti quanto aveva visto il giorno prima alla tv: e no, non stava parlando del campionato di calcio, né del Gran Premio di Formula Uno. Parlava della vittoria di Tadej Pogačar al Giro delle Fiandre!

Ora, magari ad un lettore della Bergamasca o della Versilia l’evento potrà sembrare banale: ma dal momento che la scena in questione è accaduta a Genova – laddove, di solito, la gente al bar non parla, se parla lo fa controvoglia e, comunque, parlerà tutt’al più di Genoa o di Sampdoria – beh, l’intera vicenda assume davvero i connotati dell’incredibile. Tanto più che gli stessi interlocutori sembravano edotti di cosa fosse il Giro delle Fiandre, e di chi fosse Pogačar!

Ecco, se devo riconoscere la vera impresa di cui si è reso capace il fenomeno sloveno – più dei Tour de France e dei Lombardia, più della Liegi e della Strade Bianche, e perfino più della Ronde di domenica – senza dubbio metto al primo posto l’essere riuscito a riportare il ciclismo tra gli argomenti di discussione che è possibile affrontare al bar. E si badi bene: il ciclismo pedalato, non quello chiacchierato, insinuato e sbeffeggiato del doping. Dal punto di vista assolutamente provinciale e marginale di chi vi scrive, è stato indubbiamente questo il più grande merito di Pogačar: tanto più non essendo nemmeno un corridore italiano.

Perché certamente il ciclismo non è mai passato di moda in paesi come Belgio, Olanda o Francia e, molto probabilmente, sarà già sulla bocca di tutti gli sloveni per lo meno da settembre 2020, quando due connazionali – lo stesso Tadej e Primož Roglič – si contesero fino all’ultima tappa nientemeno che il Tour de France. Ma in Italia, paese caratterizzato da una cultura sportiva in costante regressione, nel quale il calcio la fa da padrone e nemmeno più di motori si parla, perché la Ferrari non vince da una vita e Checco Bagnaia non ha la mediaticità di Valentino Rossi, beh, che in Italia si stia anche solo timidamente tornando a parlare di ciclismo, è un qualcosa che lascia positivamente sconcertati.

Ed il merito è da ascrivere totalmente a questa nuova generazione di corridori allrounder il cui archetipo è incarnato, a livello assoluto, proprio da Pogačar, primo corridore dopo mezzo secolo a mettere in bacheca due corse agli antipodi come Tour de France e Giro delle Fiandre: prima di lui, tanto per dire, c’erano riusciti solo il Cannibale Eddy Merckx ed un campione contemporaneo di Coppi e Bartali, il francese Louison Bobet. Ma non sono qui per celebrare la grandezza di Tadej, che è effettivamente destinata a travalicare la sua epoca, e sulla quale si stanno già spendendo fiumi di inchiostro (inchiostro metaforico, dato che ormai passa quasi tutto per l’online).

Quello che mi preme ribadire è, piuttosto, l’occasione assolutamente insperata, probabilmente unica e forse persino immeritata, che il ciclismo oggi ha per uscire da quello scantinato mediatico in cui si era cacciato sostanzialmente da solo, un quarto di secolo fa. E cioè dal caso Festina esploso durante il Tour 1998 – curiosamente lo stesso che avrebbe consegnato al mito Marco Pantani, ultimo ciclista capace di diventare, in Italia, personaggio popolare e trasversale – che diede la stura ad un infinito susseguirsi di scandali, riscritture degli albi d’oro e ipocrite messe all’indice di “stregoni” e “mele marce”, le cui naturali conseguenze furono la perdita di credibilità della disciplina ed il disamoramento del grande pubblico. Un sentimento, quest’ultimo, ulteriormente aggravato dall’altra grande piaga che iniziò a prendere campo in quegli anni, deflagrando nell’era Armstrong per poi diventare paradigma inscalfibile negli anni a venire: l’iperspecializzazione.

Fino a tre-quattro anni fa, in sostanza, a livello generalista di ciclismo quasi non si parlava, se non in termini di “sport di drogati” e di cui, sostanzialmente, nemmeno si conoscevano i campioni: perché la stagione iniziava nel segno di Boonen e Cancellara, poi però toccava a Valverde e Gilbert, e poi ancora a Froome e Contador. Nomi sempre diversi a seconda del tipo di gare e, nel caso del nostro Giro d’Italia, nomi spesso diversi da un anno con l’altro. Sfido io, in questo contesto, a trovare nuovi tifosi pronti ad appassionarsi ad uno sport senza protagonisti conclamati e che, anzi, era costantemente al lavoro per minare la credibilità di quei pochi che si azzardassero ad emergere a suon di risultati.

Quanto a noi pochi che, ancora, ci azzardavamo a seguire le corse, lo facevamo quasi di nascosto, nel chiuso delle nostre camere o al riparo dei nostri smartphone, e di certo non lo andavamo a raccontare al bar: meglio, piuttosto, tenere una finestra del browser sintonizzata su PornHub, pronti ad aprirla nel caso in cui un amico o un parente ci cogliesse intenti a seguire lo streaming di una corsa polacca con sottotitoli in fiammingo. Perché questo sì, che sarebbe stato imbarazzante!

Fuor di metafora, è chiaro che uno sport ha bisogno di due cose per sfondare il muro entro cui è racchiusa la stretta cerchia di appassionati patologici: i campioni riconoscibili e la semplicità. E al ciclismo mancavano gli uni e l’altra: a prescindere dalla superficie su cui si giocano i più importanti tornei di tennis, i big che si danno battaglia dagli Australian Open agli US Open sono grossomodo sempre gli stessi e chiunque, almeno una volta nella vita, ha sentito parlare di Federer, Nadal e Djokovic. Come poi funzioni una partita di calcio, al netto delle masturbazioni verbali del Lele Adani di turno, lo capisce anche un bambino di tre anni: vince chi la butta dentro. Il ciclismo, invece, è terribilmente complicato perfino sotto questo aspetto, e proprio tutti quei giochi tattici che mandano in visibilio noi ciclodipendenti rappresentano, in realtà, un ulteriore ostacolo alla comprensione per il consumatore occasionale.

Ed ecco che in questo contesto, un bel giorno, sono comparsi Wout van Aert e Mathieu van der Poel. E, subito dopo, Remco Evenepoel e Tadej Pogačar: tutta gente che, in un colpo solo, ha mandato in soffitta quei dogmi a cui ci eravamo ormai rassegnati – “Se punti alle Ardenne non potrai mai correre sulle pietre”, “Se vuoi conquistare il Tour non ti puoi permettere altri picchi di condizione”, “Se vuoi vincere una qualsiasi corsa devi restare a ruota fino al finale e scordarti di attaccare da lontano” – cambiando radicalmente l’approccio alla stagione e la condotta di gara. Pogačar, poi, in questo si sta rivelando il Semplificatore per eccellenza: lui va a correre dappertutto, e dappertutto vince. E come vince? Attaccando da lontano e togliendosi tutti di ruota, sgretolando tattiche, marcamenti e giochi di squadra. Riportando il ciclismo alla sua dimensione di sport individuale e alla sua essenza: vince chi va più forte, non chi ha saputo limare meglio, approfittare del lavoro dei compagni o delle situazioni di corsa (tutte cose, ribadisco, che chi da sempre segue il ciclismo in realtà ama ma che, obiettivamente, si frappongono tra lo schermo ed il profano, invogliandolo a cambiare canale).

Quello di Pogačar è un ciclismo da bar, da prima serata su Rai 1, e non già da GCN+ o da… Cicloweb. Ma proprio perché noi si possa continuare ad avere palinsesti dedicati sulle app di streaming, ore di podcast e pagine di articoli da commentare scornandoci sulla tattica della Jumbo o sull’inesorabile destino da perdente di Van Aert (a proposito: la vedremo, Marco Grassi… la vedremo!), le imprese del buon Taddeo sono manna dal cielo: perché risvegliano un interesse generalizzato che, almeno alle nostre latitudini, sembrava spento per sempre; e magari finiranno pure per invogliare qualche ragazzino ad emularne le gesta – io stesso, in casa, ho un quattrenne che va matto per “Pogàciar”, che lo disegna e che si inventa le corse associando i colori delle macchinine alle maglie dei ciclisti – incoraggiando noi nerd a fare coming out, a riconoscerci, andare al bar e, insieme al caffè e al cornetto, chiedere ad alta voce e senza vergogna: «ma l’avete visto che numero che ha fatto Pogačar al Giro delle Fiandre?».

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